La via della schiavitù energetica

La forza e il prestigio di un paese risiedono in grande misura – oggi più che mai – nella capacità di partecipare ai processi internazionali di innovazione: nei modelli istituzionali e organizzativi; nell’industria, nelle tecnologie e nella ricerca; nella cultura. La globalizzazione porta con sé, quale apparente paradosso, il nuovo protagonismo dei singoli stati, che si contrappone peraltro alla crisi delle organizzazioni internazionali tradizionali. “L’Atlante 2006” pubblicato da Le Monde Diplomatique e il Manifesto illustra un mondo complesso in cui affiora la rivendicazione di nuova soggettività da parte delle economie emergenti. E tra queste le nazioni ricche di materie prime che intendono sottrarsi ad un passato che le ha viste nelle mani dei paesi egemoni e delle loro multinazionali. In questo quadro uno dei problemi maggiori per l’intera comunità internazionale risiede nella crisi dell’Europa, che sembra essere incapace di affrontare da una parte i mutati equilibri internazionali e dall’altra le dinamiche interne che vedono paesi, tra i quali alcuni dei nuovi membri, maggiormente impegnati nella promozione degli interessi nazionali piuttosto che nell’affermazione degli interessi comuni. Appare urgente per l’Europa un’analisi e una ridefinizione innanzitutto del ruolo politico e in secondo luogo degli obiettivi di organismi, leggi, procedure. In particolare per quanto riguarda i temi del mercato, della concorrenza e delle norme antitrust nei settori dei servizi pubblici e dell’energia.
L’ideologia astratta del libero mercato, che propone un sistema economico sottratto a ogni programmazione pubblica (auspicando però l’intervento dello stato al fine di evitare, con i soldi dei contribuenti, le catastrofi provocate da una finanza libera da controlli) sembra essere in grave crisi. La competitività di ciascun sistema paese è oggi legata in modo pregiudiziale alla possibilità di usufruire di servizi di pubblica utilità e di fonti energetiche di alta qualità e a bassi costi. Solo pochi esempi: un paese che non dispone di un sistema logistico efficientissimo, di servizi a banda larga diffusi su tutto il territorio e di energia a costi comparabili con quelli dei concorrenti è destinato a soccombere. L’energia è diventata un elemento nevralgico: la competizione internazionale per l’acquisto o lo sfruttamento di materie prime, pensiamo al fabbisogno della Cina e dell’India, spesso impongono l’intervento diretto dei governi a sostegno di imprese nazionali (si vedano per tutti il caso Eni in Kazakistan e Venezuela, le vicende dell’impresa russa Gazprom e l’evoluzione politica del Venezuela e della Bolivia). Inoltre, la dipendenza dalle fonti energetiche è oggi un elemento di debolezza che potrebbe divenire drammatica in un prossimo futuro.
I paesi più avveduti hanno intrapreso politiche basate sulle conoscenze scientifiche, o almeno hanno aperto un dibattito pubblico in merito, al fine di liberarsi della dipendenza dal petrolio o dal gas e programmare un futuro costruito su un mix di fonti energetiche, in cui un ruolo importante dovranno avere quelle fornite dalla natura e il nucleare. Questa direzione è stata descritta in modo efficace da Umberto Veronesi nello scritto del settembre 2007 con cui ha presentato sulla Stampa il convegno “The Energy Challenge” (vedi qui).
Se gli scenari di geopolitica precedentemente sintetizzati contengono elementi di verità, le istituzioni nazionali e comunitarie si trovano di fronte a tre compiti principali:

a) i poteri pubblici hanno un ruolo fondamentale nella determinazione delle politiche per lo sviluppo dei settori dei servizi pubblici e delle fonti energetiche, che non possono essere lasciati all’arbitrio delle imprese private e dei loro azionisti (è evidente che la ricerca di alti profitti e scarsi investimenti infrastrutturali nei servizi pubblici rappresenta un grave danno innanzitutto per la competitività dello stesso sistema delle imprese);
b) le leggi antitrust devono essere ripensate e differenziate a seconda dei settori: la manifattura, l’agroalimentare e i servizi ad essi legati non possono essere equiparati ai segmenti in cui si articola l’offerta di servizi pubblici e di fonti energetiche;
c) lo stato deve garantire in ogni caso il controllo sui prezzi dei servizi pubblici e quindi delle fonti energetiche.

