Un’oceanica solitudine

La piazza democratica non è di sinistra o non è più solo di sinistra, ed è bene che sia così. La piazza è di chi si mobilita. E la destra sabato, non c’è dubbio, ha dimostrato una rilevante capacità di mobilitazione. Non è una novità: c’erano già state manifestazioni del centrodestra, pienamente riuscite, durante i governi dell’Ulivo. E prima ancora – lo diciamo senza voler sottintendere nessun improprio accostamento, sia chiaro – il nostro paese ha conosciuto Piazza Venezia e prima ancora le cosiddette “radiose giornate di maggio”, quando la piazza nazionalista riuscì a costringere il governo di allora nel grande carnaio della Prima guerra mondiale.
La destra c’è e manifesta, e questa non è una notizia. La destra c’è. E l’Italia di destra ha un leader che la rappresenta, la interpreta, la riconosce. Un leader che condivide la sua visione del mondo, le sue speranze e le sue paure.
Per questo non ha senso dire che il berlusconismo finirà. Un sentimento popolare esiste a prescindere dal leader capace di interpretarlo. Il berlusconismo non è un fenomeno passeggero ma ben radicato nella società. Questo non significa però, e la manifestazione di sabato ne è la prova, che sia un fenomeno vincente, ovvero capace di egemonia.
La manifestazione di sabato ci dice che la destra c’è e ci dice quale idea di se stessa ha, ma non ci dice quale idea la destra ha dell’Italia e del suo futuro. Non era questo l’obiettivo, certo. L’obiettivo era una rifondazione della Casa delle Libertà come ricongiungimento, in prospettiva, di alcuni filoni della tradizione politica italiana: quello liberale-nazionale, quello cattolico-nazionale e quello della destra-nazionale. L’obiettivo era dunque eminentemente politico. Lanciare un progetto politico per gli anni a venire con dentro anche una possibile ipotesi di delfinato. Il discorso di Fini è stato infatti per molti versi un discorso da delfino. La destra dunque fa politica, bene. E il centrosinistra?
Nel centrosinistra a fare politica non sono in molti. E quello che si sta impegnando, forse con maggiori risultati, è proprio il presidente del Consiglio. Qualche giorno fa Stefano Cappellini scriveva sul Riformista che Prodi non ha alcuna voglia di andare verso una fase due, perché gli sta andando bene la fase uno. A dispetto della gran parte dei commenti sulla debolezza del governo si può dire che pur tra goffaggini e incertezze di vario genere, da parte del presidente del Consiglio vi è un maggiore dinamismo. Il Prodi del 2006 è meno ingenuo di quello del 1996. E per questo forse è anche più forte. E’ forte del consenso delle primarie, sente di aver ricevuto un mandato diretto e per molti aspetti senza mediazioni da parte dei cittadini, ma sa anche che in Senato i voti sono 158 a 157 e che i tre milioni e duecentomila voti delle primarie non potranno servirgli a molto. La forza di Prodi è innanzitutto nella riconoscibilità di un progetto forte per la politica e per il paese. Il fatto che, nonostante tutto e tutti, gli si riconosce una certa idea dell’Italia, l’idea di un Paese emancipato da logiche rivendicative e corporative che costruisce il suo sviluppo su un’etica dei diritti e dei doveri.
Il progetto di Prodi è quello di un paese aperto e competitivo pronto ad affrontare il mercato internazionale. Ma non in condizioni di debolezza, subalternità e sudditanza. E’ il senso dell’operazione Alitalia, è il senso della polemica su Telecom, è il senso della vicenda Autostrade-Abertis, è il senso dell’attivismo internazionale di Prodi. Il presidente del Consiglio sente forte il mandato di “riformare il capitalismo italiano”, di riformarlo dai fondamentali: trasformarlo da capitalismo delle tariffe a capitalismo degli investimenti, da capitalismo della rendita a capitalismo del rischio e dell’innovazione. Di qui i rapporti eccellenti con i produttori, come Marchionne e Colaninno, e quelli non idilliaci con i rentiers, come Benetton e Tronchetti.
Insomma, un progetto per il paese da questi primi mesi di governo si delinea. L’idea di un’Italia che ritrova la fiducia in se stessa, che non si chiude nel protezionismo, culturale ed economico, ma “fa sistema” – come si ama dire – per affermarsi in politica estera e nell’economia mondiale. E’ un progetto forte quello che si è intestato il presidente del Consiglio, un progetto che avrà successo solo se riuscirà a coinvolgere in modo continuo e permanente politica, industria e finanza.
Questa è la forza di Prodi, e proprio questo è ciò che manca a Berlusconi. Anche dopo la manifestazione di sabato. Berlusconi è bravissimo a creare l’evento, a improvvisare, a interpretare il suo elettorato, che è l’elettorato del “fai da te”. Ma questa “simpatia” con una parte rilevante dei cittadini non si riesce a tradurre in progetto. Il “meno tasse per tutti” è uno slogan che se riesce a parlare al piccolo imprenditore quando è il momento di pagare le tasse, non riesce però a dirgli nulla quando la sua azienda si trova ad affrontare una crisi di settore, una riconversione, un investimento in innovazione. Per questo la manifestazione di sabato è stata un evento, ma non ha smosso nulla. Perché è stata, in fin dei conti, un incontro di solitudini.

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