L’inceneritore della Repubblica

Mercoledì 16 gennaio il ministro della Giustizia ha annunciato alla Camera le sue dimissioni per via dell’inchiesta che in Campania ha coinvolto sua moglie, poi diversi esponenti del suo partito, quindi lo stesso ministro. Come inaugurazione dell’anno giudiziario, tema al quale Clemente Mastella avrebbe dovuto dedicare il suo discorso in Parlamento, giusto quella mattina, non c’è male. Mercoledì 16 gennaio resta per molti, tuttavia, il giorno di una festa da tempo annunciata: il giorno del via libera ai quesiti referendari da parte della Corte costituzionale (mercoledì 16 gennaio, sia detto tra parentesi, tutti i grandi giornali aprono sulla parola “negata” al Papa dall’Università La Sapienza di Roma). Mercoledì 16 gennaio è però innanzi tutto il giorno in cui lo “spirito del ’92”, tante volte evocato negli ultimi mesi, si materializza di colpo nel tempio della sovranità popolare, ultima esalazione che dalle rovine di Napoli sale fino alla Camera dei deputati, intossicandone il clima.
Rimettendo in fila tutti i framenti della giornata – le inchieste sul ministro, lo scontro tra politica e magistratura, i professori contro il Papa e i papisti contro i professori – l’Italia sembra un paese sull’orlo, se non della guerra civile, perlomeno di una crisi di nervi. In molti sostengono da tempo che alla radice di tutti i nostri problemi ci sia una crisi di autorità. Torna in mente una battuta di Clint Eastwood che diceva più o meno così: quando un pistolero diviene davvero leggendario – è veramente autorevole – non ha neanche bisogno di girare armato, perché nessuno avrà mai il coraggio di sparargli. L’impressione è che in Italia, a tutti i livelli, stia accadendo il contrario. Troppi pistoleri in circolazione, armati fino ai denti, ai quali nessuno riconosce però la minima autorità.
Il Rinascimento napoletano degli anni Novanta finisce nella spazzatura proprio mentre a Roma si discute di nuove riforme istituzionali, definitivo abbandono del sistema maggioritario, morte della Seconda Repubblica. I rifiuti accumulati lungo le strade di Napoli appaiono come il bilancio di un’intera stagione della politica italiana, quella stagione cominciata con le elezioni amministrative del 1993 e l’ascesa dei sindaci, primi campioni nazionali di un nuovo sistema politico fondato su maggioritario e bipolarismo, personalizzazione e decisionismo.
Il fanatismo dei modelli istituzionali ed elettorali è il segno di un impoverimento culturale, al tempo stesso causa e conseguenza della debolezza della politica. Non c’è dunque nessuna ragione di scandalo nel fatto che Walter Veltroni appoggi ora una riforma ispirata al sistema tedesco come quella della bozza Bianco. Il problema è che a questa svolta tutto il Partito democratico, non solo Veltroni, sembra arrivare per forza d’inerzia, quasi obtorto collo.
Se i problemi della Campania – e dell’Italia – fosseo stati riconducibili soltanto al malfunzionamento dei meccanismi istituzionali; se la soluzione fosse stata, come recita stancamente persino la bozza di manifesto sui valori di cui si discute nel Pd, la ricostruzione di “una democrazia forte in grado di decidere” – la famosa “democrazia governante” – Napoli dovrebbe essere oggi un paradiso (e così la Campania, e l’Italia). Investitura diretta, larghe maggioranze, poteri amplissimi non sono certo mancati, in questi quindici anni.
Il problema di oggi, a sinistra, sta nel maldestro tentativo di conciliare una retorica anni Novanta, che non si ha il coraggio di abbandonare, con una posizione politica che nasce proprio da una revisione critica di quella stagione. Di qui, più in generale, il tentativo di ricostruire una democrazia dei partiti fondata sull’autonomia della politica – che non può non poggiare, a sua volta, sul radicamento e sulla consistenza di grandi forze, politiche e sociali, “a vocazione maggioritaria” – ma di nascosto. Senza dirlo. Anzi, dicendo tutto il contrario. Tentando cioè di camuffare una simile operazione per il suo contrario: il modello americano, il partito leggero, il “nuovo bipolarismo”.
Ma è una cattiva strategia quella che conta sulla presunta stupidità dei propri avversari. Non sarà chiamando “vocazione maggioritaria” l’antico e onorevole concetto di egemonia che si trasformeranno in folle plaudenti gli eserciti nemici. Non sarà parlando all’Osservatore romano in latino e al Corriere della sera in inglese che si otterranno i consensi sperati. Nel tentativo di rinchiudere il mondo entro i ristretti confini delle proprie vecchie parole d’ordine, il Partito democratico ha finito per costruire attorno a sé la gabbia in cui è rimasto prigioniero. E oggi rischia persino di gettarne fuori la chiave.
Il ministro della Giustizia ha parlato di una vera e propria “emergenza democratica” nel rapporto tra magistratura e politica. E lo ha fatto nell’aula di Montecitorio. E’ giusto che lasci il suo posto, in attesa che si chiariscano le vicende giudiziarie che lo riguardano, ma il centrosinistra non può fare finta di nulla. Non serve una particolare predisposizione all’analisi per capire quello che sta accadendo. Ci sono le inchieste giudiziarie, le campagne di stampa, i referendum. Se i massimi dirigenti del governo e del Partito democratico intendono continuare a fare finta di nulla, stringendosi al calore rassicurante del loro lessico familiare, almeno non prendano in giro se stessi, perché non ci sarà legge elettorale sufficiente a cambiare quello che è ormai un equilibrio consolidato. Equilibrio che alle leggi elettorali è del tutto indifferente, perché con il voto degli elettori non ha nulla a che fare.

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