Lanzichenecchi alle porte

Tra il 2002 e il 2004 la massiccia espansione monetaria negli Stati Uniti, tassi prossimi allo zero e gigantesche iniezioni di spesa pubblica – aggiunta al loro ingente disavanzo commerciale – ha prodotto una enorme liquidità in dollari che gira vorticosamente tra le riserve delle banche centrali e i mercati internazionali. Una grossa quota si è trasferita sugli immobili, dando vita negli Usa, ma anche nel Regno Unito e in Italia, a una crescita irragionevole dei valori immobiliari. Il resto, e quella prodotta dalla medesima bolla immobiliare, è in cerca di sbocchi finanziari. Si riafferma la centralità delle piazze finanziarie di New York e Londra, si offre un propulsore per le economie asiatiche emergenti, una utile fonte di finanziamento per le economie ben strutturate dell’eurozona, ma le economie declinanti e scombinate, come la nostra, sono esposte a distorsioni e a incursioni destrutturanti, pari a quelle conosciute dalla Russia sotto Eltsin.
Il governo Berlusconi, accantonando la vocazione europea dello sviluppo nazionale e procedendo a cartolarizzazioni, condono edilizio, scudo fiscale ha gettato copiosa benzina su un fuoco che aveva già una discreta propensione all’autocombustione.
Da qui spuntano i Ricucci, i Coppola, gli Statuto, i tanti arricchiti della compravendita immobiliare (ma anche i nuovi personaggi stravaganti, come quel signore che, dichiarando di avere 3,5 miliardi di euro “scudati”, voleva salvare la Parmalat dal crack, a poche ore dal commissariamento). Anche aristocratici campioni dell’industria nazionale si sono dedicati agli immobili: la Pirelli ha dismesso la storica divisione cavi per concentrarsi sul real estate. Per inciso, infine, va detto che la fetta più ricca delle cartolarizzazioni – gli immobili di valore storico-artistico, meno esposti al rischio – se la è aggiudicata il fondo Carlisle, la finanziaria americana specializzata nell’industria delle armi presieduta da James Baker.
Già la vicenda Parmalat aveva messo in luce come una delle pochissime multinazionali rimaste fosse, sin dagli anni ottanta, tenuta in vita artificialmente, ma scavata dal di dentro, da massicce iniezioni oblique di capitali equivoci. Quella che Marcello De Cecco definisce “finanza periferica”. Non da oggi dunque l’Italia si offre disarmata alle scorribande finanziarie. Un paese la cui economia non fa sistema in Europa e perde posizioni ogni giorno sperimenta nelle iniziative del governo Berlusconi e con le gesta dei Ricucci la fase acuta e terminale di una malattia profonda. La malattia però è antica e origina dai molti appuntamenti mancati nell’arco di decenni. Di questa malattia la cultura e la mistica del “salotto buono” non sono un rimedio, ma uno dei segnali più vistosi. In Italia, anche per via di un sistema dei media improntato a suggestioni da rotocalco, delle principali aziende non si discutono i bilanci, le strategie, gli investimenti, le alleanze; si parla solo ossessivamente dei loro proprietari, un’eterna disfida di Barletta.
Da più di cento anni invece, le grandi aziende multinazionali dei paesi sviluppati hanno proprietà anonima, frazionata e tendenzialmente stabile. Quando cambia il controllo di un’azienda è perché cambia l’azienda, non il suo capitano. La rete di relazioni coordinate dalla Mediobanca di Enrico Cuccia, in origine, costituiva un governo razionale delle scarse risorse private, industriali e finanziarie, in un paese in cui (per fortuna) c’era una formidabile industria pubblica. Agiva a tutela del perimetro e dei profitti dell’economia privata, ma serviva a integrarla nel disegno strategico dettato dalle partecipazioni statali, creava le sinergie e le coerenze tra i diversi settori dell’economia; sopperiva alle ridotte dimensioni, all’angustia del controllo familiare e alla povertà di visione degli industriali, con il genio economico del suo anfitrione.
