In un saggio del 2004, ormai classico, per comprendere la questione cattolica dal punto di vista politico negli Stati Uniti, il columnist cattolico liberal del Washington Post, E.J. Dionne affermava che “il voto cattolico non esiste, ma è importante”. Dionne raccontava la storia della campagna presidenziale del candidato democratico Al Smith nel 1928 (sconfitto anche grazie all’anticattolicesimo imperante allora in America), in cui il governatore di New York veniva regolarmente interrogato sul contenuto di questa o quella enciclica. Una volta Al Smith fermò i suoi inquisitori, si rivolse a uno dei suoi consiglieri e gli chiese: “Si può sapere che cos‘è un’enciclica”? Il 1928 è ormai lontano, e l’America non è l’Italia: ma le traiettorie del voto cattolico nei due paesi sono indicative di alcune tendenze in atto, utili per interpretare le ansie di quanti tentano di farsi scudo della “questione cattolica” in Italia per mettere in discussione il rapporto tra Pd e Pse.
Le questioni-chiave per il magistero cattolico, così come esso si rivolge a quanti sono impegnati in politica oggi, sono notoriamente quelle dei “valori non negoziabili”, espressione entrata nel linguaggio corrente grazie all’allora cardinale Ratzinger in un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2002. Questi valori non negoziabili hanno a che fare principalmente con la difesa della vita, ma il modo del magistero e dell’istituzione ecclesiastica di “forzare” questi valori sui cattolici impegnati in politica (in quanto elettori e in quanto eletti) varia grandemente. Negli Stati Uniti vari vescovi hanno minacciato di escludere dalla comunione eucaristica politici cattolici del Partito democratico per il loro voto a disegni di legge riguardanti contraccezione e aborto, ma nessun rappresentante dei Repubblicani ha mai ricevuto minacce simili per il sostegno alla pena di morte. Dal 2002 in poi vi è stata una progressiva restrizione, specialmente in Europa e negli Stati Uniti, della libertà dei politici cattolici di “mediare politicamente” tra esigenze valoriali diverse e opposte in un mondo plurale popolato sempre più di “stranieri morali”: tanto più in un mondo tecnologico, globalizzato e proceduralizzato, in cui è diventato sempre più arduo il discrimine teologico-morale classico tra “cooperatio formalis” (quando si coopera col male anche nell’intento di compiere il male) e “cooperatio materialis” (quando si coopera col male nel tentativo di fermare o ridurre il danno). Nella dottrina cattolica ufficiale oggi un voto per legalizzare e limitare il numero degli aborti passa per “cooperatio formalis” e non certo come “cooperatio materialis”. Anche nel centrosinistra italiano (e poi nel Pd) si sono avuti, nell’ultimo decennio, casi simili a questo, con le gerarchie ecclesiastiche impegnate a contrastare pubblicamente la libertà dei politici cattolici di trovare soluzioni legislative di mediazione adatte allo spazio pubblico. Ma a chi vuole argomentare sulla presunta estraneità tra la cultura politica dei cattolici e dei progressisti europei, bisogna ricordare alcune coordinate di base della questione.
In primo luogo, i cattolici del mondo occidentale sono coscienti della gravità di questioni morali come l’aborto e le tecnologie di manipolazione di inizio e fine della vita umana. Ma su questo hanno imparato a non farsi fare la lezione dalle destre che, negli ultimi tre decenni, hanno manipolato le questioni morali classiche del magistero cattolico a puri fini elettoralistici: quando per cinico calcolo (come Reagan, George Bush padre e Berlusconi), quando per incauto entusiasmo da born again (come George W. Bush). La parabola politica degli evangelici negli Stati Uniti parla chiaro: dopo le delusioni patite durante il trentennio compreso tra Reagan e Bush junior, il voto degli evangelici è tornato lentamente a essere un voto disponibile sul mercato, e indisponibile a farsi vendere in blocco al miglior offerente. Il voto dei cattolici ha imparato da questa storia, in America e non solo.
