Le banche e la visione del Mago

In attesa che le principali case finanziarie internazionali diffondano i loro consuntivi, si può già dire con certezza che il 2007 è stato l’anno che ha sconvolto l’assetto della globalizzazione finanziaria che avevamo conosciuto finora. La cosiddetta crisi dei mutui altro non è che la crisi del sistema delle grandi banche globali. E’ ipocrisia, infatti, riferire gli sconquassi finanziari in corso al problema dei mutui “subprime”, come se lo squilibrio nei conti delle banche fosse stato causato dal loro slancio nell’offrire denaro per comprar casa anche a chi non disponeva di adeguate garanzie. La patologia non ha riguardato soltanto alcuni segmenti di clientela, ma è stata generata dal comportamento dei banchieri e ha investito l’intero assetto delle loro negoziazioni. La crisi, pertanto, non è arrivata dall’insolvenza dei pochi clienti meno abbienti, ma dal mancato trasferimento alla vasta platea dei risparmiatori dei rischi di insolvenza incorporati in una massa enorme di titoli, e dalla conseguente, possibile implosione di quella gigantesca superfetazione cartolare che le banche hanno prodotto nel corso degli ultimi quindici anni. Il periodo della loro mutazione genetica.
Nel mestiere di banchiere le decisioni di erogazione del credito non dovrebbero essere affidate tanto alle garanzie (che pure si richiedono) quanto alla valutazione del merito di credito, la stima cioè della capacità del cliente-imprenditore di impiegare i fondi presi a prestito in modo produttivo; si dovrebbe quindi discriminare tra diversi clienti, pur appartenenti alla stessa categoria, e la banca – sapendo valutare il rischio insito in ciascuna operazione – dovrebbe fare del credito la leva dello sviluppo. Un “ponte sull’abisso”, come lo definiva Schumpeter.
Quel tipo di attività bancaria è stato prima contestato aspramente (la polemica contro il dirigismo del “modello renano”), quindi sopraffatto dall’impatto sui mercati della liberalizzazione dei movimenti di capitale e dell’innovazione finanziaria. Negli anni recenti, a partire dall’America, grazie al meccanismo delle cartolarizzazioni e all’ininterrotta espansione monetaria, le aziende di credito hanno prestato soldi alla cieca sulla base di formulari standardizzati, si sono moltiplicati gli operatori di credito che agivano fuori dal controllo degli organismi di vigilanza, abbiamo assistito a campagne di direct marketing in cui si offrivano fidi, mutui, carte di credito già attive direttamente a casa delle persone.
Tutto questo è avvenuto perché i prestiti non sono stati più concessi con l’obiettivo di una loro profittevole restituzione, ma a partire dall’idea che ciascun credito costituisse la base per un titolo di carta da negoziare sul mercato. Con questi strumenti le banche hanno potuto per anni trasferire a terzi i rischi di credito, mettere fuori bilancio gran parte del proprio attivo (eludendo così le restrizioni di vigilanza), incrementando profitti, valore delle azioni e paghe dei dirigenti sulla base di volumi e di valori che hanno rapidamente dissolto il nesso con i capitali che li avevano originati.
E’ nata così una nuova banca universale orientata all’innovazione finanziaria e al mercato, una banca di dimensioni globali cresciuta sulla deregulation e sul superamento dello specifico creditizio in favore della negoziabilità planetaria di qualsiasi credito. Tale modello si è affermato grazie ai bassi tassi di interesse, al contenimento dell’inflazione garantito dall’ingresso nel mercato dei lavoratori asiatici, alla fiducia nel dollaro e alla propensione del resto del mondo a investire i propri surplus nel grande mare di liquidità generata dai titoli emessi tra Wall Street e Londra.
Nel corso degli anni novanta, a questo tipo di banca ha spalancato le porte, con una consapevole scelta politica, la Federal Reserve di Alan Greenspan, il “Mago”. E l’affermazione di questo modello ha prodotto l’esplicita contestazione delle prerogative che la storia europea aveva assegnato alle Banche centrali: la vigilanza sulla stabilità delle banche, il potere antitrust e autorizzativo, il controllo sugli aggregati monetari, il ruolo di istituto di emissione e di prestatore di ultima istanza.
La nuova banca globale, nata per gestire la liquidità ovunque nel mondo, è stata indocile nei confronti di banche che, in quanto “centrali”, pretendevano di esserle sovraordinate; essa non chiedeva più di essere “vigilata”, ma solo “certificata” per accrescere la reputazione globale del suo marchio. Di qui lo sviluppo sempre più fiorente di società di revisione e agenzie di rating. Di qui, tra l’altro, l’intreccio tra finanza e editoria.
E così, mentre la Fed, garante del nuovo scenario, si occupava di alimentare la crescita americana e quindi globale, le (un tempo onnipotenti) banche centrali europee venivano relegate a una funzione “arbitrale”, si dedicavano alla stesura di cervellotiche direttive regolamentari, fatte per inseguire invano le sofisticazioni della finanza, e all’ottemperanza di precetti assai vaghi: indipendenza, trasparenza, prevedibilità, persuasione morale.
