I film nel paese che “faceva le cose”

In marcia verso nuove elezioni, in marcia con formazioni ampiamente rimaneggiate, con programmi che si stanno mettendo a punto, con la voglia di sorprendere, i propri elettori e gli avversari. Il nostro occhio, deformazione professionale, rimane per un momento attaccato al mondo dell’audiovisivo. Forse usiamo obiettivi – intesi come lenti – troppo stretti. Il mondo dell’audiovisivo, con tutta probabilità, non sarà al centro del dibattito politico della prossima competizione. Ma comunque racchiude in sé alcuni germi di una politica veramente nuova. Per prima cosa, lo si voglia o no, questo è il terreno dell’avversario. Quello che Lui fa, quello che non fa, le scelte, i soldi, l’assetto industriale del paese, le alleanze, le telefonate. E noi, signorilmente, ne rimaniamo fuori. Non voglio certo riprendere il tema del conflitto di interessi, che pure crea qualche problema a chi vuole lavorare in questo campo. Non voglio certo invocare espropri proletari. Ma continuo a pensare che una società come quella italiana, vocata oramai come quasi tutto l’occidente sviluppato alla produzione di servizi e alla comunicazione, debba affrontare seriamente il problema di un definitivo sviluppo dell’industria dei contenuti.
A Capodanno ero a Torino, e le sensazioni di quel viaggio me le porto ancora dietro. Cos’era Torino per la mia generazione? Fiat, classe operaia, emigrazione, nebbia. Beh, possiamo dire che c’è rimasta soltanto la nebbia, ma mi dicono che sono stato particolarmente sfortunato, perché nei giorni della mia permanenza c’era, e di solito non c’è. O molto meno. Che vuol dire anche che il clima è cambiato, e non solo quello atmosferico. Nei giri torinesi, non si può non pensare a come va il mondo postmoderno e a come il mestiere di chi crea immagini e racconta storie riempie oggi i templi dell’industria manifatturiera di ieri. Avevo già riflettuto su questo una volta che ho fatto sopralluoghi su di un film che poi non ho girato a Torino. Il Lingotto. Grande centro commerciale, peraltro con oggetti non proprio eccitanti, pubblico popolare, ristoranti e fast food. Un albergo high tech dove prima c’erano le catene di montaggio. E poi, la galleria Agnelli, i quadri, le installazioni, l’arte. Da qui si può vedere la pista che un tempo serviva al collaudo degli ultimi modelli di auto. Di fronte, la vecchia fabbrica della Carpano, archeologia industriale. Oggi “eat-italy”, cioè tempio del buon cibo, dei prodotti “dop”, delle leccornie di nicchia. Frequentato, quando ci sono andato io, perlopiù da pensionati, che capisci che un tempo erano da quelle parti per altri motivi.
Poi, il Museo del Cinema, che strappa il primato al Museo Egizio, il festival che richiama pubblico in costante aumento, la Film commission che è la più attrattiva d’Italia. E di conseguenza la rinascita della produzione cinematografica e televisiva in una regione che ha visto nascere il cinema italiano, ma che poi l’aveva abbandonato per fare le cose. E adesso che “cose” sono da considerarsi anche i film e le serie televisive, che cosa è cambiato nel contesto produttivo, non solo piemontese, ma italiano? Ben poco, anche se questi indicatori ci dicono che forse questa è la direzione giusta in cui incanalare una ripresa industriale che, per tanti fattori, non sarà più soltanto di “oggetti fabbricati”. Il governo uscente ci lascia però dei “pezzi” importanti. Nati in un modo anomalo per la politica italiana. Sì, perché è successo anche qualcos’altro nella palude dell’audiovisivo italiano. Gli autori si sono scrollati di dosso i rituali del vecchio associazionismo, hanno creato un movimento che ha messo insieme diverse generazioni, diversi generi cinematografici, ha fatto crollare dorati isolazionismi e ha rigettato nel campo di chi decide le sorti del nostro paese due temi fondamentali: cultura e sviluppo; coniugando le due cose insieme e chiedendo che si cambi marcia nel considerare il mondo del cinema italiano. E, miracolo, una volta tanto la politica spettacolo ha calcato, questa volta non metaforicamente, le assi di un palcoscenico, si è confrontata con lo Spettacolo vero, che fino ad allora non aveva fatto molta politica, e dall’Ambra Jovinelli è uscita una inedita sfida che però, dobbiamo darne atto, ha dato dei frutti. Che ovviamente quasi nessuno conosce (la “nuova sinistra” imparerà adesso a comunicare?) ma che hanno stupito sia gli addetti ai lavori sia gli stessi politici. Si sono fatte delle cose (a detta anche di produttori pragmatici quanto disincantati) che non si erano fatte negli ultimi trent’anni, e per di più in pochi mesi. Dimostrazione che quando la società civile riesce a esprimere idee concrete e al passo con i tempi, forse anche i governi se ne accorgono.