In secondo luogo, specialmente sulle questioni economico-sociali il voto dei cattolici è molto più influenzato, oggi ai tempi della crisi più di dieci o venti anni fa, da una effettiva vicinanza delle politiche progressiste con un magistero sociale della chiesa che inizia in età moderna con la Rerum Novarum di Leone XIII (senza parlare del diritto canonico medievale, che non solo consentiva ma ingiungeva al povero di rubare per sfamarsi). Con buona pace dei poliarchisti di casa nostra, almeno in America è diventato ormai chiaro, anche ai cattolici di destra (chiedere a Rick Santorum), che la poliarchia è il risultato di una mediazione tra potere del mercato e potere della politica. Quando nasce come istanza sociale a sé, la poliarchia viene inghiottita dall’uno o dall’altro. In altre parole, la chiesa cattolica viene identificata con le questioni di morale sessuale, ma non è un caso che i candidati cattolici diventino politicamente appetibili anche al di fuori del recinto cattolico quando riescono ad attingere alla tradizione cattolica di equilibrio tra capitale e lavoro.
In terzo luogo, la chiesa cattolica oggi vive in uno stato di transizione e sospensione, dal punto di vista della sua collocazione sulle questioni politiche, anche a causa della particolare biografia intellettuale del papa tedesco. Ma le sue anime “politiche” sono assai più profonde e resistenti di quanto non dica la censura mediatica subita da parte dei cardinali (non a caso, non europei) più sensibili alle questioni economico-sociali (come il cardinale Turkson, firmatario del documento sulla riforma della finanza internazionale dell’ottobre 2011 pubblicato dal “Pontificio Consiglio Iustitia et Pax”). Ma il magistero cattolico sulle questioni economico-sociali è ben più antico del magistero del pontefice regnante, chiunque egli sia. La forza intellettuale del cattolicesimo sta nel fatto che sulle grandi questioni la tradizione viene ribadita e allo stesso tempo sviluppata nel tentativo di essere fedeli al Vangelo in uno sforzo creativo di rispondere alle emergenze sociali del mondo in cui viviamo. Nessuno ormai più sostiene la naturale compatibilità del cattolicesimo col liberismo, né l’idea di un “comunismo originario” nel magistero sociale di Gesù di Nazareth. Nei suoi grandi documenti il magistero sociale cattolico tenta di non prestarsi troppo allo Zeigeist, anche in materia economica. È sulla pelle delle persone che si giocano le dottrine economiche, e la chiesa sa che un magistero sociale respinto dai fedeli è come se non fosse stato mai proclamato.
Il filosofo Leo Strauss ha teorizzato nel dopoguerra la nascita di una nuova figura retorica, la reductio ad Hitlerum: paragonare l’interlocutore a Hitler, o ad altro personaggio unanimemente considerato come l’incarnazione del male, squalificando così in partenza ogni sua argomentazione. Un’interessante variante dei nostri tempi di tale figura retorica potrebbe chiamarsi reductio ad antieuropeistam.
Di fronte alla critica di un determinato provvedimento si risponde invariabilmente: “Ma è l’Europa che ce lo chiede”. Accusando chiunque esprima il minimo dubbio di essere contro l’Europa: un euroscettico o addirittura un antieuropeista. A loro volta queste categorie tendono a coincidere con quella del “populismo”. L’argomento raggiunge così un eccellente risultato dialettico: l’avversario viene sprofondato in un magma indistinto di irrazionalità, in compagnia di movimenti nazionalisti, regionalisti, xenofobi, neonazisti. Un coacervo di estremismi vari, che fanno appello agli istinti più bassi delle masse per biechi fini elettorali.
Le persone ragionevoli, invece, quelle che hanno a cuore il bene comune invece che gli interessi di parte, non possono fare altro che schierarsi dalla parte dell’Europa, alla quale, in un processo lungo, accidentato ma comunque teleologicamente orientato verso il meglio, devono essere via via trasferite nuove competenze da parte degli Stati riluttanti. Poco importa che l’applicazione letterale delle richieste del fiscal compact rischi di sprofondare il continente in una devastante spirale recessiva. E’ l’Europa che ce lo chiede.
Prima di cospargersi il capo di cenere e incamminarsi in pellegrinaggio sulla via di Bruxelles, è forse però il caso di porsi qualche domanda. Come mai l’ortodossia europeista si trova assediata da questo brulicare sempre crescente di eresie? Si tratta dell’inevitabile e radicale corruzione del genere umano? O forse c‘è qualcosa che non va nell’ortodossia stessa? Non nel progetto di un’unificazione europea, ma nel modo in cui questa unificazione è stata pensata e realizzata. Forse, paradossalmente, è proprio la burocrazia europea l’istituzione più antieuropeista in assoluto.
