Il mantra della politica che non decide

Come volesse esorcizzare l’imminente crisi, il giorno stesso della caduta del governo, il 24 gennaio, Stefano Ceccanti pubblica sull’Unità un articolo dal titolo: “Pd: la prova del fuoco”. Come molti altri, Ceccanti afferma che ci troviamo davanti a una crisi di sistema, di cui la crisi di governo è solo un epifenomeno, un effetto secondario che non ha responsabili diretti ma solo cause generali. Il mantra è quello della politica che non decide perché il sistema glielo impedisce. Ceccanti, anche qui in buona e nutrita compagnia, cerca di coinvolgere nella cosiddetta crisi di sistema forze politiche che questa crisi non vivono e che in crisi non si vedono né si sentono. Il centrodestra ha portato l’Italia sulla via del declino non perché non poteva decidere, ma perché non aveva idea di come uscirne. Non un problema di forme, quindi, ma di sostanza.
La missione del Pd, secondo Ceccanti, consisterebbe nel semplificare il sistema e nel responsabilizzare le altre forze politiche. Una visione un tantino riduttiva. Questo nuovo partito, per riuscire, doveva attrarre più della sua struttura, più della sua materia, doveva svolgere una funzione egemonica nel centrosinistra. L’Ulivo, a suo tempo e a suo modo – un modo leggero, forse troppo leggero – una funzione egemonica l’aveva svolta. Rappresentava una cultura di sintesi, una cultura di governo verso la quale in molti si sentivano tributari. Finora il Pd non è stato in grado di svolgere questa importante, insostituibile, ineliminabile funzione politica. Il problema allora non è la disomogeneità della coalizione – come scrive Ceccanti – ma la scarsa capacità egemonica del Pd. Se l’Ulivo era riuscito infatti a coagulare forze e culture distinte, se era riuscito sempre a ottenere consensi maggiori della somma delle sue componenti, questo purtroppo al Pd non sembra riuscire. Per quanto concerne poi la connessione tra crisi di sistema e disomogeneità delle coalizioni, anche qui, come per la frammentazione, siamo su un problema che riguarda il centrosinistra assai più che il centrodestra. Ceccanti obietta che il problema di tutto sta nel sistema istituzionale ed elettorale. Ma non si possono scambiare per problemi di sistema quelli che sono problemi interni a una coalizione. Non si possono affidare a una legge elettorale i destini di un partito. Un partito, se è un progetto per il paese, se assolve a una funzione nazionale, vive e si afferma indipendentemente dalla legge elettorale.
L’ossessione per le regole non convince, quasi che queste fossero levatrici di progetti politici e di identità. Un partito esiste se esiste nella società. Le regole non possono né negarlo né farlo vivere. La frammentazione e la presunta disomogeneità non sono allora tanto problemi di regole ma problemi di cultura.
Parlare di crisi del sistema è una mezza verità, perché la crisi è anzitutto del centrosinistra, della sua identità e della sua cultura di governo. La nuova antipolitica pesca essenzialmente nel suo elettorato. Ripartire da un nuovo soggetto come il Pd era un buon punto di partenza, ma ora si rischia di perdersi per strada. Chiudere l’esperienza delle coalizioni disomogenee non garantisce né l’omogeneità interna del partito né la possibilità di tornare al governo in tempi non biblici. Un’opposizione divisa rappresenterebbe peraltro un’opposizione debole, una non opposizione. Si dovrebbe ripartire dalla società con ambizioni forti di guida politica, intellettuale e morale. Ma non è compito che si assolve in pochi giorni, né con una campagna elettorale, né con le “regole”.

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