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Il conto delle primarie

La campagna elettorale è finita. Una lunghissima campagna elettorale, cominciata di fatto con la convocazione delle primarie nella primavera del 2012. Dopo un anno intero di mobilitazione permanente, è tempo di abbandonare la propaganda e di domandarsi cosa è successo, per quale ragione l’esito di una così lunga mobilitazione è stato tanto lontano dalle aspettative.

L’idea che le primarie fossero la risposta più efficace alla sfiducia e alla delegittimazione della politica non ha mai abbandonato Pier Luigi Bersani. Il resto del gruppo dirigente si è convinto strada facendo, vedendo i risultati. Risultati talmente inebrianti da indurre Massimo D’Alema a fare pubblicamente autocritica per non avere creduto sin dall’inizio nella panacea del gazebo. Risultati che abbiamo sentito celebrare per mesi: la centralità assunta dal Pd, l’oscuramento della destra, la mobilitazione di quel popolo delle primarie che alle elezioni avrebbe dovuto rivelarsi addirittura “l’arma atomica” dei democratici. Un quadro idilliaco di cui però è difficile trovare traccia nei risultati elettorali. Gli unici che contano.

Ebbene, alla luce dei risultati elettorali, si può ancora sostenere che grazie alle primarie il Pd abbia “colmato il fossato tra politica e società”? O non è vero forse che proprio questa ingenua convinzione spiega in parte la sorpresa dinanzi ai risultati del 25 febbraio? L’obiezione che le cose sarebbero andate diversamente se avesse vinto Matteo Renzi semplicemente non è un’obiezione. Semmai, se non fosse solo un indimostrabile auspicio, sarebbe una conferma del fatto che le primarie non hanno funzionato. Quanto alla tesi secondo cui Renzi le avrebbe vinte se non fosse stato per le regole o per la diabolica astuzia di Nico Stumpo, si guardino i numeri: Bersani era sopra di dieci punti già al primo turno. Il resto è fuffa. Materiale buono per sondaggisti che oggi ci spiegano le ragioni di un voto che fino a ieri non avevano nemmeno intravisto. E che senza dubbio domani ci spiegheranno le ragioni per cui non avremmo dovuto ascoltarli nemmeno oggi.

Lasciamo perdere i sondaggi. Alla luce dei voti reali, è l’intero dibattito delle primarie che risulta non solo spaventosamente autoreferenziale, ma completamente anacronistico: un reperto degli anni Novanta incastrato nel 2012. Basta vedere che fine hanno fatto le parole d’ordine che l’hanno caratterizzato – slogan e programmi dell’uno e dell’altro fronte – sin dal giorno dopo il voto, con Bersani che presenta i famosi otto punti per il suo governo del cambiamento (dimenticandosi del rigore) e Renzi che parla di centralità del lavoro (dimenticandosi della riforma Ichino). Il fatto che dopo le primarie il vincitore debba sempre in qualche modo ricalibrare il suo messaggio per la campagna elettorale è scontato: meno scontato è che debba stravolgerlo non alla vigilia, ma all’indomani delle elezioni.

Fino al giugno del 2012 il dibattito interno al Pd non era così scollegato dalla realtà. Aveva una logica. C’era una sinistra interna che premeva per chiudere l’esperienza del governo Monti e andare al voto subito in nome di una svolta radicale nella politica economica, posizione resa esplicita da Stefano Fassina ma sostanzialmente condivisa da diversi dirigenti del partito, e c’era una destra interna che spingeva al contrario per un sostegno più convinto al governo tecnico e alle sue politiche, al punto da chiedere di trasformare la cosiddetta “agenda Monti” nel programma del Pd. Alla direzione dell’8 giugno il segretario però ribadiva solennemente il sostegno a Monti fino al 2013, richiamava all’ordine Fassina e annunciava primarie aperte entro l’anno. Con la decisione di confermare il proprio sostegno al governo tecnico fino alla fine della legislatura Bersani non si limitava quindi a prolungare la sospensione della naturale dialettica tra centrodestra e centrosinistra nel paese, ma paradossalmente congelava anche la vera dialettica interna al suo partito, che la corsa ai gazebo avrebbe completamente distorto.

Rimosso il problema dell’appoggio al governo Monti (e alle sue scelte politiche) per concentrarsi sul ricambio dei propri gruppi dirigenti e su simili amenità, il Partito democratico si rinchiudeva nelle primarie come in una campana di vetro, dove l’eco della crisi economica e delle sue contraddizioni non sarebbe mai arrivata, sostituita per tutti i partecipanti soltanto dall’eco dei propri stessi slogan. Un trattamento che avrebbe finito di rintronarli. E così, uscito trionfante dai gazebo, tutto il centrosinistra si avviava festoso e sicuro della vittoria verso le urne, dove raccoglieva appena il 29 per cento, dieci milioni di voti. I progressisti di Achille Occhetto, tanto per fare un esempio, ne raccolsero dodici.

L’ubriacatura delle primarie spiega almeno in parte l’enorme divario tra le aspettative e i risultati realmente ottenuti, un divario che la dice lunga su quel contatto con la società che proprio grazie ai gazebo si pretendeva di avere riconquistato. Nel paese, la compressione del conflitto destra-sinistra, quando si facevano più acute le conseguenze sociali della crisi e più pesanti le misure del governo, ha prodotto l’esplosione del voto per Beppe Grillo. Nel centrosinistra, invece, il congelamento del conflitto reale è stato al tempo stesso causa e conseguenza della sua chiusura autoreferenziale. Una realtà virtuale in cui il problema del Pd era non rompere con Monti, non spaventare i moderati, rassicurare gli italiani sull’uso saggio e prudente che il centrosinistra avrebbe fatto della sua maggioranza, garantendo il massimo della continuità possibile con il precedente governo. Esattamente tutto quello che gli italiani non volevano sentirsi dire.

Se Silvio Berlusconi non è scomparso dalla scena è solo perché all’ultimo momento ha trovato un pretesto per rompere con il governo Monti e fare una campagna elettorale da opposizione. Il Pd ha fatto il contrario. La sua grigia campagna elettorale non è stata che la traduzione fedele di questa linea politica, perfettamente coerente con l’analisi del suo gruppo dirigente, che dalle primarie in poi si divideva tra una destra che voleva fare dell’agenda Monti il programma del Pd e una sinistra impegnata a ripetere tre volte al giorno che il programma del Pd non sarebbe stato poi così diverso da quello di Monti. Alle elezioni, il voto del 60 per cento degli italiani se lo sono divisi quelli che Monti lo avevano appena mandato a casa e quelli che lo avevano sempre mandato altrove.

Il Pd non ha perso la sua occasione storica per colpa delle primarie. Il Pd l’ha persa perché si è chiuso in se stesso e si è scollegato dalla realtà. Con una battuta cattiva si potrebbe dire che ha preferito vincere le primarie piuttosto che le elezioni. Certo è che al momento decisivo, invece di invocare il voto anticipato, ha convocato i gazebo, continuando nel frattempo a tenere in piedi un governo tecnico palesemente non più in condizione di governare nemmeno se stesso. La dialettica personalistica tra renziani e bersaniani che è subentrata da quel momento in poi ha fatto definitivamente deragliare il dibattito interno al centrosinistra, offuscandone la percezione della realtà. Quali che siano le prossime mosse, forse è venuto il momento di riflettere meglio su quelle che ci hanno portato fin qui.

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