Amici, compagni e Fioroni

Da mesi un certo numero di amministratori, dirigenti e parlamentari del Pd passa il tempo ad analizzare pubblicamente i mali del proprio partito. Spesso, il primo di questi mali è da loro individuato nella scarsa compattezza del gruppo dirigente.
Tra tanti solleciti analisti, negli ultimi tempi, Beppe Fioroni si è imposto per assiduità e impegno, prevalendo di misura anche su rivali volenterosi e pugnaci come Sergio Chiamparino. Quale sia esattamente la posizione di Fioroni, però, non è chiaro: un giorno contesta i troppi ammiccamenti a Pier Ferdinando Casini e all’Udc, un altro giorno contesta i troppi ammiccamenti alla Cgil e alla sinistra radicale. A volte dice che nel Pd non si sente a casa, che lo vogliono cacciare, ma che lui non ci pensa nemmeno ad andarsene; altre volte che non solo ci pensa eccome, ma che sarebbero in tanti a seguirlo, qualora se ne andasse davvero.
Non bisogna prendersela troppo. In fondo, il comportamento di Fioroni è analogo a quello dei tanti esponenti del Pd o del centrosinistra che di volta in volta, con maggiore o minore scaltrezza, hanno occupato una simile posizione di frontiera. E’ un mastellismo che finora non sembra aver portato fortuna ai suoi interpreti, ma che rappresenta nonostante tutto un fenomeno ricorrente, dunque un problema politico, non riducibile a questioni personali.
Da tempo il Partito democratico sembra accusare però una particolare difficoltà nell’affrontare questo genere di problemi. Basta ricordare il caso della surreale polemica sollevata attorno all’attore Fabrizio Gifuni, che a un’iniziativa del Pd aveva osato rivolgersi alla platea con la parola “compagni”. In quell’occasione, mentre fior di dirigenti e commentatori si accapigliavano sulla spinosa questione vocativa dalle pagine dei giornali, un amico ci ricordò che alle assemblee delle Acli, negli anni Settanta e Ottanta, si era soliti rivolgersi alla platea con un semplice “amici e compagni”, e a nessuno era mai nemmeno venuto in mente che fosse un problema meritevole di attenzione. Del resto, anche allora, anche nelle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, c’erano uomini di frontiera e dall’incerta collocazione, e forse Pier Luigi Bersani dovrebbe prendere esempio proprio dall’allora presidente delle Acli, Domenico Rosati, e cominciare ogni suo intervento come faceva lui, con un ecumenico: “Cari amici, cari compagni e caro Fioroni”.
Sotto la scorza delle polemiche pretestuose resta però il problema politico, che non sta negli “uomini di frontiera”, ma nelle frontiere. Il Partito democratico non sembra essere ancora riuscito a definire i propri confini, tanto meno a ottenerne il riconoscimento da parte delle potenze vicine, che su quei confini non perdono occasione per lanciare continue provocazioni. Per questo ai suoi vertici rischia di riemergere sempre la tentazione della stretta autoritaria, giustificata dalla minaccia esterna, dal nemico alle porte e dalle quinte colonne all’interno. Così però il Pd finirebbe per dare ragione, ex post, persino alle più pretestuose e infondate tra le accuse ricevute sin qui, e per favorire tutte le manovre ostili. Non sarebbe soltanto una scelta sbagliata in linea di principio, e già pagata cara a suo tempo, ma anche controproducente.
La verità è che il Pd ha bisogno di discutere di più, non di meno, ma discutere sul serio. Meno propaganda e più confronto, sulle opzioni di fondo, sulla strategia, sugli obiettivi ultimi e sulle loro premesse politico-culturali. Perché è sulle scelte di fondo che nel partito è da tempo emersa una profonda divaricazione, e non la si può rimuovere. O si è capaci di affrontarla con una discussione aperta e sincera, come si conviene tra “amici e compagni”, o restaranno soltanto i Fioroni.

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