Eni, le leggende e la rete

Sull’onda della crisi Telecom (e del connesso “caso Rovati”), delle taumaturgiche liberalizzazioni e del contenzioso sulla proprietà di Terna, si è aperto, non si capisce bene perché, un acceso dibattito sullo scorporo dall’Eni di Snam-rete gas. In questa contesa l’integrità della più importante azienda italiana è penalizzata anche per via dell’avversione viscerale che la buona opinione pubblica occidentale e la libera stampa nutrono, sin dal Settecento, verso l’influenza della Russia sul continente europeo.
Il fantasma del giogo russo, incarnato dall’azienda di Stato Gazprom -dipinta come un minaccioso Golem – getta un’ombra di sospetto anche su Eni, che oltre ad essere anch’essa azienda di Stato, con Gazprom per di più negozia intensamente, e vuol farla addirittura venire in Italia.
D’altronde, in tutte le leggende c’è un fondo di verità, e la storia dell’Eni da sempre è accompagnata da miti e racconti suggestivi.
C’era qualche verità anche nella storia delle sette sorelle cattive che volevano soffocare il cagnolino a sei zampe, per impedire la rottura del cartello petrolifero e l’autonomia nell’approvvigionamento energetico di un paese affamato di energia, privo di materie prime e sconfitto in guerra come l’Italia degli anni Cinquanta.
C’era la leggenda del ruvido e geniale fondatore – secondo alcuni “grande corruttore” – Enrico Mattei, che al volgere degli anni Sessanta stava collegando la sua fortunata azienda pubblica, per la via di spregiudicate relazioni politiche e coraggiose imprese di ingegneria, ai giacimenti di petrolio e di gas del subcontinente sovietico e della nuova Algeria, non più francese, di Ben Bella.
C’era, infine, e ci viene ciclicamente riproposta, la leggenda della tempestosa notte del 27 ottobre 1962 in cui, mentre i grandi del mondo scongiuravano il terzo conflitto mondiale sbloccando la crisi dei missili a Cuba, il piccolo Morane Saulnier su cui volava Mattei tra Catania e Linate si schianta nella campagna pavese a Bascapé.
Un incidente secondo le verità ufficiali – che sono spesso confermate nel modo più fermo proprio dal ritornello allusivo e inconcludente delle “ipotesi alternative” – opera di terroristi dell’Oas francese, di sicari mafiosi per conto dei petrolieri, o di un complotto di proporzioni più vaste secondo le biografie più diffidenti.
Fatto sta che lo sviluppo degli accordi con Russia e Algeria, e la costruzione dei due metanodotti, hanno trasformato l’Eni. Da ringhioso e sgomitante parvenu a una delle maggiori aziende energetiche al mondo.
Il governo Prodi, per prima cosa, si è preparato a fronteggiare in modo razionale lo scenario assai preoccupante che gli si para davanti in campo energetico: elevatissima dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio, prezzi in tendenziale aumento, comportamenti collusivi degli oligopolisti (la temuta Opec del gas tra russi e algerini), insicurezza degli approvvigionamenti. Insicurezza a sua volta legata a diversi fattori, quali l’instabilità politica del Medio Oriente, la conflittualità tra Russia e alcuni stati dell’ex Unione Sovietica, e la concorrenza nell’acquisto da parte di cinesi e indiani sui giacimenti di Russia, Medio Oriente e Africa.
La strategia messa a punto da Bersani è duplice. Da un lato fa leva su un pacchetto di diversificazioni, con l’incentivazione del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili e alternative (comprese, nella giusta misura, carbone, nucleare – necessariamente sviluppato all’estero – e rigassificatori). Dall’altro propone all’Europa di fronteggiare la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili creando un “cartello dei compratori” che possa trattare da condizioni di forza, innanzitutto con i russi, per garantire stabilità ed economicità delle forniture.
Quello del gas e del petrolio infatti non è un mercato idealtipico. Non si tratta solo di domanda e offerta. E’ un sistema strutturalmente monopolistico e imperniato sugli stati. C’è di mezzo la politica estera, si tratta di stabilizzare (o di destabilizzare) le relazioni all’interno di interi subcontinenti (l’ex Urss, il Medio Oriente, per restare a quelli a noi più vicini), si tratta di regolare le sfere di influenza delle principali potenze mondiali e la loro interazione all’interno dei diversi teatri. Si tratta di concordare, realizzare e gestire le traiettorie di una rete mondiale del trasporto di carburanti dalla quale dipende lo sviluppo economico e il disegno delle relazioni internazionali di interi paesi.