Un tempo, forse, si sarebbe detto che la concezione giuridico-formale che sta alla base dell’architettura europea, concedendo uno spazio solo marginale alla rappresentanza politica, impedisce ai cittadini di riconoscersi negli organismi e nelle persone che la compongono, lasciando insoddisfatto il loro bisogno ineliminabile di partecipazione. Si sarebbe detto che è intrinseco nell’atteggiarsi a istituzione meramente tecnico-amministrativa il non riuscire a concepire la politica se non come manifestazione immediata e irrazionale di bisogni ed emozioni che tendono a convergere su uno o più capi carismatici.
Del resto, ponendosi come entità non-ideologica, l’Unione europea esprime in realtà un’ideologia assai più esclusiva e intollerante delle precedenti. Una teologia escatologica secolarizzata a cui tutto il processo di unificazione è improntato: l’idea che l’Europa potesse essere qualcosa di assolutamente “nuovo”, che permetteva, con uno slancio, di spingersi oltre le rispettive storie, verso un mondo senza tempo e senza storia.
Questo, forse, si sarebbe detto un tempo. Oggi si dice solo: “Ma ce lo chiede l’Europa”.
Di fronte alle cifre dei redditi rese note dal ministero del Tesoro, un candido spirito del Settecento potrebbe davvero concludere che gli italiani, popolo fortunato, vivono nel migliore dei mondi possibili. Mentre un utopista dell’Ottocento o un egualitarista del Novecento sarebbe portato a credere che l’Italia sia diventata il paese più socialista del pianeta. Che pensare, infatti, di un paese in cui le classi un tempo sfruttate hanno in media raggiunto e superato il reddito dei loro datori di lavoro? Che pensare poi del fatto che la maggior parte delle imprese faticano, anche in tempi normali, a mettere assieme un reddito fiscalmente imponibile? Che pensare, se non che quelli che una volta si chiamavano “padroni” oggi sono diventati magnanimi distributori di ricchezze a prevalente vantaggio altrui?
A noi che viviamo in questo secolo è ben noto, purtroppo, quali inganni si celano dietro cifre il cui senso complessivo è la certificazione dell’iniquità eretta a fondamento della Repubblica. Quella che le cifre sui redditi imponibili mostrano in tutta la sua ingiustizia è una verità ormai arcinota: in Italia solo il lavoro dipendente paga regolarmente le imposte, mentre tutti gli altri redditi danno luogo a un’evasione di massa di proporzioni gigantesche. Ma non si tratta solo di questione morale o di equità redistributiva. L’evasione è una delle tante manifestazioni di fragilità e inadeguatezza della nostra struttura produttiva ai tempi della globalizzazione.
Negli anni Ottanta furono il debito pubblico e le svalutazioni competitive a tenere a galla molte delle nostre imprese, soprattutto quelle piccole. Poi, una volta accettati i vincoli di Maastricht e introdotta la moneta unica, l’incapacità delle nostre aziende di tenere il passo dei grandi paesi si è scaricata sull’evasione fiscale e sul lavoro. In entrambi i casi si è trattato di combinazioni micidiali. Debito e svalutazione hanno devastato il bilancio pubblico italiano, evasione e indebolimento del lavoro – fra contratti precari e salari al palo da un decennio – hanno fatto saltare qualsiasi possibilità di realizzare un duraturo patto sociale fra lavoro e capitale. Tutti questi elementi insieme hanno costituito un incentivo perverso per il nostro sistema produttivo, che ha potuto – in verità con sempre maggiore fatica – mantenersi sopra la linea di galleggiamento scaricando così i costi della globalizzazione e del mercato unico.
Questo gioco, che è stato forse l’elemento centrale su cui si è costruito il blocco sociale berlusconiano nell’ultimo ventennio, ha funzionato fino a quando la crisi non ha alzato bruscamente il livello dell’acqua nella vasca, facendo affogare molti di quelli che per anni – tirando via di tanto in tanto il tappo – erano riusciti a tenere la testa fuori. È quindi apprezzabile che il governo Monti abbia deciso di mettere fine alla lunga e vergognosa stagione di auto-riduzione del carico fiscale praticata da una parte della popolazione.
