Gli highlander della Prima Repubblica

Il libro di Chiara Geloni, Highlander – Storie, cimeli e ideali della Prima Repubblica (editrice Memori), non è solo la raccolta di dodici interviste a politici, giornalisti e intellettuali che hanno attraversato con vario grado di responsabilità i decenni repubblicani. Le interviste sono state realizzate nel corso di un programma settimanale di Red Tv e il mezzo televisivo ha aiutato in questo caso a rendere gradevole il linguaggio, pur senza impoverire i contenuti. Ma nel libro c’è più di dodici gradevoli chiacchierate: la lettura offre la brillantezza di questa pattuglia di settanta-ottantenni alle prese con la memoria, da sistemare perché sia risorsa utilizzabile, e con un presente da interpretare, attraverso categorie spesso più ricche di quelle che il pensiero dominante ci offre.
Parlare della storia politica della Repubblica vuol dire proiettare sul presente categorie di analisi, giudizi, valori. Sono interviste che parlano di politica, di oggi. E lo fanno senza nostalgia. Aldo Tortorella, uno degli intervistati, dice anzi che se si distrugge la memoria si ripetono gli errori. Nella storia ci sono gli errori, dunque, non solo bei ricordi. L’idea del rapporto diretto masse-popolo, dello Stato senza corpi intermedi e mediazioni politiche è l’idea dello Stato autoritario che si è affermata in Europa tra le due guerre, a fronte della crisi di fragili democrazie: non è solo l’invenzione di questa modernità che basta a se stessa per spiegarsi.
Highlander è un libro contro il nuovismo. Perché il nuovismo è un’ideologia, una subcultura nichilista, non un moto di liberazione. E’ uno dei caratteri più robusti del pensiero dominante e ha messo radici anche a sinistra. Si sposa bene con lo scenario di una democrazia senza partiti. Guido Bodrato, altro intervistato, cita Max Weber: solo un idiota o un uomo in malafede può pensare che le democrazie, con il suffragio universale, possano vivere senza partiti. Il nuovismo si combina anche con l’idea della politica come lotta personale di potere. Dice Beppe Vacca, e quasi con le stesse parole Emanuele Macaluso: un partito di massa si può fare anche in pochi, nel senso che un gruppo dirigente, purché culturalmente e politicamente coeso, può lanciare grandi sfide e mobilitare grandi forze; ma l’eccesso di personalizzazione alla fine toglie alla politica l’autonomia vitale e consegna il potere a forze esterne. Sarà un caso che in questo ventennio di Seconda Repubblica il dato più clamoroso e trascurato sia la crescita esponenziale del divario tra profitti e salari, tra rendita e lavoro. Perché non ne parliamo? Perché il nostro campo di indagine è così ristretto, angusto e recintato con il filo spinato? Osserva Domenico Rosati, a metà del libro: se questa è una Repubblica fondata sul centrosinistra – perché il primo centrosinistra fu il patto costituente – il Pd non può accettare una storia che consideri gli orizzonti democratici, politici, etici della Prima Repubblica come un male riassunto nel declino degli anni Ottanta.
Verrebbe da dire che il messaggio del libro di Chiara Geloni è il contrario di quello dei rottamatori. In realtà, il messaggio dei rottamatori non sta nelle cose che hanno detto e che giornali e tv hanno rilanciato con enfasi. La delusione verso il Pd non sta tanto nel mancato ricambio generazionale. Le mani che hanno scagliato pietre contro il Pd prendendo il materiale che fornivano loro i Renzi e i Civati sono le stesse mani che gli hanno tirato addosso il risultato delle primarie di Milano, dove un sessantunenne non debuttante ha sconfitto il giovanissimo gruppo dirigente del Pd milanese, formato da trentenni.
C’è nel popolo del centrosinistra uno smarrimento che intacca le motivazioni, c’è un sentimento anti-establishment, diffuso in tutto l’Occidente, che si scarica sui soggetti della politica. Non si può affrontare questa stagione senza cultura politica, senza un’antropologia (ovvero senza un’idea di uomo, come dice Alfredo Reichlin in un altro bellissimo libro, “Il midollo del leone”), senza la voglia di fare una battaglia politica. Il rinnovamento necessario – di cultura, di politica, di classi dirigenti – è più solido in un partito dove il circuito democratico non è interrotto. Insomma, non ci sono scorciatoie per il Pd: deve andare controcorrente per essere partito e per dire che la politica è una cosa buona. Ma per farlo ci vuole coraggio. Forse qui sta il deficit primario di oggi. Dice Oscar Luigi Scalfaro in un’altra intervista: nei momenti di curva, il politico non deve pensare a se stesso e alla carriera. Nelle curve, se ci sono politici incapaci di dire no, buttateli via. Chi crede, aggiunge, chieda un aiuto alla provvidenza.
Riflettere sulla storia della Repubblica, però, serve anche per dare un giudizio su Silvio Berlusconi. La sua parabola si sta chiudendo e il giudizio è fondamentale per il domani. Il fatto è che non siamo d’accordo su cosa è stato, sulle ragioni per cui ha segnato col suo carisma di leader questa stagione, dimostrandosi capace di formare un nuovo blocco egemone, plasmando e modificando quell’area moderata che la Dc ha rappresentato per un quarantennio. Guido Bodrato ricorda l’atto fondativo del secondo bipolarismo italiano: la legge Mammì. Giovanni Galloni sostiene che il pentapartito non fu un centrosinistra, benché vi partecipassero i socialisti, guidati da Bettino Craxi. La parabola di Berlusconi comincia qui. Invece molti, a sinistra, pensano che Berlusconi sia una meteora, uno che ha vinto perché ha barato, che ha preso i consensi solo per il conflitto di interessi irrisolto, che insomma con più cinismo del potere la sinistra poteva evitare l’ascesa del Tiranno (a proporre una simile analisi sono poi proprio gli stessi che accusano la sinistra di cinismo, ma questo è un altro discorso).
Il problema drammatico è che dal nostro campo visivo scompare la società. Altri poteri l’hanno fatta scomparire e noi non la cerchiamo. Così dedichiamo pagine alle trasmissioni televisive mentre tutti i giornali europei sono concentrati, giustamente, sulla crisi di Irlanda e Portogallo, e si chiedono se l’Europa resisterà alla prova. Se mai dalla crisi del berlusconismo nascerà un’alleanza repubblicana (cioè un’alleanza tra il Pd, forze di centro e persino di centrodestra, con un programma di salvezza nazionale), non potrà fare a meno di squarciare questo velo. Se invece si resterà nel teatrino, non riesco neppure a immaginare soluzioni all’altezza dei tempi.
Nel libro di Chiara Geloni le ultime interviste sono a giornalisti di grandi qualità professionali e umane. In ordine alfabetico: Ignazio Contu, Federico Orlando, Giorgio Frasca Polara. Ciò che più colpisce nelle loro parole è la passione politica. Si può essere giornalisti onesti e scrupolosi e avere passioni politiche, dare un senso al proprio lavoro. Anche in questo caso si va controcorrente: la sub-cultura egemone ha parlato per vent’anni di terzietà e di terzismo, esaltando improbabili modelli anglo-sassoni, mentre invece la mano degli editori cresceva e il debole capitalismo italiano usava i media per tenere sotto scopa la politica. Invece del pluralismo, della diversità, della qualità, abbiamo osannato il giornalismo che si fa arbitro. Un arbitro però che ha fischiato i rigori sempre contro l’autonomia della politica, ovvero contro il rinnovamento delle forme-partito, contro i corpi intermedi, contro il sistema parlamentare. Non credo sia stato un caso.

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