Foto di Jessica Bee

Una rivoluzione di mezza età

Cara Left Wing,
ho due piccole storie da raccontarti. La prima è questa: qui a Shanghai se non piove vado a lavorare facendomi una camminata di una mezz’ora. Lo so, l’inquinamento e tutte quelle cose lì: ma di norma vivo a Milano, mi sa che i polmoni li ho già ben foderati di polveri sottili, quindi tanto vale. Ma non divaghiamo: facendo questa passeggiata passo due volte al giorno davanti a un cantiere. Sta su Nanjing Lu West, che è una via ricca, piena di negozi lucenti e costosissimi, e grattacieli vetrati e alberghi a cinque stelle. A due passi dal Fake Market, del quale ti racconterò magari un’altra volta, c’è appunto questo cantiere. Si vedono le basi delle gru, e le ruspe. Non è difficile immaginare cosa ci sarà tra sei mesi in quello che adesso è un gran rettangolo di terra smossa: una decina di negozi lucenti e costosissimi, o un grattacielo vetrato, o magari un albergo a cinque stelle.

Comunque, la cosa interessante è che ogni giorno c’è un gruppo di persone che prende vernice e pennello e copre cinquanta metri buoni del muro che recinta il cantiere con ideogrammi enormi: sono persone di mezza età, hanno tutta l’aria di non essere contente di quel cantiere, quegli ideogrammi che io posso solo ammirare per la loro estetica commovente devono essere proteste, forse insulti. Ogni giorno c’è anche un gruppo di operai che prende altra vernice e altri pennelli, e hop, copre le scritte fatte dai signori e dalle signore di mezz’età. La mattina ci sono le scritte, la sera non ci sono più. La mattina dopo ci sono le scritte, e così via. Vanno avanti da due settimane almeno, e intanto le gru sono diventate un po’ più alte.

La seconda storia l’ho letta sullo Shanghai Daily. Nella provincia di Henan le autorità locali hanno deciso che avevano bisogno di terreni, si son guardate in giro, poi si son messe a tavolino e hanno stilato un provvedimento il cui titolo posso tradurlo nella rozza ma spero efficace forma di “spianare le tombe per riprendersi la terra”. Insomma, hanno spianato i cimiteri della provincia; una cosa da nulla, due milioni e quattrocentomila tombe. I cinesi al culto dei morti ci tengono, così gli henanesi hanno aspettato le feste del capodanno lunare e hop, si sono messi sotto a ricostruire le tombe di zii, nonni e bisnonni. Le autorità non hanno gradito e come son finiti i fuochi d’artificio hanno organizzato una cavalcata delle valchirie di ruspe che han spianato una seconda volta altre duecentomila tombe. Adesso sono tutti sul piede di guerra, da una parte i cittadini che vogliono difendere una tradizione millenaria, dall’altra i governanti che dicono: “Fatevi cremare, qui siamo in tanti e abbiamo bisogno della terra”.

Perché ti racconto queste storie, cara Left Wing? Non lo so bene nemmeno io, però mettiamola così: stando qui viene facile mettermi dalla parte della “gente”, le persone che si sono viste espropriare il pezzo di terra lungo Nanjing Lu West e radere al suolo la casa dove abitavano o il negozio che permetteva loro di tirare la fine del mese, i contadini della provincia di Henan che un giorno sono andati al cimitero e non l’hanno trovato più perché c’era bisogno di duemila ettari da dedicare alla coltivazione statale del grano. Viene facile alzare i cartelli “power to the people”, provare empatia, alzare il ditino e dire lo vedi, se ci fosse una democrazia queste cose mica succederebbero.

Poi torni a casa, (ri)accendi il computer, leggi quello che succede a casa, realizzi che hai di fronte agli occhi uno dei molti frutti della democrazia, cioè la legalizzazione del rincitrullimento collettivo e pensi – sì, va bene, vergognandotene un po’ ma nemmeno troppo – che apocalisse sarebbe se un miliardo e mezzo di cinesi si potesse bere il cervello come sessanta milioni di italiani. No?

No, caro Pilu, certo che no. Non si faccia prendere la mano dalle sue idiosincrasie e permetta anche a noi di raccontarle una piccola storia, certamente meno affascinante della sua (dovrebbe pensare di raccoglierle in un libro, sa?), ma in compenso più breve. All’indomani delle elezioni, un nostro caro amico, guardando i risultati del voto degli italiani all’estero, ci ha detto: “Ecco, capite perché siamo un paese allo sfascio? Basta starne fuori, e tutto torna normale: Pd al 29, Monti al 18, Grillo al 9”. Vede, caro Pilu, stiamo parlando davvero di un caro amico e di una persona di indubbia intelligenza, ma a nostro avviso sbagliava, come sbaglia lei. O meglio, come sbagliamo noi, da anni. E forse il problema principale è proprio il motivo per cui non riusciamo più a capire tanti italiani, al punto che è il loro voto che ci sembra provenire da un altro continente, se non proprio da un altro mondo. Insomma, forse il problema vero non è che gli elettori non abbiano saputo guardare più lontano, ma che noi, proprio noi, non fossimo più vicino. Non le pare quanto meno una buona domanda da porsi, anche da laggiù?

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