Colpisce invece come non si registri un analogo cambio di rotta per quanto riguarda il lavoro. Anzi, si sta paradossalmente assistendo a una brusca accelerata nella direzione di una ulteriore precarizzazione dei rapporti di lavoro, quasi si volesse forzare solo su quell’elemento l’aggiustamento necessario al nostro sistema produttivo per restare a galla. Ma in questo modo non si uscirà dal circolo vizioso dell’ultimo ventennio. Se – come tutti concordano e come i dati mostrano – il problema del nostro paese è la modesta dinamica della produttività e la bassa specializzazione produttiva, è chiaro che la strada da seguire dovrà essere un’altra. Avviare una dinamica virtuosa significa mettere i sigilli al tappo della vasca e costringere le nostre imprese a innovare e ristrutturarsi, anche con l’aiuto di ben mirate politiche pubbliche, per restare con la testa fuori dall’acqua. Il nostro paese si trova davanti alla scelta fra le solite scorciatoie che durano una stagione (e non risolvono il problema) e un’innovazione dagli effetti profondi e duraturi, che affronti le questioni alla radice. La strada seguita fin qui dal governo Monti, a dispetto di tanta propaganda, è stata, purtroppo, la prima.
Ancora una volta, dinanzi a una manifestazione della Fiom, nei gruppi dirigenti del Partito democratico si apre la discussione sull’opportunità di aderire, partecipare, solidarizzare o meno con l’iniziativa. Ho l’impressione però che i nostri elettori facciano fatica a capire il senso di queste polemiche.
Si finirà a fianco di esponenti della sinistra radicale, gli stessi che hanno fatto cadere il governo Prodi, si dice. Sarà senz’altro così, ma che c’entra? Appoggiamo un governo assieme a Sacconi e Gasparri, per le ragioni che tutti conosciamo e condividiamo, e adesso, proprio chi non esita a sostenere la necessità di prolungare il più possibile un simile esperimento, persino oltre il voto, trova imbarazzante la compagnia di qualche metalmeccanico Fiom o di qualche esponente della sinistra radicale in una semplice manifestazione sindacale?
Non credo che un dirigente del Pd dovrebbe provare imbarazzo a stare vicino a metalmeccanici che difendono il proprio lavoro e i propri diritti solo perché qualche estremista passa di li. Ma soprattutto – ed è questo il punto principale – non si può non vedere come questo sciopero cada in un momento molto particolare della vicenda Fiat: il piano Fabbrica Italia, con i suoi 20 miliardi di investimenti promessi, è scomparso dai radar. La sfida di Marchionne, invece, si rivela ogni giorno di più per quello che è: un tentativo – peraltro fallimentare – di competere sulla riduzione dei costi e dei diritti.
Oggi siamo alla rappresaglia, con il rifiuto di assumere chi ha la tessera Fiom: una discriminazione che dovrebbe apparire intollerabile a tutti i democratici, ma soprattutto a quelli che sin dal primo momento, e con tanta foga, si erano schierati con Marchionne “senza se e senza ma”. O c‘è davvero tra noi qualcuno che consideri accettabile questo modo di fare industria nell’Italia di oggi, spacciando per modernità il ritorno all’Ottocento? Ma allora è di questo che bisogna discutere, di questa regressiva visione del futuro che – a ben vedere – ha a che fare anche con la discussione sull’articolo 18.
A dividerci non è il giudizio sul governo Monti, che non è nemmeno l’oggetto della manifestazione Fiom, ma il giudizio su Marchionne. O meglio, sul “modello Pomigliano”, e cioè su una precisa idea di relazioni sociali, divisione del lavoro, strategia di sviluppo. Il punto è quale collocazione abbiamo in mente per l’Italia nella competizione internazionale, se davvero crediamo a tante belle parole su un’idea di sviluppo fondata su tecnologia, sapere, investimenti, o se sotto sotto non crediamo invece di dovere accettare come un destino ineluttabile il declino economico e civile, una sorta di retrocessione dell’Italia nel mondo. Io non lo credo, ed è anche per questo che sarò a quella manifestazione.
