Lost and lonely

Tutto è iniziato con 24. Poi è arrivato Lost e infine Prison Break. Dal giorno in cui Jack Bauer ha deciso di salvare il mondo in sole 24 ore, non si è fatto altro che correre contro il tempo, combattere contro il tragico e malevolo destino, sventare complotti internazionali e pure – perché no – soprannaturali. Non c’è più pace per chi vuole rilassarsi qualche minuto, siamo spiacenti, i nuovi dettami del telefilm di successo non lo prevedono. Per prendere fiato toccherà aspettare la prima pausa pubblicitaria.
Non che prima di 24 il mondo delle serie tv fosse un’isola felice. Eravamo in pieni anni Novanta e già andavano di moda i protagonisti dal destino infelice, sfigati fino all’inverosimile. A farla da padroni erano medici di pronto soccorso dalle desolanti vite sentimentali, poliziotti dal passato burrascoso e avvocati dalla condotta morale non certo esemplare. Puntavano sul realismo e sul meccanismo di identificazione. Anche se, a pensarci bene, per eguagliare tutte le sfortune del dottor Greene di ER ci sarebbero volute almeno tre vite di una persona normale. Ma se quelle ci sembravano esistenze infelici, non immaginavamo nemmeno quello che ci aspettava dopo. E quello che ci aspettava sullo schermo era Jack Bauer.
E’ l’autunno del 2001 e la sua non è solo un’eccezionale lotta contro il destino avverso, contro il tempo e contro il male più terribile che di questi tempi si possa immaginare (il terrorismo internazionale). La sua è anche una battaglia personale e solitaria. Se di realismo forse se ne può trovare ancora, insomma, di identificazione neanche l’ombra. Bauer è praticamente un supereroe. Giunti a quel punto, per un telefilm, fare di più è difficilissimo, ma la strada maestra è stata tracciata. Ecco quindi arrivare i protagonisti di Lost: sono in quarantotto, ma la loro condizione di solitudine nell’universo è totale. E l’universo nel quale si sono ritrovati, un’isola sperduta nell’oceano, è anche parecchio ostile. La loro è la lotta estrema, quella per la sopravvivenza. Ed è proprio su questa scia che in breve tempo nascono una nidiata di telefilm. Si inventa un po’ di tutto: creature marine, nuovi tipi di alieni, presenze soprannaturali. Ma l’unico che colpisce davvero nel segno è Prison Break, che infatti ha molte cose in comune con i due illustri predecessori. Il piano del protagonista su cui si basa tutta la trama (Michael si fa arrestare allo scopo di evadere con il fratello, rinchiuso nel braccio della morte), avrebbe potuto essere organizzato da Jack Bauer in persona (e in effetti lo è stato davvero, in un certo senso, visto che nella seconda stagione l’agente antiterrorismo inscena un piano del tutto simile). Non manca neppure il fattore tempo, naturalmente, ma il vero punto forte di Prison Break è che l’intero piano che Michael ha congegnato viene svelato a piccole dosi, puntata dopo puntata, grazie anche a continui flash back – che poi, non a caso, è la formula vincente di Lost. Con il successo di Prison Break possiamo quindi considerare la metamorfosi del telefilm definitivamente completata. In pochi anni siamo passati senza accorgercene dalle tristi disavventure di comuni sfigati, alle spasmodiche imprese di supereroi perseguitati dalla sfiga.

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