Meno ai padri, peggio ai figli

Non c‘è dubbio che lo slogan “meno ai padri, più ai figli” abbia una sua efficacia. L’idea di togliere ai padri ultra-tutelati per dare ai figli non-tutelati evoca a un tempo l’idea di redistribuzione (una sorta di lavorare peggio ma lavorare tutti) e la solidarietà dei genitori verso i figli, e quale padre non si sacrificherebbe per il figlio? E se non bastasse, c‘è anche un velato richiamo alla rivolta generazionale, i figli che si prendono ciò che i padri non vogliono lasciare.
In realtà la tesi di chi vede nella condizione di scarsa tutela dei giovani il riflesso di un eccesso di tutele alla generazione meno giovane, tesi rilanciata qualche giorno fa sul Corriere della sera da Pietro Ichino, Luca di Montezemolo e Nicola Rossi, è equivoca e fuorviante. Parlando di tutele ci riferiamo infatti a vincoli e norme, e l’analogia con una risorsa disponibile in quantità data e soggetta a rivalità (più a te significa meno a me), che debba quindi essere distribuita, non sembra adeguata né sul piano logico né su quello fattuale. Che senso avrebbe dire che una maggiore tutela urbanistica delle periferie è possibile solo eliminando i vincoli nel centro storico? O che per ridurre il limite di velocità in autostrada è necessario aumentarlo nelle strade statali?
Sappiamo che i diritti tendono a crescere in modo solidale, che in qualche modo tutela chiama tutela, che essi traggono forza dalla loro indivisibilità e dal fatto di essere applicati in modo quanto più possibile esteso e uniforme. Il sospetto è che nella richiesta “meno diritti ai padri, più diritti ai figli” ciò che veramente conta sia il primo dei due termini: a far problema non sarebbe cioè la precarietà di chi è “fuori”, bensì le tutele di chi sta “dentro”, prima fra tutte quella relativa ai costi di interruzione del rapporto di lavoro. È una tesi che ci viene riproposta da almeno un ventennio: il freno alla crescita dell’Italia e dell’Europa intera sarebbe l’eccesso di regolamentazione del mercato del lavoro. Solo rendendo più fluido tale mercato, aumentandone la concorrenzialità, favorendo la mobilità dei lavoratori da un impiego all’altro, o dalla condizione di impiego a quella di disoccupazione e viceversa, sarebbe possibile rendere dinamico il sistema, aumentare la produttività e rendere le nostre imprese competitive sui mercati internazionali.
Benché popolare anche in ambito accademico per la sua coerenza con una certa visione del mercato del lavoro, la tesi è debole innanzi tutto sul piano dell’evidenza empirica; l’argomento principale a sostegno è stato per anni il confronto tra la performance dei paesi supposti “rigidi” e quella delle economie caratterizzate da mercati di lavoro meno regolamentati: gli Stati Uniti ma anche, all’occorrenza, Spagna e Irlanda. Tutto ciò prima che tali paesi fossero investiti, non a caso più duramente degli altri, dalla recente crisi.
Il presupposto è la convinzione che la produttività del lavoro possa essere aumentata favorendo più marcati differenziali stipendiali (e quindi anche maggiori diseguaglianze), tali da fornire adeguati incentivi individuali a chi può acquisire le competenze richieste dal mercato, e tali da rendere meno costoso il lavoro di chi a queste competenze non ha accesso (idea che nel linguaggio corrente viene brevemente riassunta con il termine “meritocrazia”).
Ma non è solo questo; che lo si dichiari o no, è ovvio a tutti che un arretramento sul piano dei “diritti” comporterebbe un mutamento di forza contrattuale nell’ambito delle relazioni industriali, e quindi una probabile riduzione del costo del lavoro via riduzione delle retribuzioni. Non ci vuole molta malizia per leggere proprio questo nell’affermazione che una riforma strutturale del mercato del lavoro porterebbe ad aumenti di competitività.
