Da Versailles a Bracciano

Nelle ore in cui Katie Holmes – sposando Tom Cruise – coronava quel sogno da principessa che dai sei agli ottant’anni prima o poi passa per la testa di ogni ragazzina, noi andavamo a seguire i destini, ben più celebri e solo un tantino meno tragici, di un’altra principessa triste, “Marie Antoinette” di Sofia Coppola. Se non fosse che del matrimonio dell’anno si è visto finora ben poco, mentre del film della Coppola si ha a disposizione l’intera pellicola, potremmo quasi dire che le due eroine (quella di Bracciano e quella, assai più moderna, di Versailles) condividono in queste ore la stessa sorte: se ne è parlato talmente tanto che quando il treno è infine arrivato, abbiamo rischiato seriamente di perderlo. Perché in fondo del film della Coppola c’è pochissimo da dire. Pochissimo che sia davvero descrivibile. Tutto il resto, tutto il film, rimane impresso sullo schermo. Da guardare e da gustare – letteralmente – dal primo all’ultimo colore. Perché “Marie Antoinette” è un lunghissimo video musicale. Un voluminoso diario colorato, di quelli che le ragazze amano riempire usando penne profumate. Di dialoghi ce ne sono pochissimi e non servono sostanzialmente a nulla. D’altra parte seguire gli sviluppi della trama non dovrebbe essere difficile, chi a scuola ha fatto il suo dovere sa già come va a finire. Per tutti gli altri c’è stato Lady Oscar. Quindi, forti di queste indiscutibili premesse, possiamo dire che no, non succede assolutamente nulla di imprevisto. E in questo senso, forse, non succede proprio niente. Il fatto è che “Marie Antoinette” è la perfetta metafora di quel che accade quando un uomo e una donna osservano la stessa vetrina. Una donna riconosce almeno quindici colori principali e milioni di diverse sfumature; riscopre emozioni perdute, va incontro a profonde frustrazioni, matura nuove speranze e inventa progetti per il futuro. Un uomo vede alcuni abiti, forse di colore leggermente diverso. E ha la netta sensazione di essere fermo lì da sempre.
Proprio per questo, dunque, non serve neppure che la Coppola faccia di Maria Antonietta un essere speciale, semplicemente la fa assomigliare a tutte le altre. La carica di infantili speranze, le regala un uomo da idealizzare, la getta in un covo di serpi pettegole che la odiano e la avversano, le fa scoprire la cupa solitudine, le mette contro una rivale più provocante e smaliziata, la vizia con meravigliosi abiti e ardite acconciature, la affida a un gruppo di amiche scalmanate che la portano sulla cattiva strada, la fa innamorare del primo belloccio che le mostri un po’ di attenzione, le fa nascere il più ingenuo degli istinti materni e infine le dona un risoluto senso del dovere. Nulla, cioè, che non capiti a ogni donna nell’arco di una giornata.

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