Chi ha fatto (e chi paga) il debito pubblico

La ricostruzione fornita oggi su Libero da Franco Bechis circa la cronologia del debito pubblico italiano – sotto il sobrio titolo: “Ecco chi ci ha rovinato” – può colpire per la sua particolare tendenziosità, ma non può stupire: il giornale guidato da Maurizio Belpietro, al pari di tutti gli altri quotidiani, segue una linea editoriale ben precisa, sfruttando notizie e ricostruzioni storico-economiche allo scopo di sostenere o giustificare determinate scelte, e condannarne altre. L’obiettivo in questo caso sembra triplice: negare che le maggioranze di centrosinistra abbiano ridotto il debito pubblico, sostenere che i governi tecnici si siano rivelati peggiori dei tanto deprecati governi della Prima Repubblica e relativizzare l’enorme aumento dello stock di debito che si è registrato sotto i governi Berlusconi. Ma il tentativo di condurre un’analisi meramente contabile e a-storica risulta davvero incredibile, soprattutto da parte di chi per anni ha giustificato fallimenti e insuccessi del centrodestra chiamando in causa nemici esterni, contingenze internazionali, guerre, terremoti e attacchi terroristici. Così come suona eccessivamente populista, persino per Libero, il tentativo di attribuire l’esplosione del debito pubblico italiano esclusivamente a scelte politiche di una classe dirigente preoccupata di non compromettere il consenso delle proprie clientele elettorali.
Bisognerebbe piuttosto prendere atto del fatto che l’indebitamento italiano è il risultato – più che la causa – di una vicenda storica e di un modello di sviluppo che ha caratterizzato l’Italia per molti decenni. Se infatti negli anni Sessanta l’economia nazionale era riuscita a integrarsi nel mercato comune europeo senza le difficoltà che molti commentatori del tempo segnalavano, questo avvenne per le particolari contingenze storiche di quel periodo: il rilancio kennediano prima e il conflitto vietnamita poi avevano creato condizioni vigorosamente inflazionistiche nell’economia mondiale, in cui c’era posto per le esportazioni di tutti, anche per i paesi meno competitivi. Una situazione che perdurò, pur fra mille scossoni, fino al 1979, anno in cui venne costituito il Sistema monetario europeo (Sme).
La svalutazione che dal 1971 aveva tenuto in piedi le imprese italiane, anche se le aveva portate sulla soglia della vendita forzosa alle banche loro finanziatrici – come Guido Carli avrebbe denunciato, con amara ironia – andava dunque in soffitta, almeno fino al 1992. Non così il debito pubblico, che in quegli anni giocò un ruolo da protagonista per riassorbire le difficoltà che la nostra economia incontrava per competere sui mercati internazionali, specialmente dopo l’abbandono della svalutazione come strumento di politica economica. La stretta monetaria richiesta dall’adesione allo Sme e il cambio fisso rispetto al marco tedesco e al franco francese portavano in breve a una profonda ristrutturazione delle imprese del centro-nord, specie di quelle maggiori, e al pesante ridimensionamento, se non addiritura alla chiusura, di molti stabilimenti nel Mezzogiorno.
L’altra faccia della politica del rigore monetario fu la perdita di milioni di posti di lavoro, il pre-pensionamento di milioni di lavoratori e il conseguente sfascio degli istituti previdenziali a cui doveva far fronte la finanza pubblica. Solo l’arrivo di una fase di discesa dei prezzi del petrolio salvava l’Italia da un destino peggiore, almeno per quanto riguarda il secondo quinquennio degli anni Ottanta. La quiete comunque durò poco. La scelta della Germania di alzare i tassi di interesse per finanziare la riunificazione tedesca, infatti, fece piombare l’Italia in una gravissima crisi valutaria. Crisi che a sua volta – complice la contemporanea crisi politica – fece esplodere lo stock di debito pubblico.
Se ci sono responsabilità dei governi tecnici, queste sono riconducibili a due precise scelte: un processo di privatizzazione affrettato e assai poco meditato di quasi tutti i campioni nazionali, con conseguenze deleterie per un sistema economico che vedeva nell’industria pubblica l’unico comparto operante in settori ad alto valore aggiunto e nella ricerca applicata, capace di generare esternalità positive per tutta la struttura produttiva, e la scelta di traformare la struttura del debito pubblico a favore dei titoli a cedola fissa (Btp) proprio quando i prezzi del reddito fisso cominciavano a ballare sempre di più sui mercati internazionali, complici le scelte di portafoglio degli investitori istituzionali anglosassoni. L’Italia che negli anni Settanta aveva scoperto l’uovo di Colombo, i Cct venduti direttamente alle famiglie italiane, che sono le primatiste mondiali del risparmio, decise di buttarlo via, nel vano tentativo di tornare a un sistema finanziario ortodosso, proprio quando gli eventi del mercato internazionale ne avrebbero richiesto l’uso, costringendoci a pagare un prezzo in termini di stabilità e di rischiosità del nostro debito.
Un grande merito dei governi del centrosinistra degli anni Novanta fu l’aver capito che quello che era rimasto del modello di sviluppo italiano dell’ultimo trentennio non era più sostenibile e che quella vecchia Italia – un enorme blocco sociale cresciuto sul debito, sulla valuta debole, sull’evasione fiscale e sulla rendita – non avrebbe avuto alcun futuro. L’aggancio all’euro e all’Unione europea furono un modo per instradare il paese su un nuovo sentiero di crescita. Il problema, semmai, fu la scarsa consapevolezza di quanto una simile scelta avrebbe richiesto in termini di politiche industriali e di attenzione a quel mondo del lavoro che, privo di argini sufficientemente elevati e di un adeguato sistema di tutele, avrebbe finito per trovarsi caricato sulle spalle l’intero costo dell’operazione. Problema antico, ma sempre attuale. E la vicenda Fiat di queste ultime settimane è lì a ricordarcelo.

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