Un pomeriggio a sinistra

Passano due minuti – quelli sufficienti a pentirsi di non essere daltonico davanti al maglioncino viola da boy scout di sinistra di Matteo Renzi, quelli necessari a farsi una ragione dello show di modernismo percepito rappresentato dai due Mac esibiti come totem sulla scrivania degli organizzatori – per sentire l’espressione “doparie”, seguita (cinque minuti dopo, come da copione) da una dissertazione sulle “linee di crescenza delle città, per riallineare i pianeti in una cosmogonia”. In dodici minuti l’assemblea dei rottamatori manda in pensione la classe dirigente del Partito democratico e il rispetto per la lingua italiana: forse il rinnovamento tanto sbandierato richiede anche questo.
Nella sezione di Rifondazione Comunista di via Barona, a Milano, i minuti necessari a strabuzzare gli occhi sono più o meno gli stessi: dopo un’infilata di richiami alla lotta di classe ascolto un uomo chiedere chi fossero quei quattro ragazzi seduti là nell’angolo, e il suo interlocutore rispondergli: “Non li conosco, sono compagni molto più a destra di me, rappresentano posizioni criptovendoliane nelle quali non mi riconosco”. Mi sposto di una quindicina di metri, al centro della piazza di periferia nella quale Stefano Boeri presenterà di lì a poco la sua candidatura a sindaco agli abitanti del quartiere, e ascolto dialoghi di semplice, banalissima normalità: gli affitti alti, i mezzi di trasporto che mancano, il gommista che racconta del blocco delle consegne da parte della Goodyear.
Penso ai rinnovatori di Stazione Leopolda e agli alfieri della classe operaia del Barrio’s che si interrogano pensosamente sulla riunificazione dei partiti della “vera” sinistra. Penso alle persone che mi stanno intorno, che non hanno nessuno che parli la loro lingua – né i leader impegnati a discutere i massimi sistemi, né i loro rappresentanti sul territorio imprigionati in polverosi slogan da terza internazionale, o da terza via blairiana fuori tempo massimo, spesso con la stessa anelasticità mentale. Penso alla tentazione che serpeggia sottopelle, quella di fermare questo profluvio di parole dicendo: “Ti prego, parla come mangi”. E ai rischi che soddisfare questa tentazione porta con sé: il rischio di trovarsi quasi senza accorgersene in sintonia con chi volutamente gioca al ribasso di tutto – delle parole, dei comportamenti, degli obiettivi. In sintonia, insomma, con quelli dei trecentomila fucili e con quelli che meglio guardare le belle ragazze che essere gay. Sarebbe bello, mi dico, avere una neolingua forte, coinvolgente, esaltante, immaginifica: ma le parole riflettono il pensiero, e se il semplice buon senso non paga – oltre a non essere sufficiente – sono in troppi a pensare solo in favore di telecamera. Persino i comunisti.

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