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Foto di Arthur Soares

Il potere di una virgola

Cara Left Wing,
qualche settimana fa hai pubblicato il solito bel pezzo di Andrea Vigani. Parlava di un libro, East West Street di Philippe Sands, che a sua volta racconta di come sono nati ed entrati nella giurisprudenza internazionale i concetti di crimini contro l’umanità e genocidio. È una storia incredibile e un libro magnifico, di cui ha già scritto quasi tutto Andrea. Quasi, perché c’è un episodio che lui, credo per motivi di spazio, non cita e al quale penso da giorni.

Te la faccio breve: a un certo punto i team legali delle quattro nazioni giudicanti (Usa, Gran Bretagna, Francia e Russia) si scornano su un punto e virgola che sta in mezzo al paragrafo 6c dei capi di imputazione (stiamo parlando del processo di Norimberga, non proprio Vallettopoli). Un punto e virgola che prima c’è e poi non c’è più, sostituito da una virgola. Non erano dei grammar nazi, quegli avvocati (i nazi, peraltro, c’erano: prima e dopo quel punto e virgola); era, piuttosto, gente che dava alle parole e ai segni l’importanza dovuta. Non starò a tediarti con le questioni legali, che – lo ammetto – ho capito fino a un certo punto: sta di fatto che se quel punto e virgola restava, allora venivano giudicati anche tutti i crimini commessi prima del 1939, prima dell’inizio della guerra, quella fatta di eserciti, aerei, carri armati; ma se quel punto e virgola veniva sostituito dalla virgola, allora tutto quel che era successo negli anni Trenta sarebbe stato escluso dal processo.

Se ti fermi a pensarci su un momento, è una cosa enorme. Centinaia di migliaia di incarcerazioni, i primi campi di concentramento, le prime deportazioni, l’Anschluss, le basi dello sterminio di milioni di persone: dentro o fuori, per un punto e virgola. O una virgola. Che poi uno dice: «Beh, quel che venne fatto dal ’39 in poi era abbastanza per fare il processo». Ma vallo a dire a chi perse tutto, vita inclusa, nel 1935.

Comunque. Perché ti sto raccontando questa cosa? Perché magari capita anche a te: capita che ogni tanto senti qualcuno parlare ed è subito Moretti – le parole sono importanti! e giù schiaffoni alla poveretta che gli sta vicino (cosa che a Nanni non ho mai perdonato: aveva ragione, ma io ero innamorato di Mariella Valentini). Alla fine uno si stufa pure: quante volte bisogna ripeterlo che si deve stare attenti a quel che si dice, a come lo si dice, a quando e a chi e dove lo si dice? Mai abbastanza, sembra. E invece ogni giorno il Padreterno ci dona il nostro Berdini quotidiano, uno che altro che segni di punteggiatura e pause nell’eloquio, uno che, vittima della sua stessa incontinenza, finisce per trovarsi nella carta moschicida delle smentite, delle ritrattazioni, dei «non volevo dir questo» e «era una conversazione privata» – e io mi vedo la scena di Berdini seduto su una panca, e al suo fianco il generale Iona Nikitchenko (era il capo dei giudici russi, se ti interessa: una faccia che Davigo gli avrebbe chiesto pietà a prescindere), e questo lo guarda, lo guarda ancora, poi fa una smorfia di disgusto, si alza e se ne va.

Post Scriptum. Alla fine misero la virgola. Questioni legali, e politiche; ma non è che ti possiamo dire tutto Andrea e io: leggi il libro, ne vale la pena.

   
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