E invece dovremmo avere ormai capito che per l’Italia la concorrenza al ribasso sui costi del lavoro porta a vantaggi effimeri per le imprese, e che non è aumentando il grado di “liquidità” del lavoro che lo si rende più produttivo. La produttività del lavoro è principalmente determinata da investimenti in capitale fisico e umano; se il lavoro produttivo richiede investimento sia da parte del lavoratore che dell’impresa, esso non può avvenire nel contesto di una relazione dall’orizzonte temporale incerto. Ciò che serve è al contrario la stabilità della relazione di lavoro: un punto riconosciuto peraltro anche nel citato articolo di Ichino & C., quando viene citata l’affermazione del governatore Draghi che la precarietà «indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità». Ciò è vero in particolare per quei paesi che, come l’Italia, devono contare primariamente sull’innovazione di prodotto e processo che si realizza all’interno dell’impresa. La ricerca di relazioni stabili tra impresa e lavoratori potrebbe semmai spingere a puntare verso forme di coinvolgimento di questi ultimi nella missione di impresa, proprio il contrario dell’aumento della liquidità del lavoro. D’altra parte, il paese che da qualche tempo in qua viene citato a esempio, la Germania, mantiene tuttora il suo modello a basso turnover del lavoro, e ha puntato invece sulla “flessibilità interna”, che è cosa ben diversa da ciò che viene proposto dai liberalizzatori nostrani.
Che il vero problema non sia eliminare le norme che ostacolano la flessibilità in entrata e uscita, come invece vorrebbe una certa versione della proposta di “contratto unico”, lo dimostra d’altronde il fatto che il massimo ricorso a forme di contratti atipici si ha per le imprese con meno di 9 dipendenti, per le quali non si applica il famigerato articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Vale a dire che tra i motivi dell’esplosione delle forme di precariato il principale non sembra essere la richiesta di maggiore flessibilità in uscita. Molto più rilevante è piuttosto la presenza di un vero e proprio incentivo fiscale al ricorso al lavoro precario, che attualmente paga contributi significativamente inferiori rispetto al lavoro a tempo indeterminato. Se questo è vero, colpisce nel segno la proposta avanzata dal Partito democratico che punta, oltre che a una riduzione della varietà di forme contrattuali atipiche, a un riallineamento dei contributi a un livello intermedio che sia lo stesso per tutte le tipologie contrattuali. L’obiettivo è quello di indurre le imprese a ricorrere alla flessibilità in entrata/uscita solo quando c‘è un’effettiva necessità organizzativa, e non come forma di elusione contributiva.
Nel dibattito fuori e dentro il Pd la differenza è in fondo qui: tra chi pensa che il livello di flessibilità (e precarietà) raggiunto nel nostro mercato del lavoro sia un’acquisizione tutto sommato positiva, che va certo regolarizzata ma pur sempre accettata e anzi estesa alla generalità dei lavoratori; e chi ritiene che con la flessibilità si sia andati ben più in là di quanto sia auspicabile e coerente con il modello di sviluppo adeguato al nostro paese, e che si debba, quale condizione preliminare ad una ridefinizione del diritto del lavoro, riportare il fenomeno del lavoro precario a una dimensione fisiologica. Ma il dibattito riflette in modo più o meno consapevole una contrapposizione più profonda. Quella tra chi pensa che il diritto debba assecondare passivamente l’evoluzione della tecnologia e delle spinte di mercato, fidando nel fatto che l’economia troverà da sola la sua strada; e chi è consapevole che l’insieme dei diritti e delle istituzioni sia esso stesso una determinante della direzione dello sviluppo, e vada quindi utilizzato per indirizzare l’economia sul sentiero più consono alle aspirazioni di una collettività. Ciò che distingue la sinistra, ogni sinistra, dalla destra, è l’adesione a questa seconda prospettiva.

   
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