L’americanismo secondo Marchionne

Il gruppo Fiat torna a parlare all’Italia. Dopo l’estate, Sergio Marchionne è intervenuto in due contesti non consueti per un dirigente d’azienda: il 22 settembre ha tenuto un discorso durante un convegno organizzato a Mattinata, in Puglia, dall’Università di Foggia e dalla rivista L’Industria (di cui Romano Prodi presiede il comitato scientifico), pubblicato il 23 settembre come editoriale del Corriere della sera, seguito da un ampio dibattito. Il 5 ottobre ha tenuto una lezione magistrale all’Università di Cassino, ripresa dalla stampa solo per alcune notizie finanziarie (si può scaricare il testo qui).
E’ noto come la Fiat, dopo la crisi del 2002, abbia radicalmente mutato le sue strategie di lungo termine: è stato abbandonato il progetto di costruire una conglomerata di dimensioni mondiali che agisse, assieme a un grande partner estero (l’americana General Motors), in tutti i settori del trasporto, con intenzioni di espansione anche nelle telecomunicazioni. Questo disegno si è dimostrato irrealistico per le forze del gruppo, ma anche per la sua lettura della contemporaneità: immaginava infatti un mondo destinato in breve tempo a un’uniformità di standard produttivi, per effetto soprattutto della rapida espansione dei modelli di capitalismo statunitense. All’inizio del 2005 il gruppo ha quindi sciolto il suo legame con la General Motors. Da qui parte il ragionamento di Marchionne nell’intervento di Mattinata: “Gestire un’impresa in Europa significa prima di tutto avere a che fare con un modello di capitalismo che ha caratteristiche molto specifiche. Alcuni economisti sono convinti che il sistema europeo – per migliorare produttività, efficienza e profitti – debba convergere verso il modello americano. Non credo che questa convergenza sia possibile nel medio termine, ma non credo neppure sia auspicabile”.
Il gruppo ha messo a punto una nuova strategia basata sulla sua concentrazione in un unico segmento produttivo (l’automobile), la valorizzazione dei suoi stabilimenti italiani, il perseguimento di alleanze con imprese dei paesi emergenti. La contrazione ha consentito di risanare economicamente il gruppo che nel 2006 ha ripreso a crescere. “Siamo impegnati a costruire un grande gruppo internazionale, che non ha precedenti nella storia della Fiat”, afferma Marchionne a Cassino. Ma soprattutto, la Fiat scopre che per perseguire un disegno così ambizioso ha bisogno dell’Italia. E non in termini di mera soluzione di problemi pratici (un governo e un’amministrazione che funzionino perché fanno arrivare i treni in orario, riparano le strade, gestiscono i conflitti, ecc.), ma perché solo nel legame vitale con una grande nazione moderna è possibile leggere in termini realistici il mondo contemporaneo.
Ecco quindi che, assieme a una strategia industriale, assistiamo alla messa a punto di una strategia comunicativa verso il paese. Nella lezione di Cassino Marchionne prende l’avvio dagli “Scritti sulla questione meridionale” di Francesco Saverio Nitti, ricorda l’importanza per la Fiat del Mezzogiorno, in cui è presente il 40 per cento della sua forza lavoro italiana, e la necessità quindi per il gruppo di istituzioni formative e civilizzatrici nel Sud della penisola. Il rapporto tra i saperi, l’Università e la fabbrica viene quindi posto in termini completamente diversi rispetto a tutta la retorica dominante della traduzione immediatamente produttiva della scienza, e della cultura ridotta a intrattenimento del tempo libero.
Il passo successivo riguarda la qualità dei processi decisionali e del lavoro nell’azienda. La questione del lavoro inteso come sviluppo delle capacità e competenze della persona. Un punto strettamente legato alla “assunzione di responsabilità” di coloro che in azienda hanno un ruolo direttivo, i quali si rendono conto che “nessuna persona, nessuna organizzazione può vivere isolata nel proprio universo”.
