A proposito di identità socialista
di Roberto Gualtieri | 13 dicembre 2007 | politica

Senza dubbio la “svolta al centro” della Cdu rappresenta anche un’intelligente mossa tattica volta a occupare lo spazio politico-elettorale lasciato libero dalla Spd dopo la sterzata a sinistra imposta da Beck al congresso del suo partito. Al tempo stesso, non ha torto chi, come lo “schröderiano” ministro del lavoro Scholz, vi vede la conferma della giustezza della linea della grande coalizione, che avrebbe di fatto consegnato l’egemonia alla Spd, consentendole d’imporre la propria agenda alla Cdu. Ma se la Merkel si spinge fino al punto di presentare il proprio partito come il vero garante dello stato sociale tedesco rispetto all’eccessiva severità di alcune riforme di Schröder è evidente che non siamo semplicemente di fronte a una sofisticata “guerra di posizione” tra Cdu e Spd, e che il congresso di Hannover costituisce il segnale inequivocabile di un vero e proprio cambio di fase che non riguarda solo la Germania, ma tutta l’Europa. Parlare di deriva protezionista, come qualcuno ha fatto accostando alle recenti posizioni di Hillary Clinton l’insistenza con cui la Merkel mette ora in guardia contro le insidie della finanza globale – e invoca l’introduzione di standard sociali nel commercio internazionale – ci sembra infondato. A Hannover, l’interesse a una crescente apertura dei mercati, da parte di un paese che è il principale esportatore di prodotti industriali del pianeta, era ben presente a tutti. Semmai, si è definitivamente affermata la consapevolezza che esiste un solo modo di evitare il circolo vizioso tra liberismo, populismo, protezionismo e nazionalismo: una forte interazione tra una politica attenta a salvaguardare l’apparato industriale e le infrastrutture strategiche nazionali da un lato, e dall’altro un welfare state universale capace di coniugare flessibilità e sicurezza. Un’interazione che a sua volta può realizzarsi solo nella cornice europea, ma di una “Europa delle nazioni” che superi l’ideologia federalista e la pratica funzionalista per realizzare un’integrazione governata dalla politica che non smarrisca, ma anzi valorizzi, lo spessore politico, culturale e storico delle sue componenti nazionali (appunto l’Europa del nuovo trattato di Lisbona, che costituisce senza dubbio il principale risultato internazionale del governo di grande coalizione tedesco).
Se insomma la svolta a destra della Cdu fu la conseguenza dell’egemonia neoconservatrice che, variamente declinata, ha caratterizzato l’ultimo venticinquennio, l’invocazione (e la concreta pratica) di un nuovo “centrismo riformatore” indica che forse quel ciclo si va chiudendo. E così come la Cdu di destra fu l’elemento centrale di un più generale riorientamento politico su scala continentale, che si manifestò nella trasformazione del Ppe in un partito conservatore e nel vuoto di egemonia che negli ultimi anni ha caratterizzato la politica europea, è evidente che lo spostamento al centro della Cdu non potrà non avere conseguenze fuori dalla Germania. Esso può anzi aiutarci a capire che dietro le forme contingenti che caratterizzano l’attuale convulsa fase politica italiana agiscono delle potenti spinte di fondo, che premono per l’archiviazione del bipolarismo della Seconda Repubblica. Un assetto rigido e inadeguato, perché fondato da un lato su una Cdl troppo sbilanciata a destra, e dall’altro su un’eccessiva fragilità politica e culturale del centrosinistra. Di qui la vera e propria “corsa al centro” che vede in competizione tra loro i partiti del centrodestra. E di qui, sul versante dell’Unione, la sempre più palese inattualità e insostenibilità della “cultura della Seconda Repubblica”, e la crescente difficoltà dei tentativi di “contenere” e depotenziare (interpretandolo nella chiave leaderistica, “debole” e “maggioritaria” tipica di quella stagione politica) la forza di un processo oggettivamente nazionale, popolare e democratico come quello che è alla base del Pd.













