Viandante sul mare di nebbia (Caspar David Friedrich)
[foto di Taran Rampersad]

Per il Pd è l’ora dell’irresponsabilità

“La serietà al governo”. Così era scritto nel 2006 sui manifesti della campagna di Romano Prodi, capo di una coalizione che peraltro di serio aveva ben poco da offrire, composta com’era da una miscela che comprendeva i più vieti demagoghi (Antonio Di Pietro, i Verdi di Pecoraro Scanio) e i più spregiudicati trasformisti (Clemente Mastella, Lamberto Dini, eccetera). Da quella campagna prodiana, funestata dallo scomposto presenzialismo di Fausto Bertinotti, uscì una massa di voti importante (circa 19 milioni), vetta massima di consenso al centrosinistra, che si tradusse però in una vittoria mutilatissima. Il richiamo di Prodi alla serietà ebbe una sua forza agli occhi di una nazione che usciva stordita dal carnevale berlusconiano della legislatura 2001-2006, ma si rivelò una proposta politica troppo esigua per impedire al Cavaliere di guadagnare un pareggio nelle urne.

Paradossalmente Pier Luigi Bersani, cioè il leader che più (e bene) ha lavorato per costruire una coalizione plurale che non replicasse però i vizi della fu Unione, ha scelto di proporre al Paese la medesima parola d’ordine di sette anni prima: la serietà. “Non faremo annunci”. “Niente promesse mirabolanti”. “Non inseguiamo Berlusconi”. Un piccolo florilegio di dichiarazioni di Bersani in campagna elettorale. Tutto molto responsabile. Tutto serissimo. Solo che stavolta, a differenza del 2006, il Paese non usciva da un quinquiennio carnevalesco, bensì da un anno e mezzo di durissima quaresima. E la serietà è suonata a molti elettori come un programma mesto e punitivo. A tanti, addirittura, è parsa un sinonimo furbo di rinnovata austerità, sulla falsariga di un esecutivo Monti che, dopo una partenza promettente, si è arenato in un lungo stallo, tra le velleità politiche del presidente del Consiglio e le inoperose gaffe di qualche ministro. (Bisognerebbe a questo punto riavvolgere il nastro degli ultimi sedici mesi di eventi, a caccia degli errori che il Pd può aver commesso dal giorno delle dimissioni di Berlusconi a quelle di Mario Monti, il cui insediamento a Palazzo Chigi è stata operazione costruita in buona parte dai vertici democratici, ma il flashback ci porterebbe lontani dal ragionamento che si vuole fare qui. Magari ci torneremo in un’altra occasione).

Insomma, Bersani era senz’altro il candidato premier più serio tra quelli in lizza. Ma la risposta della maggioranza degli elettori è stato un sonoro: e allora? Non ci basta. Anzi, visto quanto accaduto con Monti, la serietà ci allontana, ci deprime, quasi ci spaventa. Il vizio capitale della classe dirigente del centrosinistra targata Seconda Repubblica, ovvero vantare la qualità di bravi amministratori a scapito dei contenuti (in fondo si trattava di un maldestro tentativo di adeguarsi alla demenziale parola d’ordine della società civile post Tangentopoli: votare le persone prima che i partiti), ha fatto capolino anche nella campagna di Bersani. Dopo Monti, la serietà doveva essere una precondizione del programma di rottura, non l’asse portante del messaggio democrat.

Bersani, che non avrà le stimmate del leader carismatico, ma è uomo intelligente oltre che preparato, ha riconosciuto il difetto nell’adeguare il messaggio del Pd a questa fase di rivoluzione. Troppo debole, e timida, la proposta di cambiamento offerta al Paese. E la lapide alla linea della serietà l’ha messa Bersani stesso, quando nella prima conferenza stampa post-voto ha spiegato che il piano d’azione che intende proporre dopo aver ricevuto l’incarico di formare un governo conterrà proposte più radicali di quelle comprese nel programma ufficiale. Un riconoscimento esplicito dell’errore strategico commesso in campagna elettorale, ben più importante dell’ovvia ammissione della mancata vittoria.

