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La solitudine dei numeri strani

Lettera di risposta al nostro appello

 

Cara Left Wing,
da una finestra qualunque nel salernitano ti invito a guardare verso l’orizzonte, come faccio da quand’ero bambina, quando avevo già compreso che per quelli come me trovare una collocazione, un posto in cui sentirmi utile, protetta e ripagata, non sarebbe stato per niente facile. Nessuno mi ha mai indicato la strada, spiegandomi come investire al meglio le mie capacità, quale sarebbe stata la scuola o l’università più adatta, in che modo crescere come artista. A casa mia non c’erano ospiti illustri a cui chiedere consigli, né si partecipava a eventi di club esclusivi dove poter fare incontri decisivi per la carriera.

Io faccio parte di quel popolo invisibile che è abituato ad abbassare la testa e a mettersi al lavoro, cercando di uscire dal soffocante circolo della sopravvivenza, tentando disperatamente di trovare il proprio spazio, guadagnandolo senza scorciatoie. Sai, se tra di noi c’è chi non ha fiducia nella politica è perché non possiamo mai permetterci di abbassare la guardia, noi siamo quelli che se si fermano sono persi per sempre. Siamo gli outsiders, abbiamo scelto la via ufficiale, del duro lavoro, del sacrificio e della rinuncia, del tonno e mais a pranzo e cena per risparmiare, dell’ora e mezza tra metro e trenino per arrivare ovunque, dei bagni delle stazioni per cambiarsi e rinfrescarsi dopo viaggi devastanti in cerca di lavoro, delle serate trascorse in casa a leggere o a riscrivere il curriculum invece che uscire perché con le spese di una serata ci si ricompra le ance del sax o i pennelli nuovi, o si fa fondo cassa per un abito da colloquio.

Abbiamo coltivato i nostri interessi in maniera professionale e onesta, e ce ne fanno pure vergognare, perché col nostro lavoro stentiamo mese dopo mese, o semplicemente perché le nostre professioni non sono riconosciute come “normali”. Beh, la politica spesso autorizza raccomandati, imbroglioni e parassiti a puntarci il dito contro, a riderci in faccia, a schiacciarci anima e corpo, quando invece dovrebbe spezzarglielo, se solo avesse mera coscienza del paese reale. Un giorno in cui mi ritrovai a togliere un ago dal labbro di un bimbo intelligente e talentuoso, che cercava di fare un piercing imitando la madre, giovane donna senza lavoro e vittima di pessimi uomini che se ne approfittavano, ho capito quanto eravamo cretini a pensare che quel ragazzino, un giorno, sarebbe potuto diventare un grande artista, o magari un medico, un avvocato, praticare una di queste professioni che, anacronisticamente, regalano l’alzata di cappello in un paese come il nostro, a volte inadeguato e cattivo.

Nessuno di quei bambini a rischio, ovviamente, fa il medico o l’avvocato e quando sono entrata in un ambiente politico per la prima volta, pensando – cretina – di poter fare di più, neanche lì c’era nessuno di loro ma si abbondava di medici e avvocati. A tutti gli altri, si sa, resta la solitudine. Ce l’ho sempre addosso quel senso di solitudine, da donna, meridionale, artista, laureata, che non ha ancora figli, e pure mancina, quale sono. Troppe malattie da digerire, incollocabile.

Siamo nient’altro che misfits, siamo dei numeri strani, quelli che poi fanno le valigie e ai quali, però, il resto del mondo non offre soltanto spazio ma addirittura dignità, ammirazione, appagamento. A oltre ottomila chilometri c’era anche il mio di posto, a Pechino, chi l’avrebbe mai detto; non sarei mai riuscita a intercettarlo dalla mia finestra di Salerno, dalla quale ancora cerco perché – tipico dei solitari numeri strani – noi le battaglie non le abbandoniamo mai.

Parliamone, a Tarquinia.

Eleonora Pierro

   
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