La riforma del mercato del lavoro allo studio in Italia punta a introdurre elementi di flessibilità per le imprese, accompagnati da maggiori tutele individuali per i lavoratori disoccupati. Il modello, la cosiddetta flexicurity, non è altro che una revisione dell’impianto istituzionale del mercato del lavoro (ma bisognerebbe piantarla col singolare e cominciare a parlare di “mercati”) attraverso una modifica delle relazioni contrattuali. Al di là del giudizio politico sui singoli provvedimenti, mi interessa mettere l’accento sulle due ipotesi su cui si basa l’approccio liberale e che, purtroppo, ricevono poca attenzione nel dibattito pubblico.
La prima idea implicita nella riforma è che il diritto del lavoro abbia conseguenze sull’economia reale, che sia capace di incidere sull’occupazione, sui salari e sui profitti. L’ipotesi possiede un sicuro fascino teorico e ricerca la sua forza empirica nell’osservazione delle differenze di sviluppo tra Paesi, ognuno dotato di un particolare assetto giuridico. Tuttavia, la debolezza dell’argomentazione si concretizza nell’osservazione dell’economia di uno stesso Paese nel tempo: è difficile imputare alla presenza dello Statuto dei Lavoratori (in vigore dal 1970 in Italia) la stagflazione degli anni 70, gli incrementi salariali degli anni 80, la perdita di potere d’acquisto dei redditi da lavoro degli anni 90, la deindustrializzazione degli anni Duemila. E’ un po’ troppo. Lo Statuto non ha impedito inoltre al Nord Italia di raggiungere e mantenere per lunghi periodi la piena occupazione e un livello di benessere tra i più alti al mondo.
La seconda ipotesi, più ampia, riguarda il modello di sviluppo da adottare per uscire dalla crisi. Si tratta di una politica di stimolazione dell’offerta, con un orientamento alle esportazioni. Se da una parte è indubbio che l’Italia non riesce a generare un avanzo commerciale tale da compensare le spese per le importazioni di energia e il pagamento degli interessi sul debito pubblico in mano ai non-residenti, d’altra parte sembra che la classe dirigente non voglia vedere che il peso dell’industria esportatrice italiana nella generazione di ricchezza non supera il 30% del pil e occupa una quota calante di lavoratori. Sembrerebbe dunque che le esportazioni, in concorrenza con Cina ed Europa orientale, e stimolate attraverso l’indebolimento dei sindacati, il contenimento salariale e la miniaturizzazione dei rapporti di lavoro, non possano incidere più di tanto sulla crescita nazionale, ma piuttosto su una redistribuzione del reddito, in particolare del lavoro dipendente. Sebbene la politica industriale non sia in necessaria contraddizione con una riforma dei servizi (65% del pil), appare chiaro che sono proprio i servizi, per natura non soggetti alla concorrenza esterna, a rappresentare il nodo cruciale della crisi italiana.
La risposta del governo Monti (e di larghe fette della sinistra riformista europea) è la liberalizzazione dei servizi. L’idea è che la riduzione dei prezzi dei beni di consumo compensi o addirittura ribalti il declino dei salari. Di nuovo, però, sembra di fare i conti con budget familiari più ipotetici che reali. Chiunque abbia una minima esperienza con la quadratura dei conti di fine mese è consapevole del fatto che le spese principali sono quelle per l’abitazione. Un risparmio di pochi euro per un’aspirina sono poca cosa rispetto a quanto reddito viene assorbito dal pagamento di affitti o mutui. La questione abitativa è dunque strettamente legata a quella salariale. Oggi gran parte della ricchezza generata dal lavoro produttivo è reindirizzata non al consumo di beni industriali, che generano occupazione e reddito, ma al trasferimento di diritti di proprietà che generano soltanto rendite finanziarie improduttive. L’idea che il sistema finanziario o i trasferimenti di ricchezza intergenerazionali potessero sostituirsi al risparmio individuale si è dunque rivelata dannosa e iniqua.
Il piano di riforma liberale può piacere o non piacere (e qui non piace) ma è destinato a generare povertà e disuguaglianze se l’incoerenza del suo impianto non sarà corretta con una politica pubblica delle abitazioni, che comporti un abbattimento drastico dei prezzi delle case. A meno che non si desideri una cementificazione selvaggia dettata dagli interessi privati, solo lo Stato può intervenire a calmierare i prezzi attraverso un’edilizia popolare di qualità, che rispetti l’assetto urbanistico delle nostre città e, soprattutto, garantisca una vita più degna a tutti i cittadini.