La retorica del “salotto buono” invece è un frutto degradato di quella tradizione e inizia a esprimersi, nei termini attuali, negli anni ottanta, intorno alla vicenda delle privatizzazioni. Nel tragitto di questi decenni, Olivetti è diventata una scatola finanziaria; insieme alla Pirelli controllano la Telecom, che nel frattempo non ha cablato l’Italia né ha rotto il duopolio televisivo. Mediaset assorbe il 50% delle risorse pubblicitarie, Rizzoli fa il Corriere della sera, Mondadori ha preso l’Einaudi, scorporato il gruppo Repubblica-Espresso e si dedica ai magazine e ai best seller, i libri si vendono in edicola e sono ristampe. Il vincitore della giostra editoriale fa il presidente del Consiglio, Repubblica fa l’opposizione, Il Corriere della sera si colloca, di norma, nel mezzo, in attesa che qualche governo gli ceda un pezzo di Rai. Nel frattempo la Fiat non ha trovato un partner internazionale, ha assorbito tutti gli altri produttori italiani e, con loro, ha il 26% del mercato interno. La stessa cordata (più o meno) controlla il Corriere e Mediobanca, che è desiderata da molti perché con il 13 per cento controlla Generali, unico vero gruppo assicurativo italiano di rango internazionale. Generali però non può dedicarsi al suo sviluppo in Europa o integrarsi con una grande banca perché vive di perenne instabilità a causa della diarchia tra i soci italiani e un gruppo di finanzieri francesi (tutti consorziati anche nel patto di Mediobanca) con il quale ogni anno qualcuno dei nostri gioca di sponda per scavalcare gli altri. Di norma si finisce con un rinvio e con la riconferma pro-tempore dell’anziano Presidente del Leone, francese anche lui.
Le banche sono un capitolo a parte, e tutto sommato hanno avuto un percorso tra i migliori di privatizzazione e concentrazione, guidato dalle controverse fondazioni bancarie e sotto la regia contestatissima della Banca d’Italia. Tuttavia non hanno ancora dimensioni e capacità di statura internazionale; la loro vicenda in chiaroscuro fa tutt’uno con le luci e le ombre dell’interminabile e assai spigoloso governatorato di Antonio Fazio. Lodevoli eccezioni degli ultimi mesi sono l’Enel e Unicredito che hanno intrapreso coraggiose integrazioni in Europa con le gambe sull’asse franco-tedesco e gli occhi rivolti a oriente. Enel è autonoma, come Eni, in quanto ancora a controllo pubblico (però è quotata in borsa e ben gestita, anche se ogni anno si levano alte grida per il completamento della sua dismissione). Unicredito è la prima banca ed essersi affrancata dal salotto uscendo da Rcs da quasi due anni, mentre oggi, dopo l’acquisizione di Hvb, vorrebbe uscire anche da Mediobanca, senza rinunciare alla sua partecipazione diretta in Generali. La ragnatela di relazioni asfittiche – in cui le grandi aziende sono prede immobilizzate, controllate da medio-piccoli operatori che presidiano quel che resta della grande impresa italiana come dentro un unico litigioso patto di sindacato – consente agli esponenti del “salotto buono” di estrarre da questo labirinto un potere relazionale, con cui difendersi dalla concorrenza e attingere a qualche fonte di rendita o alle spoglie di qualche azienda pubblica, grazie al continuo condizionamento della politica.
La positiva esplosione di offerte pubbliche di acquisto, di cui l’Italia è protagonista, non è di per sé risposta sufficiente a questo male né necessariamente segnala una fuoriuscita dal declino, infatti rivela evidenti difetti: da un lato segnala che le imprese non sono generalmente ben dirette, a maggior ragione perché le opa si dirigono sulle aziende ricche anziché, come di norma, su quelle in difficoltà. Ci si muove inoltre sempre nella logica del “di chi è l’azienda”, quando non tutte le aziende possono avere un unico padrone; infine, nel contesto finanziario descritto, non è certo che chi lancia un Opa sia il soggetto adatto a guidare l’azienda e valorizzarla.
Dunque fanno bene i Della Valle, gli Abete, i Montezemolo a metterci in guardia contro gli speculatori; ma l’Italia non si salverà se non emergeranno nuovi disegni industriali, se nuove energie non verranno in soccorso dell’esangue salotto, se non si aprirà felicemente la strada dell’integrazione produttiva e soprattutto politica dell’Europa. Un consiglio va dato quindi ai pensosi ammonitori della sinistra: non confondete la difesa del vostro inner circle con le necessità di riforma del capitalismo italiano: con il “terzismo” e l’antipolitica non si rinnovano le “Prediche inutili” di Luigi Einaudi, né si educa la nazione. Segando i rami dell’Ulivo non ci si prepara, a malincuore, a sacrificare i propri uomini migliori per raccogliere la difficile eredità del governo. Si rischia invece di aprire le porte della città ai lanzichenecchi. Quelli veri.

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