Il circo della politica

Se uno vuol capire come funzionano le campagne elettorali e i partiti all’epoca delle vocazioni maggioritarie deve andare a uno spettacolo del Circo Medrano. Il circo Medrano – ma qualsiasi altro circo, in verità – è una specie di enorme loft con un sacco di expertise e di intelligenze che lavorano fianco a fianco in estrema gioia, con la passione un po’ incosciente dei “diversi”. Diversi dalle procedure ingessate dei vecchi spettacoli dove esiste un copione fisso, senza scarti (guardate il teatro, per esempio). Al circo Medrano può succedere che quella sera il canguro non ne voglia sapere, e che quindi bisogna inventarsi un diversivo: ecco allora il pagliaccio che salta nel cerchio infuocato, e magari c’ha pure paura del fuoco. I circhi funzionano alla perfezione perché si lavora in squadra, le gerarchie e le rigidità si volatilizzano. Leggero. Ecco, il circo Medrano è un tutto unico, ma leggero, quasi anarchico.
Ma è anche un catch-all party, il circo Medrano (non per nulla, sui manuali, si parla anche di modello “big tent”). E la cosa si spiega senza ricorrere a Pagnoncelli o a Mannheimer. Certo, deve piacere innanzitutto ai bambini, lo zoccolo duro dell’elettorato. Ce ne sono a decine che seguono a bocca aperta le evoluzioni dei trapezisti, ma questo è risaputo. Però poi arrivano le giovani, bionde, sgambate assistenti dei giocolieri. E i papà puliscono le lenti degli occhiali. Per non parlare delle mamme, la cui propensione alla fedeltà elettorale è messa a dura prova dal giovanissimo contorsionista con gli occhi da cerbiatto.
Finché alla fine esce fuori lui, il domatore di leoni, e non c’è santo che tenga: il tendone è suo. La camicia morbida aperta poco sopra l’ombelico, la faccia sorridente e però ferma e proiettata verso il quarto d’ora cruciale in cui sarà lì dentro con quei micioni, obbedienti sì, ma fino a prova contraria. Il domatore non deve transigere e lo capisci da come fa schioccare la sferza mentre i bestioni fanno le piroette. Docili ma sospettosi, disponibili ma esigenti. Un’alleanza, quella tra l’uomo e la belva, che li rende quasi parenti, per quel quarto d’ora lì. Finché il più grosso, un magnifico esemplare di leone, depositario (secondo i più) dello spirito civile e animalesco della savana, un leone dallo sguardo in verità un po’ lesso che se ne era rimasto appollaiato lassù sulla pedana più alta, scende dabbasso e si stende come un tappetino ai piedi del domatore che gli si mette sopra quasi fosse un materasso. Il pubblico è in delirio, il leone se ne frega e già pensa alla razione doppia di carne che lo aspetta a fine spettacolo, belle bisteccone magre senza il grasso e il marcio degli sperperi delle macellerie del palazzo. Il domatore saluta tutti ringraziando con ampie volute delle braccia e tu pensi che tutto è possibile, tutto si può fare, se una fiera dalla animalità inaudita si riduce a farsi dare un bacio sulla guancia da uno con la camicetta di seta.
Intanto gli addetti alla sicurezza, con le loro uniformi rosse dagli alamari dorati, guardano dietro i baffetti il pubblico eccitato. Mentre tirano giù le ultime sbarre della gabbia pensano già alla prossima tappa del tour.

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