La sfida francese. Il paese che più di tutti sembra aver delineato una strategia sulle fonti energetiche è la Francia, che soprattutto dopo l’elezione di Nicolas Sarkozy ha adottato politiche economiche in contrasto con le regole comunitarie, considerate dal governo francese controproducenti di fronte al mutato contesto geopolitico. Le decisioni adottate in tema di aggregazioni nazionali nel settore energetico lanciano una sfida all’Europa, impongono una riflessione sulle strategie di lungo periodo e devono far riflettere sull’urgenza – o meno – di mutare le regole comunitarie.
Facciamo un passo indietro. Siamo nell’anno 2000. Nel giugno la Fiat decide di – o meglio: è costretta a – vendere una delle imprese più gloriose del nostro paese, Fiat Ferroviaria, al gruppo francese Alstom (che opera anche nei settori delle turbine e della costruzione di navi). Nel 2004 Alstom è sull’orlo della bancarotta. Il ministro delle Finanze, Nicolas Sarkozy, in pieno accordo con Jacques Chirac, elabora un piano di salvataggio che prevede un grande investimento finanziario pubblico. Inizia la trattativa con la Commissione europea e in particolare con il commissario alla Concorrenza Mario Monti. Come era prevedibile – e per certi aspetti anche giusto – il governo francese ottiene il via libera: il 7 luglio 2004 il commissario autorizza il piano di salvataggio del gruppo – concorrente della tedesca Siemens – che prevede che lo stato salga al 30 per cento circa del capitale azionario. La Francia riteneva fondamentale che “Il controllo del capitale – come aveva dichiarato Jacques Derenne della società Lovells, che ha assistito Alstom – rimanesse in mano ai francesi” (ricordiamo che alla fine di ottobre del 2006 Jacques Chirac – esattamente una settimana dopo il viaggio organizzato dal governo italiano – si è recato a Pechino: tra gli accordi conclusi spiccavano la vendita di 150 Airbus A320 e di 500 locomotive Alstom per un valore di 300 milioni di euro).
Il 6 maggio 2007 Nicolas Sarkozy diventa presidente della Repubblica con il 53,06 per cento dei voti contro il 46,94 per cento di Ségolène Royal. A circa un mese dalla sua elezione il “liberale colbertista” (definizione di Mario Monti, che ne aveva provato a sue spese la determinazione, come abbiamo visto) irrompe sulla scena politica europea. Il 22 giugno ottiene che venga eliminato dal mandato alla Conferenza intergovernativa il riferimento alla libera concorrenza, nella parte in cui si cita tra i principali obiettivi dell’Unione europea “un mercato interno dove la concorrenza è libera e senza distorsioni”. Secondo i giuristi – l’allarme è del Financial Times – questa modifica potrebbe ostacolare la lotta di Bruxelles contro il protezionismo e i campioni nazionali. Gli sforzi della presidenza di turno tedesca (e anche dell’Italia) non hanno avuto successo. Le agenzie di stampa ricordano che “Prodi ha sollevato la questione durante il pranzo dei capi di stato e di governo e ne ha fatto una vera battaglia, tenendo inchiodato il Consiglio per due ore. L’azione diplomatica italiana ha instillato un po’ di coraggio nei paesi più liberisti, e alla fine i Ventisette hanno deciso di specificare in un protocollo allegato al futuro Trattato che la concorrenza è parte integrante del mercato interno comunitario, e che è uno degli obiettivi dell’Unione”.
