Il Pd, la piazza e i “riformisti pro forma”

Le discussioni di questi giorni attorno al corteo della Fiom presentano spesso una curiosa caratteristica: prescindono completamente dal merito. Di tutto si parla, a proposito di quell’imponente mobilitazione, meno che del suo oggetto e delle sue motivazioni, sindacali, economiche e politiche. Un modo di discutere ben singolare, di cui il centrosinistra offre esempi particolarmente surreali, simili alla stanca replica di una recita di Natale quando ormai è già estate: il riformista fa la parte del riformista, il radicale quella del radicale, senza che quello che nel frattempo è accaduto in Italia e nel mondo interferisca mai nella messa in scena, nemmeno per errore. Che a Pomigliano Sergio Marchionne si sia limitato a domandare gentilmente un po’ più di puntualità agli operai o che invece abbia chiesto loro l’applicazione integrale della sharia islamica, fa lo stesso. Che da quel momento in poi gli industriali abbiano cominciato a chiedere a gran voce il diritto di non mandare il panettone ai lavoratori in occasione del Santo Natale o invece la facoltà di sottoporli a pene corporali quando ne abbiano voglia, e se del caso scuoiarli vivi, non fa alcuna differenza. Non cambia nulla, nella logica e nella dinamica di quelle discussioni, perché nulla quelle discussioni hanno a che fare con ciò che sta succedendo. La recita prosegue identica a se stessa, secondo il copione fissato negli anni Novanta, e nulla viene toccato nemmeno nei riferimenti storici: le grandi novità politiche cui adeguarsi sono ancora e sempre Tony Blair e Bill Clinton, sebbene siano ormai entrambi incanutiti conferenzieri; il passato da cui emanciparsi è ancora e sempre la famigerata Prima Repubblica (seppellita quasi vent’anni fa), o per essere più precisi il Caf degli anni Ottanta (e da oggi fanno più o meno trent’anni). Un dibattito surreale, puramente formale, a tratti quasi estetizzante, in cui si sono immersi con foga tanti dirigenti del Pd: da “riformisti per forza”, secondo la definizione coniata a suo tempo da Nicola Rossi, a “riformisti pro forma”. L’unico problema è che nel frattempo, in Italia e nel mondo, le cose sono cambiate, e anche parecchio.
Vorrà pur dire qualcosa, per fare un solo esempio, che il leader del partito laburista britannico si chiami oggi Ed Miliband (e non Tony Blair), che abbia sconfitto il fratello David proprio sulla base del diverso giudizio sul blairismo, che abbia vinto grazie all’appoggio decisivo dei sindacati e che la proposta e lo slogan principale della sua campagna congressuale fosse “salario minimo”? Una bella differenza rispetto ai tempi di Blair, il cui erede designato era infatti David Miliband, considerato da sempre e fino alla vigilia del voto più che favorito. Eppure, inaspettatamente, battuto. Come mai? Come si spiega un così improvviso e così radicale cambiamento nella politica, nei referenti sociali e persino nel lessico del partito laburista e della sua base?
Per rispondere in modo esauriente a questa domanda occorrerebbe un’analisi approfondita, che ci porterebbe fuori tema e che richiederebbe tutto uno studio a parte. Ci limitiamo pertanto ad azzardare un’ipotesi. E la nostra ardita ipotesi è che una simile svolta abbia qualcosa a che vedere con la crisi economica mondiale in corso, che non ha travolto soltanto il fior fiore delle istituzioni finanziarie anglo-americane, ma anche, e forse innanzi tutto, la teoria economica e politica che ne aveva insieme favorito e giustificato l’egemonia mondiale.