Fare dell’Ue un cartello di compratori vuol dire integrare una parte significativa della politica estera e della politica industriale dei paesi del suo nucleo centrale. Non è un caso che la Russia, con Gazprom, stia accelerando invece la stipula di accordi bilaterali con Italia, Germania, Francia, basati su accesso pluriennale all’esplorazione e allo sfruttamento dei giacimenti in Russia per gli europei, in cambio di condivisione delle reti di trasporto e di distribuzione per avvicinare i russi al consumatore finale. In questo modo sia le imprese europee che Gazprom stringono un rapporto più ravvicinato di reciproca dipendenza e spalmano i loro profitti sull’intera catena del valore; ma è intuitivo che chi detiene la materia prima sia più forte nella trattativa con singoli acquirenti in concorrenza tra loro, e che sarebbe ben più debole a cospetto di un compratore unico europeo che avesse integrato in modo razionale la configurazione della sua domanda e delle reti, la struttura delle sue aziende.
L’Italia, senza petrolio, senza carbone e senza nucleare ha quote più elevate di importazione di gas e petrolio e quindi più bisogno di altri di fare fronte comune.
In attesa dell’auspicata definizione di una politica energetica europea, inoltre, il sistema industriale del settore registra il tentativo di grandi concentrazioni nazionali (Gaz de France su Suez), transnazionali (la tedesca E.On sulla spagnola Endesa), investimenti congiunti sulla rete da parte di russi e tedeschi che, con il Gasdotto del Baltico, hanno dato vita a un evento così rilevante nelle loro relazioni bilaterali che a dirigere la società mista è stato chiamato l’ex Cancelliere Gerhard Schröder.
Da noi invece sui giornali si reclama a gran voce la separazione della rete dall’Eni per garantire ai consumatori trasparenza e prezzi inferiori. Tuttavia, in un paese privo di materie prime e con gli unici due fornitori che tendono a fare cartello, un’accentuazione della concorrenza tra i distributori non appare in grado di ridurre in modo significativo il prezzo per i consumatori.
A fronte di questo incerto vantaggio però, il prezzo di una simile scelta (al di là della ancor più teorica disputa se sia meglio consegnare la rete a fondi di investimento anglosassoni o a fondi più vicini alla sfera pubblica nazionale) è quello di ridurre la forza dell’Eni, la sua capacità di negoziare forniture, investimenti e accesso alla rete nazionale in un sistema di relazioni internazionali scorbutico e complesso, la sua capacità di fare profitti, di pesare in borsa, la sua potenzialità di essere soggetto aggregante e di non diventare preda nell’anarchico panorama del sistema europeo dell’industria energetica.
E’ del tutto evidente che si tratta di una ipotesi priva di senso per chi non sia animato da ragioni di inimicizia personale nei confronti dell’azienda energetica, oppure non sia egli stesso l’aspirante gestore monopolista della rete.
Si può fare però una postilla.
La teoria della convenienza nella separazione tra reti e fornitori di servizi, assai discutibile fuori da mercati che non abbiano le dimensioni di quello degli Stati Uniti, è stata introdotta in modo incontrastato nel dibattito economico europeo degli anni Ottanta e Novanta con diversi scopi. Uno era sicuramente quello di disarticolare l’economia mista europea per consentire a ingenti capitali privati di acquisire bocconi pregiati nel settore delle utilities e delle reti, cosa che per noi ha lo stesso interesse che ha per chi sia sceso da un autobus molto affollato il tastarsi trafelato i pantaloni, per sentire se c’è ancora il portafogli.
Un’altra ragione per cui quella teoria ha avuto corso in Europa è più seria: per costruire una vera integrazione di mercato occorreva unificare le reti e far competere le aziende nel territorio dell’intero continente.
Di questa tendenza si è diffusa prevalentemente una versione liberista (accesso alle reti nazionali a parità di condizioni, per tutti i fornitori continentali, e poi il mercato determini chi vince e chi perde tra le diverse categorie di imprese, di lavoratori e di consumatori), tendenza utile se applicata con qualche accorgimento perequativo a mercati meno sensibili. Per i settori strategici, però, può esisterne solo una versione diversa, più vicina al tipo di collaborazione che vige in campo aerospaziale e nell’industria militare. Una forma di cooperazione maggiormente attenta all’integrazione economica vera e propria delle strutture produttive e alla definizione delle moderne prerogative di una sovranità non più statal-nazionale.
E’ possibile che per realizzare una efficace politica energetica comune e la concentrazione razionale delle aziende del settore occorra definire un campo di gioco comune e regole certe per far vivere la concorrenza e dar corso agli investimenti strategici dell’Europa nel suo insieme. Che occorra cioè costruire una piattaforma unitaria, una società europea delle reti o un consorzio pubblico-privato che gestisca nell’interesse comune una risorsa così preziosa e strategica. Solo in un caso simile, o comunque nella certezza che questa prospettiva sia saldamente incardinata, il sacrificio di separare la rete del gas dall’Eni può avere un senso. Ma prima di intraprendere una strada del genere è saggio verificare che il futuro di aziende dello spessore di Eni (e di Enel) non sia affidato ai soli appetiti del massimo “valore per gli azionisti”.

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