Cosa si è prodotto? Una vera e propria rivoluzione secondo la stragrande maggioranza di coloro che fanno cinema in Italia, l’ennesimo pericolo per quella residua fascia di autori legati alla pellicola, alla sala, ai fondi statali, al cinema per se stessi. Si parla finalmente di tax shelter (defiscalizzazioni per chi, anche provenendo da altri settori industriali investe nel cinema e nell’audiovisivo), tax credit (credito di imposta, su investimenti futuri), cioè del reperimento di nuovi capitali che affianchino quelli pubblici, ancora indispensabili per un corretto posizionamento dell’industria audiovisiva in un panorama internazionalmente sperequato, ma che imprimano alle stanche ritualità della “confezione di un budget” quello che mancava: il capitale di rischio. O almeno una parte. Perché i vecchi registi, o parte di essi (interessante notare come siano espressione di quelle aree politiche che più sono state di freno all’innovazione nel passato governo) sono spaventati? Perché la logica che pure essi tengono a osannare quando si parla di cinema degli anni Sessanta ora li terrorizza. Eppure la storia tramanda di Antonioni che si vedeva strappare intere pagine di copione dal ricco formaggiaro della bassa che gli dava i soldi per film tutt’altro che “popolari”, o di Fellini maestro nell’intortare il bottegaio di turno a cui chiedere (il miglior insegnamento che un poeta può dare) l’Anticipo. Oggi questo schema disturba chi non vuole mettere in discussione le “proprie opere”, stimola chi ha imparato a coniugare buon cinema e capacità autoriali, con un racconto sanamente popolare.
Ma il governo uscente ci ha dato anche una nuova piattaforma su cui rivedere i rapporti tanto vituperati tra cinema e televisioni, con l’aggiunta dei famosi “nuovi canali”. Che vuol dire finalmente parlare di internet, satellite, iptv, telefonini. Anche qui, senza gli scandali e le demonizzazioni dei nuovi mezzi (ricordo ancora l’infausta battaglia della sinistra contro l’introduzione della tv a colori), ma mettendoli nel circuito virtuoso dell’uso-cinema-e-quindi-pago. Che serve agli autori, serve ai produttori, ma assicura sviluppo e redditività anche alle industrie di telecomunicazioni, che vedono oramai saturato l’uso primario dei loro canali. Già in Giappone e in Corea, oggi la cosa che si fa di meno con i telefonini è proprio telefonare.
E allora. Di nuovo in mezzo al guado? Per certi versi sì. Ci sono da scrivere i regolamenti di attuazione che daranno vita ai decreti della finanziaria, e questi sono “ordinaria amministrazione”. Ma si può ripartire da un gradino più alto. Certo, si può e si deve pensare che se torna il centrodestra queste potrebbero essere norme da abolire in fretta. Ma sul tax shelter, per esempio, anche buona parte della destra è d’accordo. Perfino l’onorevole Carlucci, tra un video sulle bellezze della natura e un servizio sul formaggio podolico, ne ha fatto la propria bandiera. E poi il palcoscenico dell’Ambra Jovinelli è pronto ad accogliere il ministro di turno con caldo sostegno, con proposte concrete, o con combattiva difesa degli obiettivi raggiunti fin qui. L’importante è non far rinascere, nella temuta eventualità, la sindrome del fortino da difendere. E cercare, per l’intanto, di formulare una piattaforma ben articolata, semplice e schematica, ma puntuale e stringente, da presentare ai canditati che vorranno capire che questo paese deve fondare la sua rinascita anche, se non sopratutto, sulla rinascita della cultura.

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