Il contrario della politica

Siamo qui per i dieci anni di Italianieuropei. Dieci anni fa, poco più, in un’antologia dal titolo problematico, “Oltre la politica”, venivano raccolte dal curatore, il filosofo Roberto Esposito, un certo numero di riflessioni sulla politica di pensatori europei del Novecento. Il loro filo conduttore era la necessità di pensare la sempre più evidente “afasia del nostro lessico politico”. Nell’introduzione, Esposito citava uno sconsolato pensiero di Hannah Arendt, maturato alla vigilia di uno dei momenti più terribili della storia europea, nel ’37. La Arendt diceva così: “Possiamo prendere tutti i termini, tutte le espressioni del nostro vocabolario politico, e aprirli; al loro interno, troveremo il vuoto”.
Diceva proprio così: il vuoto.
Le cause di questo svuotamento, di questa “sensazione di vuoto”, di questo “prosciugamento semantico del vocabolario politico” non sono poche, com’è chiaro. E sono cause di diverso momento. Di lungo e di breve periodo. Ma la più evidente, la più corposa, la più generale, può forse essere indicata nei termini di un progressivo restringimento dell’ambito stesso dell’agire politico. La filosofia politica annaspa anzitutto perché annaspa il suo oggetto, la politica. E i suoi spazi si restringono perché altri spazi si allargano, e altre forze e altri soggetti cercano di prenderne il posto.
Può sembrarci paradossale mettere oggi la cosa in questi termini. Perlomeno in Italia, dove continua a riuscire prevalente solo e soltanto l’impressione esattamente opposta: che di politica ve ne sia troppa, che la politica invada dimensioni che non le sono proprie, che medii tra istanze e si interponga in ambiti che dovrebbero invece regolarsi da sé. Eppure il paradosso è solo apparente e questa impressione, il fatto stesso che si produca e si imponga sempre e solo questa impressione, è segno piuttosto di impotenza che di prepotenza della politica. La quale ha infatti sempre più il passo affannoso di chi rincorre (e perciò magari sbaglia), non quello di chi detta i tempi. E l’apparente ipertrofia copre e nasconde, cerca cioè di compensare proprio la crisi della decisione politica, il discredito dei luoghi deputati, la perdita di autorevolezza delle parole che dovrebbero contribuire a costruire in termini politici il senso pubblico e condiviso del paese.
Se perciò si guarda in campo lungo, se si porta sulla crisi italiana la considerazione – come voleva Hegel – dello “storico pensante”, se si prova a saldare insieme la cronaca con la storiografia e la teoria, si vedrà senza troppa difficoltà che negli ultimi dieci-quindici anni l’Italia ha accusato anzitutto un deficit, non un surplus di politica. E ha accusato una perdita, non un incremento di peso. Anche quel che è accaduto questa settimana, tanto sul piano non più effimero dell’immagine, della comunicazione e del linguaggio, quanto su quello della credibilità complessiva della disponibilità di risorse politiche da impiegare nel governo del paese, reca purtroppo un segno negativo, non un segno positivo.
Naturalmente simili segni possono e anzi debbono essere ricercati anche altrove, in fenomeni la cui portata e il cui significato trascende la cronaca, benché non manchino di impregnare fortemente l’attualità. Si pensi, solo a titolo di esempio, al gran parlare che si fa dei valori, al punto che fra poco – mi si consenta lo scherzo – i papà diranno che vogliono bene ai loro figli non per altro, non perché sono i loro figli, ma perché credono nel valore della figliolanza. Io penso, e non sarebbe difficile darne in sede storico-filosofica qualche dimostrazione, che tra tutte le parole con cui gli uomini hanno storicamente indicato ciò che è per loro un bene oppure un reale e vero interesse, la parola “valore” sia la più lisa, la più metafisicamente compromessa e soprattutto la più intrattabile politicamente, con effetti di spoliticizzazione che finiscono con l’investire questioni che non sono affatto prive di senso politico e per le quali anzi la risposta è o dovrebbe essere data in termini di politiche pubbliche, non di esortazioni morali o di proclamazioni valoriali.