“Presidente, lei nella sua vita ha preso più applausi dai democristiani o dai comunisti?”, gli chiesi una volta pensando alle infinite standing ovation che ogni manifestazione del Pd, il suo partito, o dell’area di centrosinistra riservava a Oscar Luigi Scalfaro. “Indubbiamente la domanda è valida”, rispose il presidente con un guizzo di umorismo dei suoi. Disse che l’affetto che gli tributavano oggi le platee di sinistra non era paragonabile all’entusiasmo di quando era iniziata la sua vita pubblica nella Dc, ma perché era diverso il clima: il dopoguerra, gli anni della ricostruzione, il ricordo del modo “incantevole” in cui parlava De Gasperi gli impedivano di accettare il paragone. Ma sapeva che alcuni dicevano, pensando di insultarlo, che negli anni era diventato comunista: “Ci sono delle persone per le quali è già un premio Nobel che abbiano una valutazione, pretendere che sia anche esatta mi pare eccessivo”, commentava divertito.
Era un uomo autentico, che restando se stesso e senza scimmiottare il linguaggio e la cultura altrui, sfondava le barriere quando ancora esistevano. Il fatto è che Scalfaro sapeva bene di aver avuto, come politico, un curioso destino. Era diventato un beniamino della sinistra, lui che di sinistra non era mai stato; era diventato il più forte antagonista di quello che pure osava proclamarsi “l’erede di De Gasperi”, Silvio Berlusconi. Non era stato l’unico, certo. Ma era il più esemplare, e non solo perché gli era capitato di trovarsi al Quirinale negli anni del berlusconismo nascente e trionfante, e di essere stato l’unico a potergli dire – e ad avergli detto – dei no. Ma anche perché di Scalfaro, a differenza di altri, nessuno poteva dire che fosse in alcun modo collaterale o subalterno alla sinistra, come invece mormoravano da sempre, anche nella Dc, i nemici dei basisti, i “comunistelli di sagrestia”. Scalfaro era stato un democristiano centrista, un cattolico osservante e non problematico come i “cattolici del no” che leggevano Scoppola e contrastarono Fanfani ai tempi del referendum sul divorzio; era in tutto e per tutto un moderato.
Dopo arrivava il suo carattere, il senso della dignità, la repulsione per il servilismo, il conformismo, la disonestà e l’arrivismo, e anche la sua idea “evangelica” e conciliare del potere come servizio e predilezione per i poveri. Ma la sua avversione al berlusconismo non nasceva da una sensibilità sociale o costituzionale “di sinistra”; la sua opposizione a Berlusconi era un fatto prima di tutto istituzionale. Scalfaro era un uomo della Costituzione. Rifiutò, da presidente della Repubblica e dopo, l’idea, vincente nel corso degli anni Novanta, che esistesse una Costituzione materiale e che quella scritta fosse superata dai fatti. Fu questo, il “ribaltone” che tanto odio gli ha attirato e che ispira ancora oggi tanti commenti imbarazzati e freddi nel giorno della sua morte: il rifiuto dell’idea che “l’Unto dal Signore” potesse dettare le regole del gioco indipendentemente dal ruolo del parlamento e dall’iniziativa del Quirinale nei limiti previsti dalla Carta. Fu il no al “presidenzialismo di fatto” che perfino alcuni costituzionalisti teorizzavano allora. Fu il rispetto del parlamento come depositario della sovranità e della volontà popolare.
