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Se lo stress test premia la finanza tossica

Due settimane fa la Banca centrale europea ha completato il cosiddetto Comprehensive Assessment, una valutazione integrata e approfondita sui bilanci consolidati di 130 banche europee. Tale esame – che è parte fondamentale del Single supervisory mechanism, un sistema di analisi e di vigilanza unico per le banche della zona euro – aveva l’obiettivo prioritario di promuovere una maggiore stabilità e trasparenza nel sistema finanziario del continente. Superate le aspettative ansiogene dei mercati finanziari, i risultati di questo esercizio per il sistema bancario hanno occupato i media del continente per alcuni giorni. Ma al netto delle valutazioni sui singoli casi di banche che non hanno superato l’esame, la discussione pubblica non ha trattato nel loro complesso le principali criticità di questo modello di valutazione.

La taratura dei criteri ha penalizzato in più larga misura quei paesi e quei sistemi bancari che hanno un core business maggiormente incentrato sul finanziamento alle imprese e alle famiglie. L’analisi di scenario avverso simulata dalla Bce prevedeva, infatti, una drastica riduzione dell’attività economica e, di conseguenza, la possibilità di forti insolvenze da parte del settore privato. Pertanto, gli istituti di credito attivi nel campo degli strumenti finanziari più complessi, come ad esempio i derivati, hanno risentito meno degli effetti negativi di una contrazione del pil e di conseguenza hanno superato con più facilità i test di Francoforte. Il paradosso è che il Comprehensive Assessment della Bce, lungi dall’incentivare l’attività di prestito a famiglie e imprese, rischia di fornire un incentivo perverso agli istituti di credito e di spingere verso un’ulteriore sofisticazione del sistema finanziario.

Un ulteriore elemento di criticità è legato alla prociclicità del modello di valutazione utilizzato. Un primo aspetto di questo problema è di natura microeconomica ed è rintracciabile in quasi tutta la letteratura sui modelli di sorveglianza che basano le proprie valutazioni su requisiti patrimoniali. Durante un periodo di recessione, l’aumento delle insolvenze da parte di imprese e famiglie porta una banca a iscrivere nel proprio bilancio numerose perdite, riducendone così il capitale. In questa fase aumenta, quindi, la necessità di nuovo capitale per poter assicurare una performance positiva durante le analisi della Bce. Data la difficoltà di trovare nuovo capitale durante un periodo di crisi, le banche sono pertanto costrette a contrarre il credito, con ricadute negative su consumi e investimenti e dunque sullo stesso tasso di crescita.

A questo primo aspetto se ne aggiunge un secondo, maggiormente legato al contesto macroeconomico. Tra i principali fattori di rischio che influenzano la valutazione del Comprehensive Assessment, vi sono, infatti, la natura dei titoli posseduti dagli istituti di credito e la collocazione geografica del loro core business. Dunque, una banca che detiene titoli di stato della periferia dell’Europa, e che svolge la maggior parte delle proprie attività in uno di questi stati, verrà penalizzata in maniera duplice. Innanzi tutto, durante uno scenario avverso, dovrà scontare un tasso di interesse superiore e una crisi dell’attività economica più acuta. Quindi, il valore del proprio bilancio sarà ulteriormente decurtato a causa della diminuzione del rating dei titoli in suo possesso.

Le analisi condotte dalla Bce rafforzano ulteriormente, invece che allentare, il legame fra sistema bancario e debito sovrano. Inoltre, un eventuale intervento pubblico a sostegno di un istituto di credito in difficoltà – o mediante aiuti o attraverso una nazionalizzazione – comporterebbe un ulteriore aumento del debito sovrano, e quindi un peggioramento del bilancio pubblico e del relativo rating assegnato. Pertanto, stato e sistema bancario rischiano di avvinghiarsi e vincolarsi sempre più in una spirale speculativa.

C’è poi un terzo elemento di criticità, intrinsecamente legato al precedente, che affonda le sue radici nel contesto europeo. Infatti, i risultati negativi di alcune istituzioni finanziarie del Comprehensive Assessment potrebbero indurre gli stakeholder a compiere delle scelte capaci di incrementare ulteriormente le difficoltà della banca. In primo luogo, gli azionisti e gli intermediari finanziari tenderanno a vendere il titolo della banca, abbassandone il valore del capitale – e dunque patrimoniale – alla base della valutazione della Bce. Il caso italiano è emblematico in tal senso: Monte dei Paschi di Siena e Carige, le due banche italiane ritenute in deficit di requisiti patrimoniali durante gli stress-test, hanno subìto una drastica riduzione del loro valore nei giorni immediatamente precedenti e successivi alla pubblicazione dei dati della Bce. In secondo luogo, i depositanti e i piccoli investitori preferiranno trasferire i propri risparmi verso degli istituti più solidi. Dunque sia i piccoli sia i grandi stakeholder di una banca fragile tenderanno a investire verso quegli istituti che il Comprehensive Assessment valuta virtuosi. Però, dato l’esercizio europeo e il principio della libera circolazione dei capitali previsto dai Trattati, questo potrebbe comportare una più ampia fuga di capitali dai paesi periferici verso quelli centrali. Minori capitali significa minori investimenti e minor crescita. Per una banca tutto questo comporta un incremento del rischio, dunque peggiori performance borsistiche e riduzione del patrimonio. Pertanto, questa dinamica diviene un fenomeno prociclico, che accompagnato a quanto detto sopra può trasformarsi in una spirale drammatica per tutto il paese.

Infine, c’è un ultimo elemento di criticità da considerare, che da solo è in grado di spiegare l’importanza di questi problemi. Il progetto di unione bancaria è stato un fondamentale passo in avanti così come il passaggio di gran parte dell’attività di vigilanza in capo alla Bce. Tuttavia la pressoché totale cessione delle decisioni sulle future ristrutturazioni bancarie all’istituto di Francoforte porta con sé non pochi rischi per i paesi periferici. Sarà infatti compito della Bce decidere la legittimità di eventuali acquisizioni, fusioni e liquidazioni bancarie a tutti i livelli. Se lo scenario economico generale non muterà in maniera sostanziale, è ragionevole prevedere che le divaricazioni fra gli indici macroeconomici dei paesi centrali e di quelli periferici persisteranno, con ricadute nefaste sui rispettivi bilanci bancari. C’è quindi il rischio concreto che l’Italia si presenti all’appuntamento delle ristrutturazioni nello scomodissimo ruolo di debitrice costretta a liquidare le banche alle condizioni fissate dai potenziali acquirenti esteri.

Questo processo minaccia di aggravare il già intenso fenomeno di “mezzogiornificazione” delle periferie europee, che rischiano di vedersi ridotte al ruolo di azionisti di minoranza, privi di potere decisionale e con lavoratori a basso costo con sempre minori tutele. L’Unione bancaria è quindi strettamente intrecciata a un cambio di rotta nel campo della governance macroeconomica europea. Solo l’introduzione di un sistema che incentivi una crescita armoniosa e che contenga le spinte divergenti all’interno dell’area euro potrà evitare che le periferie europee cadano nel cono d’ombra dei paesi più forti.

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