Professionisti poco liberi

Lettera di risposta al nostro appello

 

Cara Left Wing,
colgo la palla al balzo per dire anche la mia, condividendo il principio del parlarne. Non sono più giovane ma sono in prima linea per i liberi professionisti, nella fattispecie ingegneri ed architetti, dal 1996. Ho iniziato la mia attività professionale quando ancora neanche era prevedibile la crisi economica che ci avrebbe colpito, in un periodo in cui gli architetti erano figure importanti come ruolo sociale e professionale nella costruzione della città e della società, perché un cittadino soddisfatto crea benessere e tranquillità.

Purtroppo negli anni ho assistito ad una involuzione, sociale, culturale e politica che ha quasi distrutto il nostro paese. Distrutto, perché dobbiamo avere il coraggio di guardarci allo specchio. Abbiamo distrutto quanto c’era di buono ed ognuno di noi, per i ruoli che ricopre deve assumersi le proprie responsabilità. Questo non significa che non siano state fatte anche cose positive. Superata la premessa cercherò di essere sintetica nel rappresentare la situazione delle professioni di ingegnere ed architetto libero professionista nel panorama italiano dopo gli interventi fatti dai nostri governi sino ad oggi.

La prima questione che mi si è posta dagli albori della mia carriera professionale è la questione delle competenze. Troppe figure tecniche senza un quadro normativo chiaro ma solo interpretativo e quindi cause legali in quantità. Ad oggi la situazione è la stessa anzi aggravata da nuove figure professionali. Purtroppo si consente a dipendenti e a liberi professionisti “puri” l’iscrizione allo stesso albo professionale oltre che l’accesso per entrambi al mondo della libera professione, generando una concorrenza sleale perpetrata dai dipendenti a scapito dei liberi professionisti puri.

Abbiamo ereditato un recepimento della direttiva sulla formazione a dir poco “buffo”. Non sto a discutere sulla rispondenza del decreto di recepimento agli obiettivi della direttiva – anche se ce ne sarebbe da discutere – ma vorrei porre l’attenzione sul fatto che ingegneri ed architetti sono professioni regolamentate, appartenenti a due ordini professionali autonomi, soggetti allo stesso ministero vigilante. Entrambi sono iscritti alla stessa cassa previdenziale. Ebbene, il regolamento ordinistico sulla formazione è diverso, e mentre quello degli architetti prevede rigide sanzioni fino alla sospensione dell’iscrizione dall’ordine professionale e di conseguenza la sospensione da Inarcassa, ciò non pare sia previsto per gli ingegneri. Questa disparità di trattamento produrrà un danno per gli architetti che saranno sospesi in materia di lavoro.

Dovendo trarre le conclusioni su quel che è stato, ad oggi direi che ho avuto modo di constatare che in Italia tutto quello che nel resto del mondo è normalità diventa anomalia. Ho creduto e sostenuto le liberalizzazioni di Bersani, che nel 2006 ha iniziato il percorso in tal senso, ma l’abolizione dei minimi tariffari ha segnato l’inizio della nostra agonia. In un mercato libero e sano, la domanda e l’offerta dovrebbero determinare l’andamento dei prezzi e produrre anche un aumento di qualità. Questo, almeno nelle professioni tecniche, non è avvenuto. Siamo tanti – forse troppi – è vero, ma si è generata una guerra fratricida, oltre che prodotti scadenti a prezzi bassissimi. Non è di questo che ha bisogno il nostro paese, al punto che oggi sentiamo parlare di una richiesta normativa per l’equo compenso.

Va però aggiunto che in nome di queste liberalizzazioni e per la lotta all’evasione ci sono stati imposti: home banking, conto professionale, firma digitale, fatturazione elettronica, posta elettronica certificata, split payment e tante altre cose che neanche ricordo più. Ora anche l’obbligo dell’utilizzo del pos. Lo split payment mi starebbe anche bene se non ci fosse quella forma di trattenuta che io definisco medievale della ritenuta d’acconto: il doppio prelievo dalla stessa fattura mi sembra veramente troppo per cifre superiori al 42%. Tutte le altre questioni che ho citato sono onerose per il libero professionista, alcune delle quali anche inutili. Quando si presentano progetti di finanziamenti al Parlamento europeo non chiedono né pec né tantomeno la firma digitale.

E qui qualcuno vorrebbe obbligarci a detenere nei nostri studi il pos – questo significherebbe un’ulteriore spesa – con il conseguente pagamento del canone, del noleggio del terminale, della quota su ogni operazione, quando esistono sistemi all’avanguardia, di brevetto italiano, che consentirebbero pagamenti cifrati e criptati attraverso gli smartphone, senza costi. L’obbligatorietà dello strumento pos provocherà ulteriori defezioni: avremo il pos ma non chi ci paga. Molti passi avanti sono stati fatti, soprattutto ora abbiamo interlocutori con cui parlare, ma a questo punto sarebbe opportuno parlare di una riforma delle professioni per restituire dignità a noi liberi professionisti. Parliamone.

Natalia Guidi