Qui c’è dunque un compito della politica, e non si tratta di un compito residuale, poiché non è vero affatto che compito della politica, in una società liberaldemocratica, sia quello di occuparsi semplicemente di quel che resta dopo che sono state sottratte ad essa tutte le questioni etichettate e virgolettate come eticamente sensibili, per il fatto appunto che in esse sarebbero in gioco valori indisponibili. No, il compito è al contrario quello di sottrarre il più possibile tali questioni alle ipoteche valoriali, riconducendole, tramite la critica, al loro significato pratico pubblico. E quel che vale per l’etica vale anche (e forse la cosa è persino più urgente) per il momento tecnico o per quello economico. Democratico non è affatto il nome con il quale ci si sbarazza del maggior numero di questioni possibili, per rimetterle lavandosene le mani ora alla coscienza morale, ora alla competenza tecnica, ora all’agente economico – tutti soggetti che, si badi bene, possono fra loro confliggere anche aspramente, ma almeno in una cosa sono concordi: nel pretendere, cioè, e nel ricercare l’irresponsabilità politica. Ma democratico è proprio il contrario: è il nome con il quale ci si occupa del maggior numero di questioni possibili compatibilmente con il fatto che tali questioni sono di tutti e insieme di ciascuno, di tutti insieme e di ciascuno per sé. Nell’intersezione, nell’incrocio di queste due dimensioni. Non dell’una sola, o solo dell’altra. Non dell’una sola, a scapito e a danno dell’altra.
Ma che vi siano questioni di tutti: questo è il compito ineludibile della politica che deve essere sempre di nuovo rivendicato e guadagnato nell’orizzonte della democrazia. Che vi debba essere una cura comune delle istituzioni, una cura comune delle regole condivise, una cura comune dell’ethos civile del paese, una cura comune del senso della cittadinanza, una cura comune dell’interesse nazionale, questo non è affatto marginale, né è condannato a scomparire come residuale in un clima di contrapposizione reciproca, di sterile coazione a ripetere, che ci e si condanna alla paralisi mentre – come si dice – tutt’attorno il mondo si muove sempre più in fretta.
È vero: come agli automobilisti va misurato il tasso di alcolismo nel sangue, così ai filosofi e agli intellettuali in genere bisognerebbe sempre controllare il tasso di idealismo che circola nelle loro parole. Può darsi infatti che io ne stia abusando. Ma bisognerà pur cominciare una buona volta ad accordare quel che si fa e quel che si dice, l’individuazione dei temi di interesse generale e i comportamenti conseguenti. Finché infatti quel che si fa e quel che si dice non si accordano, si produce quel che si vede in questi giorni: irrequietezza, scontentezza, insoddisfazione. Non sono parole mie, ma di Antonio Gramsci. Si produce – diceva Gramsci – una generale e profonda ipocrisia, per cui ai mali del paese si cerca una causa fittizia, “che non giustificando e non spiegando non permette nemmeno di vedere quando l’irrequietezza stessa finirà”.
Così concludeva Gramsci, nei Quaderni, e non è, a dir la verità, che io oggi sappia dir meglio quando l’irrequietezza finirà. Ma se è vero, come afferma il sociologo tedesco Ulrich Beck – lo si leggeva proprio ieri sul Corriere – che europeizzare significa fare “una politica nuova”, quel che noi oggi dobbiamo auspicare, in Italia, è anzitutto che si faccia di nuovo politica. E l’augurio di tutti è che, anche sul versante della teoria e della proposta culturale, la fondazione Italianieuropei serva, continui a servire anche a questo.

  • Intervento pronunciato sabato 26 gennaio 2008, all’auditorium del Massimo a Roma, per il decennale della fondazione Italianieuropei.

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