La solitudine del leader

Nell’annunciare che con qualsiasi legge elettorale “il Pd si presenterà con le liste del Pd” Walter Veltroni non ha lesinato gli aggettivi. Leggiamo infatti nei resoconti che egli ha voluto ribadire agli italiani questa apparente tautologia “con chiarezza, formalità e nettezza, in modo da chiudere anche una porta dietro di me”. A scanso di equivoci, in un tripudio di aggettivazione iperbolica, ha proseguito affermando che ciò costituisce una “condizione assoluta” e una “certezza inossidabile”. Verrebbe da aggiungere: “Punto, due punti e punto e virgola!”. Preferiamo però tralasciare la forma, per concentrarci sulla sostanza. Ebbene, a dispetto di tanta enfasi e solennità, quello formulato a Orvieto ci sembra un annuncio fondamentalmente ambiguo, che può rivelarsi nel migliore dei casi inutile e nel peggiore dannoso.
Se riferito alla legge elettorale attualmente in vigore esso non significa assolutamente nulla, perché come è noto la modesta soglia di sbarramento e il premio di maggioranza assegnato alla coalizione consentono a tutti i partiti di presentarsi agli elettori con il proprio simbolo. Eppure, i commentatori hanno interpretato le parole di Veltroni come l’annuncio che anche nel caso di un voto con il “Porcellum” il Pd correrebbe da solo, senza dare vita cioè a un’alleanza per concorrere al premio di maggioranza. In effetti, visto il prevedibile risultato di elezioni anticipate alla primavera del 2008, le probabilità che il centrosinistra si aggiudichi il premio sarebbero così scarse che qualcuno potrebbe essere perfino tentato di rinunciare in partenza a battersi per vincerle. Ma poiché Veltroni sa benissimo che tale posizione sarebbe difficilmente compatibile con l’incarico di segretario del Pd, ci domandiamo perché abbia alimentato un equivoco che, nella malaugurata circostanza di un voto anticipato, l’opposizione non mancherebbe di rinfacciargli polemicamente.
L’annuncio di Orvieto non significa nulla, però, neanche se riferito al sistema elettorale prefigurato dalla bozza Bianco. Come peraltro tutti i sistemi elettorali attualmente adottati nelle principali democrazie del pianeta, esso infatti prevede il principio, non propriamente rivoluzionario, per cui i partiti politici chiedono il voto agli elettori presentando il proprio simbolo sull’apposita scheda elettorale. Ci chiediamo perciò perché, nel caso Veltroni avesse inteso con quelle parole esprimere il suo appoggio alla bozza Bianco, non lo abbia fatto in modo più diretto ed efficace (magari evitando di considerare il consenso preventivo di Forza Italia alla bozza una condizione irrinunciabile invece che un esito auspicabile). Se poi invece dietro le sue parole si celasse l’adesione al principio, comune a tutti i regimi parlamentari del mondo ma ancora tabù nel discorso pubblico italiano, in base al quale le alleanze si fanno in parlamento e non sulla scheda, ciò costituirebbe indubbiamente una novità assai positiva, che proprio per questo meriterebbe però una formulazione più esplicita e meno criptica.
Le parole di Veltroni non sono ambigue né esprimono una tautologia solo se riferite al sistema elettorale che scaturirebbe da un’eventuale vittoria dei sì al referendum. Analogamente a quel che avveniva con la famigerata “legge Acerbo” voluta da Mussolini nel 1923 (ma questa volta senza neanche la soglia minima del 25 per cento dei voti), il referendum prevede infatti che il premio di maggioranza venga assegnato al partito e non alla coalizione più votata, il che indurrebbe la formazione di due grandi (e disomogenee) alleanze sotto il medesimo simbolo. Poiché è noto che il centrodestra si presenterebbe unito davanti agli elettori (e le dichiarazioni successive al discorso di Orvieto lo confermano ulteriormente), annunciare una rinuncia preventiva a fare lo stesso equivale a dire – in omaggio al celebre motto del 2001: “Meglio perdere che perdersi” – che si considera il ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi preferibile all’alleanza con i partiti con i quali attualmente il Pd governa il paese. Come contributo alla stabilità del governo non è male, specialmente in una giornata che vede mezzo esecutivo impegnato a tenere unita la maggioranza in vista del voto sulla giustizia e sulla mozione contro il ministro Pecoraro Scanio. Ma sforzandosi di trovare nelle parole di Veltroni una logica diversa dall’invettiva contro gli alleati e dall’auspicio di una sconfitta elettorale in tempi brevi, la si potrebbe rintracciare in un avvertimento rivolto agli altri partiti dell’Unione affinché accettino la bozza Bianco. In questo caso, l’intenzione sarebbe lodevole, ma la strada scelta di dubbia efficacia. Se si votasse con la legge uscita dal referendum e il Pd si presentasse da solo, gli altri partiti dell’Unione otterrebbero infatti comunque un numero di seggi proporzionale ai voti, usufruendo per di più di una bassa soglia di sbarramento. E per quelli che non trovassero rifugio nel centrodestra, la prospettiva della sconfitta sarebbe comunque di gran lunga meno esiziale di quanto non sarebbe per una forza a “vocazione maggioritaria” come il Partito democratico. La vittima principale della minaccia di Veltroni appare dunque Veltroni stesso, e con lui tutto il Pd.

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