Foto di Palazzo Chigi

La reazione

Non sarà la fine del mondo e probabilmente nemmeno la fine della sinistra italiana, ma certo quello delle due manifestazioni, almeno per il Pd, è stato un pessimo fine settimana. In compenso, è stato altamente istruttivo. Dopo tante chiacchiere sulla disintermediazione e la società del tempo reale, infatti, l’antico rito della manifestazione di piazza convocata dalla vecchia Cgil, con il suo vecchio lessico e le sue vecchie bandiere, è stato sufficiente a cambiare verso in ventiquattro ore a tutti i tweet, status, home page e prime pagine dei giornali (da dove, domenica, ha scalzato la stessa Leopolda renziana).

In tal modo la mobilitazione di piazza San Giovanni è riuscita a respingere Matteo Renzi dietro trincee che il segretario del Pd sembrava avere superato da tempo. Un risultato finora nemmeno sfiorato da nessun autorevole editoriale e tantomeno da alcun illustre tweet. Il dibattito sul cosiddetto Jobs Act è tornato infatti allo scontro tra amici e nemici dell’articolo 18, che per il governo è ovviamente il terreno meno favorevole, mentre lo stesso Renzi, dopo avere passato i primi due giorni della Leopolda a sorvegliare ogni possibile reazione sopra le righe da parte dei suoi, facendo subito scomunicare l’indisciplinato Davide Serra, al terzo giorno già ripiegava su toni e argomenti tipici delle primarie del 2012, quando però Renzi era un giovane outsider che sfidava il gruppo dirigente del Pd e non il suo segretario, per giunta a capo del governo. E c’è una bella differenza.

Può darsi che sia una lucida strategia, ma è forte l’impressione che la reazione del presidente del Consiglio sia frutto di un errore di prospettiva. Tanto più a giudicare dall’asprezza dello scontro di questi giorni, che paradossalmente sembra giustificare almeno ex post la durezza della posizione assunta dal sindacato, e che all’inizio appariva tutt’altro che solida.

Renzi non è certo un ingenuo e tantomeno un dilettante. Ma forse dovrebbe ugualmente riflettere su un passaggio della famosa conferenza di Max Weber sulla politica come professione in cui il sociologo tedesco parlava della “fredda lungimiranza” e di quel “saldo controllo dell’anima” che distingue l’uomo politico appassionato dal “mero dilettante politico che si agita in modo sterile”. In particolare laddove Weber condannava la “mancanza di distanza” come il peccato mortale di ogni uomo politico: “Una di quelle qualità che, coltivate presso la nuova generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica”.

Può darsi che oggi, in tempi in cui il professionismo politico è considerato nel migliore dei casi un relitto del passato, tali considerazioni non abbiano più alcun valore. Eppure, ripensando anche a certe polemiche sul ruolo dei social network, è difficile non restare colpiti dalle parole di Weber sull’uomo politico che deve “dominare in se stesso, ogni giorno e ogni ora, un nemico del tutto banale e fin troppo umano: la vanità comune a tutti, la nemica mortale di ogni dedizione a una causa e di ogni distanza e, in questo caso, della distanza rispetto a se stessi”. Non sembra un saggio sulla politica ai tempi di Facebook?

Ovviamente quelle parole, pronunciate nel 1918, non si riferivano né a Facebook né a Twitter. Eppure, lette oggi, suggeriscono l’idea che nella disintermediazione si nasconda anche un rischio. E non solo perché, come insegna la giornata di sabato, a forza di disintermediare, anche i corpi intermedi nel loro piccolo s’incazzano. Ma perché le organizzazioni di rappresentanza costituiscono pur sempre un fattore di coesione e un freno alle spinte disgregatrici presenti nella società, anche e forse soprattutto quando si contrappongono al governo, consentendogli così di affrontare quelle spinte – per l’appunto – da una certa distanza. Perché mediazioni, movimenti e corpi intermedi non sono sempre e solo una barriera che impedisce di andare avanti e navigare in mare aperto, ma anche un argine contro il pericolo di essere travolti e risospinti indietro al primo mutare del vento.

Fino a oggi Renzi ha saputo muoversi abilmente e con grande profitto lungo il confine che lo separa dal populismo a cinque stelle, ma è evidente il nesso tra la pretesa di incarnare una presunta “società civile” che si autorappresenterebbe senza bisogno di partiti, come dichiarano i membri del partito grillino, e gli attacchi al sindacato e alla “vecchia politica” che costituiscono il cuore della loro retorica, nonché il punto di contatto più significativo con la retorica renziana. Da questo punto di vista, la chiusura della Leopolda con l’omaggio a Giorgio Napolitano, nel pieno dell’incredibile campagna per coinvolgerlo nelle fumose cospirazioni della cosiddetta “trattativa stato-mafia”, non è solo un atto dovuto, ma anche una scelta di campo politicamente significativa, che segna il limite invalicabile di ogni destrutturazione. Un limite invalicabile ma al tempo stesso scivoloso, come mostra la battuta, chissà quanto volontariamente autoironica, sulla necessità di uscire da Twitter quando in parlamento si dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

Competizione con il populismo e difesa delle istituzioni: sul filo teso tra questi due estremi Renzi si muove con la tranquillità di chi sente di avere robuste reti di protezione a garantirlo da ogni caduta. Forse, se riuscisse ad acquisire un po’ della distanza di cui parlava Max Weber, noterebbe però che quelle reti non appaiono più così salde come in passato, per lui non meno che per l’Italia.

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