La crudele “nuova stagione” della musica

Perché, dopo che si è stati ad ascoltare musica ininterrottamente per circa trent’anni, si arriva al punto di non riuscire più a entusiasmarsi per nulla, o quasi, almeno per quel che riguarda la scena pop-rock, comprese le sue varianti fondate sull’elettronica? In parte è naturale, sicuramente. A una certa età non si può più essere facili agli entusiasmi. Si diventa rompiscatole, basta pochissimo per annoiarsi e con il passare degli anni la disponibilità alle aperture di credito verso ciò che è nuovo tende con una certa velocità a zero. Non appena si ascolta qualche novità, si tende a incasellarla nella categoria del già sentito. Molto appare come una rivisitazione o addirittura un riassemblaggio di vecchie idee e vecchi stili. Ciò che appartiene al passato appare quasi sempre migliore e infatti non è poca la gente che da un certo momento in poi decide praticamente di smettere di sentire cose nuove. Qualche antico fremito riappare solo quando una vecchia gloria decide di riproporsi con un nuovo album (un esempio recente per tutti: Bruce Springsteen) o quando gruppi sciolti già da qualche decennio decidono – quasi sempre sollecitati dal marketing discografico, quindi quasi sempre improvvidamente – di ricomporsi e ritornare sulla scena per riproporre le loro cose all’interno di una cornice temporale fittiziamente bloccata (esempio recente: i Genesis). Questo atteggiamento non ci piace e non ci interessa. Ci sentiamo distanti anni luce da proposizioni del tipo “ciò che è bello non è nuovo e ciò che è nuovo non è bello”. Ma allo stesso tempo non è facile non porsi il problema di ciò che ci appare sempre più come un’evidenza, e cioè che la musica dell’ultimo decennio, anno più anno meno, non sembra purtroppo destinata a lasciare tracce profonde, come è invece accaduto per importanti movimenti che hanno caratterizzato i decenni precedenti (la gara al ribasso è forse solo con i terribili anni 80). A differenza di quello che accadeva in passato, nella fruizione di molta della musica prodotta in questi anni si ha la sensazione che buona parte delle emozioni, se ci sono, si esauriscano già al primo ascolto. Si ascolta per la prima volta un pezzo e si ha la sensazione che tutto quello che c’è da cogliere venga colto subito. Quasi mai si crea la tensione del riascolto, dell’approfondimento, della scoperta graduale. Anni fa capitava con una certa frequenza di provare inizialmente la sensazione di aver capito poco di certa musica, ma in quel poco c’era la certezza che quella stessa musica ci avrebbe di lì a poco attratti, ricatturati. Qualcosa ritornava confusamente in testa, e lì nasceva il bisogno di approfondire, di dipanare un filo di cui non si era fin lì riusciti a intravedere lo sviluppo. Quello era di solito il segnale della “buona” musica, quella destinata a restare, a resistere al tempo, alle mode e alla nostra età. Questa sensazione è ormai quasi dimenticata, tutto sembra muoversi a un livello di superficie: si ascolta, ma si sa già che quello che si sta ascoltando è destinato a essere messo da parte molto in fretta. E quella che in molti casi si rivela come la verifica cruciale, e cioè il riascolto a qualche mese di distanza, fa subito emergere la pochezza di molta della produzione musicale odierna.
Si potrebbe obiettare che è la prospettiva da cui si guarda il fenomeno a essere scorretta in quanto superata dagli eventi, invocando argomenti che hanno innanzi tutto a che fare con il profondo cambiamento che ha investito tempi e modi della fruizione musicale. In questo c’è sicuramente del vero: andando in giro si ascolta musica un po’ dappertutto; tutto è spezzettato, individualizzato, decontestualizzato (si pensi solo all’intollerabile fenomeno delle suonerie dei cellulari); vinili e cd sono stati sostituiti dall’immaterialità di file che possono essere trasportati, trasferiti, inviati, utilizzati nei posti e nei tempi più disparati. La conseguenza è stata la totale disintegrazione della sacralità dell’“oggetto” musicale e della sua fruizione, elemento al quale pure in molti siamo stati profondamente affezionati. L’acquisto, la violazione del cellophane che non viene via, la creazione di condizioni ottimali per l’ascolto, il tempo rallentato, l’avere tra le mani qualcosa da sentire, da guardare e a volte anche da sfogliare, tutto appartiene a un passato in fondo prossimo che però ci appare tremendamente lontano. Ma anche lasciando da parte la sfera sentimentale, questi sono elementi alla fine non trascurabili perché destinati a incidere direttamente sui modi della produzione musicale. Accade così che nei confronti di musicisti non ancora affermati le case discografiche abbiano fretta, diventino tiranniche, lamentando una produttività bassa e tendendo a imporre ritmi di creazione del tutto innaturali (diverso è il discorso per i musicisti consolidati che spesso si giovano di apparati di produzione più o meno direttamente sotto il loro controllo). Insomma, per chi non è ancora affermato oggi è oggettivamente più difficile, anche se lo si volesse, battere strade impervie, rischiare, eventualmente sbagliare, rimanere nell’oblio per un po’ e poi ritornare. Piuttosto, capita che qualora si dia un’occasione – spesso alimentata da precise scelte di marketing – la si debba giocare bene, altrimenti si va fuori dal mercato, e probabilmente per sempre.
In passato il musicista era più libero di lavorare a un progetto senza particolari assilli. E questo portava alla creazione di opere organiche e fondamentalmente omogenee (si pensi ad esempio alla prassi dell’album concept). Oggi, invece, i dischi contengono non più di tre o quattro pezzi degni di nota, nella migliore delle ipotesi. E tra questi, molto spesso, c’è quello che con abbondante anticipo viene lanciato sul mercato per generare un effetto traino. Per gli altri brani, la sensazione è che siano una sorta di riempitivo. Come dire che è impensabile, tanto per fare un esempio, che oggi possa vedere la luce un album come “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, perfetto dalla prima all’ultima nota.
Da questo punto di vista tutto è cambiato, chi potrebbe negarlo. Ma poi, ritornando al punto, ci si chiede: è possibile appellarsi a questi elementi tutto sommato “esterni” per affermare che il problema attiene a una nostra incapacità di saper vedere il livello dell’attuale produzione come qualcosa di inscindibile dalle nuove modalità di creazione, da parte dell’artista, e soprattutto dalle nuove modalità di fruizione, da parte di chi ascolta e valuta? In altri termini, possiamo spiegare una certa bruttezza di ciò che di nuovo ci capita di ascoltare più o meno in termini di un’analoga bruttezza dei tempi che corrono? A essere sinceri, la risposta che ci verrebbe è no. Perché istintivamente ci riesce comunque difficile accettare che ciò che è accessorio alla creazione, ciò che appartiene alla categoria dell’estrinseco, con tutti i rischi di definizione del confine che passa tra interno e esterno, alla fine riesca a prendere in tale misura il sopravvento. Guardando ad esempio alla sola scena italiana, viene forse in mente qualche nome affermatosi negli ultimi dieci-dodici anni per il quale si possa andare oltre la considerazione di qualche singola canzone ben riuscita e pensare a un’intera carriera di prestigio, come è accaduto ad esempio per musicisti del calibro di Fabrizio De André o di Paolo Conte? Ci sembra che anche a questa domanda la risposta non possa che essere negativa. Decidendo di andare sino in fondo, però, ci si imbatte nel problema di come argomentare la tesi che sia il talento musicale a essere in fase stabilmente decrescente. E il terreno qui diventa particolarmente scivoloso.

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