Da allora, a cominciare dagli Stati Uniti di Barack Obama, ha preso avvio in tutto il mondo un radicale ripensamento degli assunti e delle formule invalse negli anni Novanta. Del resto, dopo aver visto quegli stessi manager che avevano portato le proprie banche al collasso andarsene a casa con premi miliardari, o magari restare al comando guadagnandoci anche più di prima, era difficile bersi ancora il ritornello sul sistema perfetto, che meglio di ogni altro sa dove “allocare le risorse” nel modo più razionale. In questi vent’anni, caso strano, le retribuzioni dei manager non hanno fatto che aumentare, al contrario dei redditi da lavoro. E assieme al reddito, nei paesi avanzati, il lavoro ha perso diritti e garanzie che si ritenevano ormai acquisiti. Un impoverimento che in Italia è stato a lungo giustificato, anche a sinistra, con l’argomento che su questa strada, attraverso la cura della flessibilità e del mercato, il paese avrebbe ripreso a crescere (e della crescita avrebbero beneficiato tutti); i giovani avrebbero avuto forse meno certezze, ma anche più spazio e maggiori occasioni; la società italiana nel suo complesso sarebbe stata insomma più aperta e in fondo anche più giusta. Dopo vent’anni, vent’anni in cui l’Italia è stata governata più o meno per lo stesso tempo da centrodestra e centrosinistra, ma sempre nel quadro di questa cornice politico-culturale condivisa, è venuto il momento di tirare un bilancio. Un’operazione che non richiede molto tempo né molte altre parole. Il risultato è infatti sotto gli occhi di tutti e ognuno può giudicare da sé, purché si fermi solo un momento a rifletterci.
Cosa c’entra tutto questo con l’accordo di Pomigliano e con lo scontro che ha opposto in questi mesi la Fiat di Sergio Marchionne alla Cgil? Niente di niente. E proprio questo è il punto. Solo in Italia, tra tutti i paesi occidentali, il dibattito è rimasto imprigionato negli schemi di quindici anni fa, come se nulla fosse accaduto nel frattempo. In nessun altro paese occidentale sarebbe immaginabile che a sinistra si sostenesse ancora la necessità di adeguare salari e diritti dei lavoratori agli standard sloveni, polacchi o cinesi, per non perdere competitività e conservare i posti di lavoro. Anzi, in buona parte dei paesi occidentali, sarebbe difficile immaginare persino che a sostenerlo fosse la destra.
Rimettere in discussione anche in Italia i caposaldi del pensiero politico di questi vent’anni è operazione non facile né indolore, ma improrogabile. E proprio le reazioni alla manifestazione della Fiom e il dibattito che ne è nato nel centrosinistra, e in particolare nel Pd, lo dimostrano con drammatica evidenza. In questo dibattito, tra l’altro, si è sostenuto che il Pd non dovrebbe scegliere tra i sindacati, tra Cgil da un lato e Cisl e Uil dall’altro. Una posizione comprensibile, a condizione che si parli di scelte pregiudiziali. A condizione cioè che il Pd conservi intatto il suo diritto a esprimere il proprio favore alla contrattazione aziendale (cara alla Cisl) e anche a una legge sulla rappresentanza (cara alla Cgil), come ha fatto in questi giorni Pier Luigi Bersani. E così possa domani prendere una posizione più netta e più dura nei confronti di chi dica, come ha fatto di recente il segretario della Cisl, che ci vogliono “dieci, cento, mille Pomigliano”, e al tempo stesso incalzare la Cgil perché non mostri la minima tolleranza nei confronti dei suoi quadri colpevoli anche solo del più lieve tra gli atti di intimidazione che si sono visti in questi giorni nei confronti degli altri sindacati. Se è questo che s’intende con l’affermazione che il Pd non deve scegliere tra i sindacati, nulla quaestio. Altro conto, però, è sostenere che il Pd dovrebbe essere “equidistante” tra i sindacati e la Confindustria. Una sciocchezza che non si sarebbe potuta dire nemmeno della Dc di Amintore Fanfani. E che rischia di alimentare una pericolosa confusione.
D’altra parte, dopo aver letto i commenti apparsi in questi giorni sui grandi quotidiani, e soprattutto le dichiarazioni dei tanti dirigenti del Pd che si preoccupano di un inesistente collateralismo con la Fiom, viene da pensare che il rischio più insidioso e preoccupante, semmai, sia quello del collateralismo con la Fiat.

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