Il riferimento alla “concorrenza libera e non distorsiva” è visto come un attacco allo stato sociale (e ai servizi di pubblica utilità) e indicato come una delle cause della bocciatura del Trattato costituzionale giunta dal referendum francese. Aggiunge il portavoce della delegazione di Parigi: “La Francia non è contro la concorrenza, ma essa non deve essere un obiettivo. L’obiettivo è la prosperità e la crescita”. Nicolas Sarkozy giustifica la propria posizione con il fatto che l’Europa si obbliga a rispettare sempre e in ogni occasione le regole della libera concorrenza, anche nei confronti di stati o blocchi di paesi fuori dall’Ue che spesso praticano dumping o altri comportamenti scorretti. E l’assenza di reciprocità nel rispetto delle regole spesso si trasforma in un handicap per i paesi europei.

La “visione industriale” di Sarkozy. Il presidente francese non tarda ad applicare la sua dottrina. Il 3 settembre 2007 viene annunciata la fusione tra le compagnie di energia Suez e Gaz de France (va ricordato che fonti autorevoli hanno riferito che quando nei primi mesi del 2006 era stata ipotizzata un’opa di Enel su Suez il primo ministro francese, Dominique de Villepin, aveva chiamato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per comunicargli che Parigi avrebbe considerato un attacco contro la Francia un’eventuale offerta di Enel per Suez. Come è noto Enel ha desistito e successivamente ha avviato l’opa sulla spagnola Endesa).
Domenico Quirico, corrispondente della Stampa da Parigi, evidenzia la strategia del presidente francese: “Total si occupa del petrolio, Areva del nucleare, Edf accudisce all’elettricità, mancava il gas: problema risolto con il colosso Gaz de France-Suez, radunati sotto la regia imperiosa di Nicolas Sarkozy… Adesso la Francia ha uno squadrone in tutti i settori del campo energetico dove la mischia richiederà muscoli taurini e polmoni finanziari di acciaio”. Il nuovo colosso diventa il “primo distributore di gas in Europa, con in pancia la più ramificata ragnatela di gasdotti, secondo per stoccaggio e terminali metaniferi, leader mondiale nel gas naturale liquefatto con un quarto del mercato nel Vecchio Continente, quarto gruppo energetico del mondo, 80 miliardi di euro di capitalizzazione, 133 mila dipendenti: si può ben dire che bastano le cifre ai politici governativi per intonare la Marsigliese economica del presidente”. E infatti Gerard Mestrallet di Suez, futuro presidente della nuova società, e Jean François Cirelli (Gdf) lo hanno detto chiaramente: “E’ una buona operazione per i dipendenti, gli azionisti, i consumatori, le comunità locali, lo stato francese, l’Europa”. “Insomma, ci guadagnano tutti – continua Domenico Quirico – quasi un miracolo. E hanno poi reso con toni epici omaggio alla ‘visione industriale’ di Sarkozy”.
Il presidente francese aveva promesso che non avrebbe privatizzato Gdf. E infatti la fusione accresce il potere dello stato, che conservando il 35,6 per cento diventa il primo azionista della nuova società. Di fronte alla critica di sinistra e sindacati che temono che gli azionisti privati possano far lievitare i costi della bolletta energetica, Cirelli ha replicato: “Non ci saranno ripercussioni sui prezzi del gas perché quelli saranno sempre controllati dallo stato”. Uno degli aspetti più interessanti sta nel fatto che Sarkozy non ha ritenuto di dover comunicare a Bruxelles le modalità del nuovo progetto di fusione. “Nulla può più opporsi alla conclusione del progetto – sono le parole di Gerard Mestrallet – l’Ue minacci pure multe stratosferiche”.
Davanti alle perplessità che da più parti ha sollevato la mega fusione, la Commissione europea sembra in posizione di attesa. “Sta alle società coinvolte decidere se notificare l’operazione”, hanno ribadito i collaboratori del commissario alla concorrenza Neelie Kroes. Un’agenzia Ansa ci informa che gli uomini del commissario per l’energia Andris Piebalgas hanno sottolineato che per Bruxelles l’importante è che venga garantita ai consumatori la libertà di scelta (sic!).
