Harry Potter e il calice di fuoco

Hogwarts, abbiamo un problema. Non che sia una cosa seria, in una relazione appassionata come la nostra. Non è la trita questione della fedeltà al libro: non pretendevamo certo un adattamento pedissequo per otto ore di Harry Potter e il calice di fuoco a colori. Ben vengano tutti i tagli del mondo, quindi, ché s’è fatta pure una certa ora e abbiamo fame. Quello che volevamo, in realtà, lo abbiamo ottenuto: Hermione con lo sguardo e il vestito da ballo, alle prese con la prima volta in cui, scendendo dai tacchi, si fa il bilancio della serata e si sbuffa. E poi l’arrivo folgorante degli ospiti stranieri, il Torneo Tremaghi, Cedric – oh, Cedric – nel labirinto. E anche quanto del libro non sembrava perfettamente riuscito, confermato e amplificato negli episodi successivi, anche questo c’è tutto. Per tradizione, Harry Potter non fa nulla di propria iniziativa. Ci si trova in mezzo, spaurito, e puntuale qualcuno spunta a fornire il prezioso consiglio, quando non direttamente a salvare capra e cavoli. Harry Potter è come Luke Skywalker, è lì per uscirne da eroe predestinato ma in qualunque altra saga sarebbe morto inciampando nei titoli di testa.
Il problema è la prima ora e mezza di film. Una serie di scene madri giustapposte, pensate e costruite con britannica meraviglia, messe l’una in fila all’altra per ingannare l’attesa e arrivare al Momento. Per fortuna, sappiamo dove si intende andare a parare e questa consapevolezza, uniformemente spalmata sulla platea adorante, è sufficiente a far montare la tensione. Spiace, nient’altro. Le lezioni a scuola: sospese. Le relazioni tra i personaggi: vagamente accennate. Rita Skeeter: poco più di un cameo. Piton: non pervenuto. E Cedric: oh, Cedric.
Sarà anche il tempo che avanza impietoso: loro sono cresciuti, come da copione; noi, signore in età, con tutti quei lazzi e botti e colori ultravivaci ci annoiamo un po’. Ma poi dimentichiamo. Quando arriva il momento, Quel Momento, ci scuotiamo dal – pur partecipe – torpore e stringiamo i braccioli delle poltrone come fossero i manici della coppa del torneo. Scaraventate al Suo cospetto, tralasciamo di respirare. È Lui. Si muove come un incubo e parla suadente come soltanto i veri bruti. Paralizzate. Perdutamente affascinate. È Lui, è lì. A restituire tutta la paura di cui si è nutrito negli ultimi tredici anni. Lui che davvero non deve, non può essere nominato. Ci inchineremmo, non fosse per quel ragazzino che si agita. Ah già, è Harry Potter l’ostinato. Colui Che Sopravvive. Nel confronto, non ha altri meriti.

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