Non fa male rifletterci oggi che la Seconda Repubblica e la stagione berlusconiana, secondo molti osservatori, giungono al capolinea. E se Giorgio Napolitano ha potuto battezzare con autorevolezza la nascita di un governo non “eletto” e che trae dalla fiducia del parlamento la sua legittimazione, se dunque l’Italia ha avuto una chance di salvarsi dal disastro economico e politico al quale il governo “eletto” di Berlusconi la stava conducendo, lo dobbiamo probabilmente anche al coraggio di chi, precedendolo al Quirinale, tenne testa alle prepotenze del berlusconismo allora trionfante in nome della Costituzione, un coraggio che in molti ancora oggi non perdonano a Scalfaro. Un coraggio – e un’idea alta della politica e del ruolo del parlamento – che lo portarono a contrastare, in piena Tangentopoli, il clima anti-casta che anche allora imperava, e che arrivò a lambire proprio il Quirinale. “Non ci sto”, gridò il presidente in diretta televisiva. Aveva ragione, e passò alla storia. Ma dopo quella frase memorabile che è diventata il suo logo, e che allora ripetevano anche i bambini quando vedevano la sua faccia in tv, il capo dello stato italiano aggiunse, l’abbiamo risentito in questa giornata dolorosa: “Non parlo per la mia persona, che può uscire di scena in ogni momento, ma per tutelare l’istituto costituzionale della presidenza della Repubblica”. Dignità, coraggio, coscienza del ruolo che si ricopre: nel dire grazie a Oscar Luigi Scalfaro, più che rimpianto per il passato, si sente molta voglia di futuro.
Di questi tempi il discorso pubblico sembra vittima della sindrome del “gioco a somma zero”, per cui ogni decisione politica si risolverebbe sempre in un braccio di ferro tra gruppi di pressione, forze, partiti, dove a un vincitore deve corrispondere sempre un vinto. Quindi: non è possibile fare buone riforme se non scontentando qualcuno (corollario: più sono gli scontenti migliore è la riforma); il dialogo sociale è un freno al raggiungimento di soluzioni ottimali (corollario: meglio un governo che decide ciò che è meglio “tecnicamente” senza ascoltare nessuno e possibilmente senza curarsi del consenso); il problema dell’Italia è il fatto che ciascuno difende il proprio interesse (corollario: il modo migliore per preparare l’opinione pubblica alle riforme necessarie è una campagna di demonizzazione verso questa o quella categoria).
La cosa curiosa sul piano culturale è che questa visione della politica accomuna una parte della tradizione marxista (lo stato come espressione di un interesse di classe) alla tradizione di pensiero conservatore di impronta americana ispirata alla public choice e a certe conclusioni della celebre “scuola di Chicago” (l’idea che l’intervento pubblico sia sempre e comunque l’effetto dello scambio tra politici interessati al proprio tornaconto e gruppi di interesse organizzati). Di quest’ultima visione si è avuto del resto esplicita teorizzazione in un recente editoriale su la Repubblica.
Tutto il contrario dalla linea di pensiero riformista, spesso di derivazione genuinamente liberale, che ha ispirato tra gli altri l’impianto di pensiero della moderna teoria della finanza pubblica. Secondo tale impostazione, l’intervento pubblico si giustifica principalmente per la possibilità di offrire soluzioni collettive a problemi non risolvibili in modo “decentrato” (vale a dire tramite lo scambio di mercato). La funzione dell’intervento pubblico è dunque non solo quella di garantire una distribuzione equa delle risorse, ma di perseguire soluzioni efficienti ai problemi posti dalla necessità di fornire beni pubblici, di correggere gli effetti indesiderati dell’interazione di mercato, di fornire beni per i quali soluzioni concorrenziali non sono praticabili, di risolvere le inefficienze poste da difetti di informazione degli operatori.
Dunque, il buon intervento pubblico crea valore, è quel che si dice un “gioco a somma positiva”. Ne segue che una soluzione consensuale è astrattamente sempre possibile, ed è sempre possibile compensare chi subirebbe i costi di una riforma. Anzi, il fatto che si possa raggiungere un ampio consenso è la prova della validità di una soluzione. Un’idea ben chiara ad esempio al celebre economista svedese Knut Wicksell, che a fine ottocento suggeriva l’unanimità quale regola decisionale per i parlamento. Per carità, questa sarebbe una soluzione estrema ed utopistica, che sottovaluta i costi di negoziazione. Ma è pur sempre un buon esercizio di disciplina mentale quello di trovare il modo di rendere una riforma accettabile per il più largo numero di soggetti di una collettività. È un vero peccato che tale modo di guardare all’intervento pubblico e alla politica abbia in questo momento così pochi estimatori, anche a sinistra. Credo sia anche questo un effetto dell’egemonia del pensiero liberista degli ultimi due-tre decenni. Speriamo che passi presto.
“Non saranno i mercati, non sarà la finanza, non saranno le Borse a decidere al posto del popolo francese”, dichiara François Hollande. Ci sarebbe piaciuto poter dire lo stesso.