Le sorprese non sono finite: il 19 settembre il governo francese annuncia di aver deciso di esercitare la golden share in Gdf Suez, il nuovo colosso energetico che nascerà dalla fusione tra Gaz de France e Suez. Il ministro dell’Economia Christine Lagarde ha affermato nelle aule parlamentari: “Il Governo avrà una golden share che gli darà la possibilità di opporsi all’eventuale cessione di asset di Gdf sul territorio nazionale” (la stessa opportunità verrà conferita al governo belga, dal momento che il nuovo gruppo controlla gran parte dell’energia di quel paese). Anche in questo caso si attendono le reazioni delle istituzioni comunitarie, che ricordiamo minacciose verso il nostro paese nel caso Telecom Italia.
La strategia di Sarkozy si è successivamente allargata a quella che la stessa presidenza francese ha definito “la filiera nucleare” (la Francia dispone di 58 reattori nucleari gestiti da Edf, che forniscono il 78 per cento dell’energia del paese e che consentono di rivendere quote significative ai paesi limitrofi). L’11 settembre il portavoce di Nicolas Sarkozy dichiara che l’Eliseo è impegnato in una “réflexion stratégique à long terme” sulla filiera energetica (a quanto risulta, nella direzione di “une éventuelle refonte du capital du groupe nucléaire Areva”). Lo stesso giorno il quotidiano economico Les Echos informa che l’Eliseo ha insediato un gruppo di lavoro per studiare possibili ipotesi industriali per il settore. La soluzione più accreditata vede la possibilità di integrare Areva – leader mondiale nella fabbricazione di combustibile nucleare, nella costruzione di centrali nucleari, nel riciclaggio di scorie e nello smantellamento di centrali – con Alstom, di cui Martin Bouygues, grande amico di Sarkozy, è diventato il primo azionista con una partecipazione del 26 per cento. Del resto questa ipotesi era stata già presentata dal Commissariato francese per l’energia atomica (Cea), azionista di controllo di Areva.
Gli effetti dell’integrazione – sottolinea il 12 settembre il Sole 24 Ore – è “una riorganizzazione della nuova entità secondo le linee di business già esistenti: costruzione delle centrali, ciclo del combustibile, energie non nucleari, trasmissione e distribuzione dell’elettricità, trasporto ferroviario. Lo stato controllerebbe direttamente il 5 per cento, il Cea un po’ più del 30 per cento e Bouygues oltre il 26 per cento. Si tratterebbe di un colosso da 40 miliardi di fatturato. E’ utile ricordare che il gruppo francese Areva – di cui l’85 per cento del capitale è in mano allo stato – capitalizza 24,3 miliardi di euro e presenta un utile netto di 649 milioni di euro; Alstom capitalizza 18 miliardi di euro e presenta un utile netto pari a 448 milioni di euro.
La difficoltà maggiore sembra essere rappresentata dal fatto che la Siemens controlla il 34 per cento di Areva Np, la filiale del gruppo nucleare francese che si occupa direttamente della costruzione delle centrali. Il 10 settembre nella residenza governativa tedesca di Meseberg, durante il vertice informale tra Francia e Germania, il cancelliere Angela Merkel ha fatto sapere che Siemens – concorrente di Alstom – non intende uscire da Areva. Il progetto potrà pertanto realizzarsi solo con la presenza di Siemens. Occorre inoltre tenere in considerazione l’interesse manifestato dal gruppo giapponese Mitsubishi – partner di Areva in Asia – da Edf e da Total. Il Sole 24 ore osserva che “Parigi studia la possibilità di un’alleanza Siemens-Alstom nel ferroviario… Insomma, un gioco di incastri complicato che nasce dal desiderio dell’Eliseo di riorganizzare il nucleare in un momento favorevole per questo tipo di energia, vista la crescente domanda dei paesi emergenti”.
L’iniziativa francese, però, si è spinta oltre. Der Spiegel ha scritto che durante il vertice Nicolas Sarkozy ha proposto alla Germania di partecipare all’arsenale atomico francese, quella “Force de Frappe” che protegge militarmente gran parte dell’Europa (l’arsenale nucleare francese è costituito dai sottomarini della Forza oceanica strategica stazionati a Ile Longue, nel golfo di Brest, in Bretagna, nonché su forze aeree strategiche; il numero preciso delle testate nucleari di cui dispone Parigi “è segreto militare”, ma si tratterebbe di 200-300 testate). Il governo tedesco, che nel 1975 ha aderito al Trattato di non proliferazione, non aspira a possedere armi atomiche e ha rifiutato l’offerta.