Il riposizionamento di Bersani fa giustizia di un primo luogo comune che sta impestando i commenti post-elettorali (sul secondo, Matteo Renzi, arriveremo tra poco), quello secondo cui non c’è niente da fare, l’Italia è un paese di destra (variante: è un paese di stupidi, ma è la stessa solfa). Giustamente, Bersani dice no, queste elezioni si potevano vincere, e il Pd non le ha vinte perché non ne è stato politicamente capace, anziché per un insormontabile ostacolo che gli ha frapposto il Paese (casomai, evitabile era l’alibi del Porcellum, sistema infame, ma che nel 2008 non ha impedito a Berlusconi di avere numeri enormi per governare). Dove è questo impenetrabile blocco di destra? Nel lombardo-veneto? Bene. Però il Pd le elezioni le ha perse ancora una volta al sud, non tra le partite Iva di Belluno ma tra i disoccupati del Mezzogiorno che hanno votato in blocco Grillo, in Puglia, dove governa Vendola e Italia bene comune è andata sotto di dieci punti, in Campania dove l’Ulivo ha governato per vent’anni, nella Sicilia che ha eletto Crocetta e dove il centrosinistra è finito al terzo posto come coalizione. Berlusconi si è limitato a mantenere il suo nocciolo duro di consensi, che conserverebbe a dispetto di qualsiasi evento o scandalo. Ma c’era un enorme massa libera di consensi a caccia di una proposta di alternativa radicale. Una massa intercettata in blocco dal Movimento 5 Stelle che, nonostante i toni sguaiati e subperonisti di Grillo, non è Forza Italia, non ha un programma di destra e non rappresenta certo un blocco sociale conservatore.

Dicevamo del secondo luogo comune: ci fosse stato in campo Renzi, il Pd avrebbe vinto in carrozza. Si tratta di un’affermazione apodittica che non avrà mai controprova. Certo, è evidente che, sul terreno del rinnovamento, Renzi avrebbe potuto mettere in campo una forza che Bersani non possedeva, né possiederà mai. Renzi avrebbe sicuramente conteso e sottratto voti sia a Berlusconi che a Grillo. Ma sospettiamo che l’avventura del sindaco di Firenze, sostenitore di una linea di assoluta autosufficienza del Pd, non sarebbe stata la passeggiata di salute che molti evocano. E comunque delle due l’una: o il Pd ha perso perché non ha saputo farsi intereprete di una proposta di rottura sul modello radicale di Grillo, e allora non si vede come avrebbe potuto incarnarla Renzi sulla linea Ichino-Morando, oppure ha perso perché non ha schierato Renzi con la sua agenda Monti in salsa democrat, e allora bisogna dimostrare che sarebbe bastato il semplice tocco di Renzi a rendere appetibile una ricetta che dalle urne è uscita più che bocciata: annichilita.

Dunque ora cosa deve fare il Pd? Innanzitutto, per quanto detto finora, è bene che sia stata scartata ogni ipotesi di governissimo, larghe intese, grandi coalizioni. Sarebbero il preludio di una definitiva, inappellabile sconfitta. La linea disegnata da Bersani è chiara: formare un governo che punti a realizzare un numero definito di riforme votabili dai Cinquestelle. Detto chiaro: un esecutivo che, forte della maggioranza alla Camera, si guadagni l’appoggio esterno dei grillini al Senato. Si può fare? Difficile, non impossibile.

Non c’è motivo di cambiare giudizio su quanto di negativo Grillo ha inoculato nel già provato corpo della democrazia italiana, con la sua virulenta carica di qualunquismo. Cercare una interlocuzione con lui significa esporsi a rischi alti: potrebbe far saltare il tavolo in qualunque momento, e in malo modo. Ma non si vede perché non sfruttare l’esito dirompente delle elezioni per un piano di riforme radicali sulle istituzioni, su costi e forme della politica, un grande piano per il lavoro e contro la precarietà, giustizia, conflitto di interessi, un piano per andare in Europa con un progetto di riforma della governance della crisi e di cambio di rotta sul rigorismo teutonico. Quale elettore del Pd potrebbe risentirsi per questa agenda? E quale parlamentare (o elettore) grillino potrebbe sentire di tradire il mandato colloborando all’approvazione di questo piano? Tra i ministri pochi volti noti, nessuna cariatide e qualche azzardo calcolato.

Può non funzionare: in quel caso, si tornerà inevitabilmente al voto. Ma almeno il Pd ci arriverà dopo una mossa politica vera. E non dopo un trito balletto bipartisan o sull’onda (corta, molto corta) dell’ennesima, serissima, ormai insostenibile manfrina di responsabilità nazionale.

   
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