Grazie alle arti del “Mago” si è dispiegato un grandioso, e a suo modo affascinante, disegno globale, non concepito solo per la finanza ma sorretto dall’aspirazione a un nuovo assetto politico. Nei nuovi attori della finanza globale è avvenuta la più ardita accumulazione di potere economico mai vista, al di fuori della sovranità. Un potere privato ma universale, disposto ad accogliere a suo bilanciamento solo il punto di vista del consumatore e il paradigma del controllo giudiziario, purché a detrimento dello Stato. Potere che tuttavia non ha rinunciato a raffigurare se stesso entro un orizzonte democratico e anzi ha fatto di questa nuova “estinzione dello Stato” il terreno d’elezione per il definitivo compimento di una democrazia scandita dall’utilitarismo individuale e dalla distinzione aprioristica tra Bene e Male.
All’origine delle decisioni che hanno dato forma a quel modello di banca e alla descritta visione del mercato e della società, c’è stata dunque una scelta politica. Quella che ha voluto affermare una lettura ideologica dei rivolgimenti del 1989, in continuità con la “nuova guerra fredda” degli anni ottanta. E’ dal giudizio trionfalistico sul crollo del comunismo che scaturisce per l’America il senso di una missione titanica (e l’illusione di una occasione irripetibile): la sensazione di potere agire da governo globale sulla base di impulsi economici, militari e culturali unidirezionali. Così, mentre si ripeteva come un mantra la formula “un mondo oramai unipolare”, in giro per il mondo si creavano le premesse per dare un assetto più razionale alla effettiva multipolarità che la fine della guerra fredda aveva dischiuso.
Gli Stati Uniti, da un certo punto di vista, sono quasi stati costretti – in omaggio alla proclamata vittoria – a perpetuare con artifici sempre più complicati un primato economico non più corrispondente alla realtà, e a dover alimentare senza sosta un tenore di consumi squilibrato e un andamento accelerato della crescita. A questo scopo si è innescato il più impressionante debito pubblico e privato che la storia ricordi.
Ora siamo giunti a fine corsa. Quel modello non può più perpetuarsi, non solo per il mancato successo delle campagne militari successive all’11 settembre, ma per le condizioni reali dei mercati. E’ impressionante la sequenza di eventi inediti che la crisi bancaria ha squadernato in pochi mesi: fallito trasferimento dei rischi a una clientela internazionale che si è fatta via via più diffidente verso titoli che poggiavano su una bolla di debiti sempre meno sostenibili; crisi di bilancio delle principali banche americane e inglesi innescata dalle insolvenze dei mutuatari, ma rapidamente amplificata dalla perdita di valore dell’intera struttura delle cartolarizzazioni; quindi sottocapitalizzazione e soccorso d’emergenza, con l’ingresso massiccio nella loro compagine azionaria dei fondi di investimento statali arabi e cinesi. La svalutazione drastica del dollaro verso l’euro, divenuto suo autorevole contraltare, ha ridefinito poi in modo significativo i pesi relativi tra l’economia americana e quella europea, tanto che la Fed per la prima volta non è riuscita a decidere per tutti l’andamento dei tassi di interesse. E dopo che Tesoro e Banca centrale americana hanno sperimentato ogni tentativo “di mercato” per salvare il meccanismo finanziario senza snaturarlo, è arrivata infine – a sorpresa – la riscossa del central banking europeo, con la leadership esercitata dalla Bce nel dare vita a un pool di salvataggio delle banche, che ha comportato l’immissione diretta nelle casse di 400 istituti di credito in tutto il mondo di quasi 500 miliardi di euro di prestiti a tasso agevolato, “garantiti” da quei titoli cartacei che nessuno vuole più. Un atto di “dirigismo” allo stato puro, nonché l’evento culminante, finora, di una sequenza stupefacente che ha fatto meritare a Jean-Claude Trichet la gratitudine del Financial Times e la designazione a “uomo dell’anno”.
Non sarà la fine della globalizzazione, speriamo. Nessuno, infatti, può auspicare il ritorno a mercati chiusi e segmentati. Tuttavia, le voci di quanti (sempre più fiocamente) chiedono ai governi e alle banche centrali di tornare al denaro facile e di astenersi da ulteriori interventi, per consentire così alla “mano invisibile” di punire l’azzardo morale di qualche banchiere – e poi, una volta rendicontate le perdite, tornare al business as usual – non fanno i conti con i mutamenti sconvolgenti portati dal 2007 in seno al meccanismo della globalizzazione finanziaria. Per far proseguire gli effetti benefici di un processo economico globale ancora in atto, la sua capacità di diffondere conoscenze e sviluppo e di avvicinare popoli e mercati, occorrerà molto più che una nuova direttiva sulla trasparenza finanziaria.
Comincia a farsi largo la sensazione che sia necessario porsi degli obiettivi diversi e più ambiziosi: nuove architetture della sovranità e impegnativi investimenti globali tesi a migliorare le condizioni materiali di vita, in un mondo che si trasforma perché si integra; ma anche un rinnovamento della filosofia di impresa delle principali banche e industrie che le metta in condizione, utilizzando sempre al meglio i prodigi dell’accumulazione e della finanza, di organizzare in modo lineare la trasformazione di moneta e lavoro in opere utili a quegli scopi. Più di ogni altra cosa, però, occorre un sussulto intellettuale che aiuti l’elaborazione molecolare di un linguaggio e di un sentimento comuni tra i consumatori voraci del primo mondo e i febbrili produttori che premono alle sue porte. Occorre cioè una cultura che possa dare dignità – e il senso della reciprocità – a un incontro nel quale altrimenti si accumula, e prima o poi si sprigiona, una spaventosa dose di violenza.

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