L’argomentazione si conclude quindi con un’analisi delle trasformazioni che hanno investito il mondo produttivo negli ultimi anni: “Organizzazioni create negli ultimi duecento anni sono state il prodotto di due ampie premesse. La prima è che senza regole, politiche e procedure estese le persone reagiscono in maniera irresponsabile. La seconda è che il modo migliore di organizzare un’azienda è creare semplici lavori collegati tra loro da processi complessi. La prima distrugge la fiducia, la seconda ruba alle persone coinvolte qualsiasi percezione di valore personale. Gestire organizzazioni in base a questi principi non è leadership”. Marchionne si sofferma quindi su una pagina del volume “My Life and Word” di Henry Ford: “Un’impresa è una collezione di persone che si trovano insieme a svolgere un lavoro. Non è necessario che ogni singola sezione sappia che cosa sta facendo l’altra”. Commenta quindi: “Ciò di cui un’impresa competitiva ha bisogno è esattamente il contrario”.
La novità di un simile discorso salta agli occhi. Negli ultimi quindici anni sono stati soprattutto i vertici industriali ad aver smarrito la loro capacità di guardare al futuro, rifugiandosi nei patrimoni costituiti nei precedenti decenni di sviluppo nazionale. I dirigenti delle imprese, nei loro interventi pubblici, erano interessati o a parlare agli investitori in un linguaggio finanziario quanto più possibile tecnico, o si disperdevano nel particolare vaniloquio insegnato loro dalle agenzie di consulenza aziendale, in cui si mescolano il lessico delle nuove religioni (la vision, la mission), quello sportivo (fare gruppo, lo spirito di spogliatoio) e una psicologia di quart’ordine (l’autostima, le relazioni). I due discorsi di Marchionne arrivano come una ventata d’aria fresca.
La strategia che abbiamo letto, però, necessita della presenza in Italia di un forte sistema universitario costituito sull’unico modello attualmente in uso in tutti i grandi paesi: quello humboldtiano, fondato sull’unione e lo scambio di ricerca scientifica e didattica. Sia da Confindustria sia dai sindacati, invece, da anni viene una fortissima sollecitazione ad adottare nell’Università il modello della formazione aziendale, fondato sulla diretta traduzione in termini produttivi del sapere. Una scelta che allineerebbe definitivamente la situazione italiana a quella, per esempio, dei paesi arabi, in cui l’Università locale è rivolta alla formazione delle figure intermedie dell’amministrazione, della scuola e dell’impresa, mentre le alte classi dirigenti si formano nei grandi atenei europei o statunitensi.
Il maggiore ostacolo allo sviluppo auspicato da Marchionne è costituito però dal sistema dell’informazione (tutto il complesso dell’industria editoriale, dell’audiovisivo, della televisione, della pubblicità). Un sistema tarato sull’ultima grande stagione di sviluppo del paese, quella degli anni Ottanta. La sua ragion d’essere è quella di sostenere alti consumi voluttuari, finanziati con il debito e l’esistenza di forti monopoli nazionali. Questo sistema informativo è stato negli ultimi quindici anni il più formidabile avversario di ogni ipotesi di rilancio produttivo del paese, e ha lavorato per destrutturare sistematicamente tutte le grandi agenzie culturali nazionali (i partiti politici, la scuola, le grandi tradizioni scientifiche, l’accademia).
Il ragionamento di Marchionne pone tuttavia una sfida molto complessa anche al mondo del lavoro. Ma è pronto il sindacalismo operaio italiano ad assumere un ruolo decisionale nell’impresa? Il lungo periodo di deindustrializzazione che abbiamo alle spalle ha fatto regredire parte della classe operaia italiana a categorie politiche e strumenti di analisi ottocenteschi: l’odio per il lavoro, la mitologia del conflitto frontale e dello sciopero generale, il ruolo politico diretto del sindacato. Queste categorie hanno oggi conquistato anche la maggioranza di un sindacato grande e glorioso come la Fiom-Cgil. Non resta che augurarsi che una nuova iniziativa progettuale della dirigenza imprenditoriale provochi un sussulto di orgoglio nel mondo del lavoro operaio.

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