Promemoria per discussioni approfondite

In un’intervista di oggi all’Unità – che lo definisce “fedelissimo del segretario” – Giorgio Tonini dice che Walter Veltroni ha fatto benissimo a proporre un congresso, perché “dobbiamo evitare un pericolo mortale: una lunga fase di mugugni e mezze recriminazioni, sassi lanciati e mani nascoste”. Pienamente d’accordo con lui, sottoponiamo il seguente articolo a quella “discussione ampia e approfondita” che tutti, a cominciare dal segretario, dicono di volere. Si tratta di un articolo a firma di Giorgio Tonini, uscito sull’Adige il 12 ottobre 2007, quando cioè mancavano ancora due giorni alle primarie del Partito democratico, Romano Prodi era ancora presidente del Consiglio, il centrosinistra era maggioranza in parlamento e lo stesso Veltroni era sindaco Roma. Così stavano le cose – sembra incredibile, non è vero? – soltanto sei mesi fa, tanto è successo in appena sei mesi: dal 14 ottobre 2007 al 14 aprile 2008 (al 28, volendo essere pignoli, con il ballottaggio di Roma). Invitiamo a leggere con attenzione, in particolare, la previsione di Tonini su cosa sarebbe successo a gennaio, dopo l’approvazione della finanziaria, qualora Veltroni avesse vinto le primarie del 14 ottobre, come poi è accaduto. Il titolo dell’articolo, ovviamente, è quello originale.

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Resettare la politica votando Veltroni

Ai lettori de «L’Adige», molti dei quali sono anche miei elettori, ho il dovere di parlar chiaro: dobbiamo andare a votare alle primarie del Partito democratico, domenica prossima, e dobbiamo votare per Walter Veltroni segretario, perché è necessario «resettare» il quadro politico italiano.
La politica italiana assomiglia sempre più ad un computer bloccato: inutile accanirsi sulla tastiera o sul mouse. Non resta che il pulsante «reset», per ripartire. Un’operazione rischiosa, qualcosa potrebbe andare perduto. Ma giunti a questo punto, non c’è altro da fare. Veltroni è il tasto «reset» del centrosinistra e della politica italiana.
L’operazione andrà fatta in gennaio e sarà un’operazione in tre mosse, in ordine crescente di complessità e rischiosità.
La prima mossa è già stata annunciata da Veltroni: se sarò segretario del Pd, ha detto il sindaco di Roma, il presidente Prodi avrà una delega in bianco per rifare il governo, dimezzando il numero di ministri e sottosegretari del Pd. Prodi ha detto giustamente che se ha dovuto varare un governo di 103 membri, il più pletorico della storia della Repubblica, è stato per l’ingordigia dei partiti, a cominciare da Ds e Margherita.
La novità è che Ds e Margherita a gennaio non ci saranno più. Al loro posto ci sarà il Pd, e il segretario del Pd, se sarà Veltroni, darà carta bianca al presidente del Consiglio per riorganizzare l’esecutivo, decidendo in assoluta autonomia chi tenere, chi mandare a casa, chi sostituire con chi. Un governo più asciutto, non solo è un segnale all’opinione pubblica che si cominciano sul serio a tagliare i costi della politica, ma è anche la premessa per affrontare con determinazione i problemi del paese.
Un governo pletorico è infatti un governo inefficiente, pensato più per distribuire il bottino della vittoria, che per combattere la buona battaglia delle riforme necessarie.
La seconda mossa riguarda proprio le riforme. Siamo a meno di un terzo della legislatura. Il nostro governare non può essere galleggiare. Il Paese ha bisogno di riforme profonde della macchina dello Stato. Ci vuole una strategia per abbattere il debito pubblico, ad esempio utilizzando il vasto e mal impiegato patrimonio dello Stato.
Ci vuole un impegno straordinario per riqualificare la spesa pubblica, che assomiglia ad un vecchio acquedotto, che perde più acqua di quella che distribuisce.
Ci vuole un nuovo patto fiscale coi cittadini, all’insegna del «pagare meno, pagare tutti».
Ci vuole un grande sforzo di riorganizzazione di interi comparti del sistema pubblico, per i quali l’Italia spende tanto quanto gli altri Paesi europei, ma con risultati che è imbarazzante confrontare: basti pensare alla giustizia, a quanto ci costa in proporzione al pil e alla durata media dei processi…
Per far ripartire, in modo aggressivo, la strategia delle riforme, non basta un governo più snello e scattante, è necessario «resettare» la maggioranza. Anche su questo punto Veltroni ha detto cose chiare e precise: fin qui il bipolarismo si è basato su due coalizioni programmate più per raccogliere forze «contro» lo schieramento avversario (contro Berlusconi, o contro i «comunisti»), che per mobilitare energia «per» governare e riformare l’Italia.
Con il Pd ci sarà un nuovo bipolarismo: non più coalizioni sterminate e programmi generici, ma programmi chiari e coalizioni coerenti coi programmi.
Se Veltroni sarà segretario, a gennaio, dopo l’approvazione della finanziaria, il Pd chiederà a Prodi un chiarimento politico e programmatico nella coalizione: un programma essenziale di cose da fare, in modo convinto e disciplinato, nei prossimi tre anni.
Altrimenti, meglio staccare la spina e tornare al voto. E stavolta, qualunque sia il sistema elettorale, il Pd si presenterà al giudizio degli elettori soltanto con gli alleati con i quali sia possibile lavorare in modo serio e costruttivo: anche a costo di andare da solo.
Terza mossa: le riforme elettorali e costituzionali.
A fine gennaio la Corte costituzionale si pronuncerà sull’ammissibilità dei referendum sulla legge elettorale. Se il semaforo della Consulta sarà verde, il Parlamento avrà poche settimane di tempo per trovare l’accordo su una riforma, altrimenti si andrà a votare il referendum.
Al momento, un accordo sembra lontano e difficile: i partiti piccoli faranno le barricate per evitare una legge elettorale che ne riduca il potere di ricatto.
Piuttosto che il referendum, ha detto ad esempio Mastella, meglio le elezioni anticipate.
D’altra parte Forza Italia, che in astratto potrebbe essere interessata ad un accordo col Pd per una legge elettorale che rafforzi la stabilità dei governi, non sembra al momento voler prendere in considerazione altro scenario che quello di un rapido ritorno alle urne: l’unico che consentirebbe a Berlusconi di mantenere la leadership del centrodestra.
Ci vorranno quindi tutta l’autorevolezza e la capacità politica di Veltroni per guidare il Pd in un passaggio così difficile. Un passaggio nel quale è in gioco la possibilità di «resettare» il sistema politico italiano, attraverso adeguate riforme elettorali e costituzionali.
Ma nel quale è tutt’altro che ipotetico il rischio di dover affrontare, nelle condizioni peggiori, la fine anticipata della legislatura e una nuova campagna elettorale.
Con tutta la stima e l’amicizia per Enrico Letta e Rosy Bindi, è di un leader come Veltroni che il Pd ha oggi bisogno.

Giorgio Tonini

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