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La7 e il futuro della tv

La televisione italiana ha cominciato a trasmettere nel 1954, ma è stata fondata, per come in gran parte la conosciamo, negli anni Settanta. Ad allora risalgono il caravanserraglio strutturale dell’informazione Rai, il monopolio predatorio di Publitalia/Mediaset che (per rendita e non per merito) avevano le risorse di cui campare. La7, schiacciata dalle soverchie reti altrui, ha vissuto sempre a debito incassando ricavi pari alla metà dei costi. In moneta attuale una perdita annuale di circa 100 milioni l’anno. Ma siccome a detenerne la proprietà erano grandi gruppi che la mettevano fra i costi delle relazioni con le istituzioni, questo esistere senza futuro si è protratto di crisi in crisi finché non sono intervenuti due fatti nuovi dotati di cognome: Mentana, il format informativo vivente, che ha ritagliato per la prima volta uno spazio editoriale originale e cospicuo giocando in contropiede sul logorio dei modelli informativi e organizzativi altrui; Cairo, che ha guardato sì alla integrazione con altre attività editoriali (da subito le sue, seguite poi, nientepopodimeno, che da quelle di Rcs) ma ha anche aggredito le situazioni generatrici di debito riuscendo, come neanche un esperto tassista, a procedere sul filo del gas. Di fatto, ad oggi, Mentana garantisce il presente, Cairo, evitando di bruciarsi anzitempo le penne, tiene aperta la scommessa sul futuro. Che è tutto da conquistare.

A questo riguardo vanno bene, certo, tutte le possibili sinergie con Rcs (dal Giro alla integrazione di molti servizi per il giornalismo e altro che non sappiamo immaginare, ma che sicuramente c’è). Ma la partita verrà decisa, alla fin fine, dalla “qualità di mercato” dei programmi. La qualità di mercato si prende o si perde su due fronti: 1) l’audience, ma solo se ottenuta a costi molto inferiori ai ricavi pubblicitari; 2) il commercio delle licenze di riproduzione su altre piattaforme e Paesi. Altre fonti di ricavo non esistono, altri obiettivi sono inutili. E i due fronti, in realtà, per una tv commerciale, si riducono a uno solo: creare format/programmi originali e rivendibili, dove l’originalità consente la rivendita e i proventi di questa, a sua volta, sostengono lo sforzo di originalità.

Insomma, è obbligatorio “pensare mondo”, come ha fatto, ad esempio, chi ha prodotto Gomorra. Ma il terreno della fiction – genere costosissimo – mal si addice al broadcaster italiano (tranne Rai, che ormai ha staccato tutti gli altri) e particolarmente a La7 che se ne vedrebbe messo fulmineamente a rischio il bilancio. Per cui, almeno per qualche anno, se vorrà vedere crescere fatturato e patrimonio, dovrà puntare su generi più peculiari alla tv di flusso. Come il game, il people show e il light entertainment, ben accoppiabile al mentanismo che garantisce nel frattempo la pagnotta. E siccome le idee si generano ma non si comprano, altrimenti non ci guadagni, alla fin fine quel che decide l’esito è la fertilità del clima aziendale che alimenta il “patriottismo” e la creatività dei quadri e, più in generale, del personale interno. Auguri a chi ci prova.

   
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