Conclusioni. La nostra convinzione è chiara. La nuova geopolitica impone un ripensamento del ruolo dello stato nei settori dei servizi pubblici, l’adozione di politiche industriali nel settore energetico e un ripensamento delle norme antitrust dell’Unione europea. Su questi temi occorre un serio dibattito all’interno delle istituzioni comunitarie, ma i tempi sono evidentemente prematuri. Nel frattempo la Francia ha costruito la propria politica di “superpotenza” in cui lo stato garantisce all’intero paese un sistema energetico diversificato e gestito da potenti imprese in cui l’azionariato pubblico è predominante. Il messaggio di Sarkozy al paese sembra essere questo: le imprese, le organizzazioni pubbliche, i cittadini hanno bisogno, per poter esercitare le proprie attività, di energia di ottima qualità a bassi costi. Ebbene, nessuno meglio dello stato – che garantisce in ogni caso il controllo sui prezzi – può assicurare tutto questo. Una logica sostenuta dall’intero sistema industriale.
E’ interessante notare che le azioni intraprese dal governo francese – che possiamo certamente inquadrare come una evidente rottura dei principi liberali, almeno così come vengono proposti in Italia, anche su autorevoli quotidiani – non hanno trovato opposizione significativa da parte di Bruxelles, sempre pronta invece ad alzare la voce contro i paesi più fragili dal punto di vista politico e istituzionale (ricordiamo per esempio le minacce allo stato italiano per le ipotesi di salvataggio di Alitalia, giuste o sbagliate che siano). Anche i leader del centrodestra italiano – che si erano spellate le mani il giorno della vittoria di Nicolas Sarkozy – restano silenziosi di fronte alle scelte “dirigistiche” compiute dal presidente francese. O meglio: vengono spesso citate le decisioni adottate oltralpe e ritenute utili per la discussione interna (si vedano le politiche del lavoro), ma ignorate totalmente le scelte che possono essere interpretate come un attentato ai principi liberisti. Il problema maggiore, però, risiede nel fatto che la sinistra non riesce ad affrontare il tema energetico – e quindi il tema del ruolo dello stato nei servizi pubblici – con una discussione aperta, consapevole che in questo campo le scelte politiche devono confrontarsi con gli studi degli scienziati. In questo marasma l’azione del governo sembra essere affidata da una parte alle scelte dei singoli ministri – si veda la discussione sulle aziende municipalizzate e sulle imprese che producono o trasportano fonti energetiche – e dall’altra al potere di interdizione di gruppi politici del tutto indifferenti al dibattito scientifico e alle lobby che hanno interesse alla dipendenza del nostro paese dal petrolio e dal metano.
Un’ultima considerazione: la Francia e molti altri paesi che hanno diversificato le fonti energetiche possono concentrare le proprie forze nella costruzione di un paese e di un sistema industriale efficiente e innovativo; l’Italia – che importa l’85 per cento dell’energia contro una media europea del 53 per cento – discute dei possibili black out invernali, spesso indebolisce le industrie nazionali in nome della concorrenza (che a nostro avviso spesso è tale soltanto di nome), e non investe nella ricerca sulle diverse fonti energetiche (anche se è degna di lode l’iniziativa del ministro Bersani di far partecipare il nostro paese ai progetti internazionali sull’energia nucleare).
E’ auspicabile che il governo costituisca una Commissione di alto livello in grado di offrire alla discussione un documento di analisi e proposta costruito su basi scientifiche. Ciò servirebbe, forse, ad abbassare il vociare dei troppi che parlando a vanvera coprono – coscientemente o no – soggetti non solo nazionali che per proteggere i propri interessi hanno fornito un contributo determinante a far retrocedere il nostro paese nella sfida internazionale delle innovazioni, della partecipazione ai processi decisionali e della ricerca di condizioni di vita migliori.

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