Left Wing https://www.leftwing.it Sat, 23 Jan 2021 14:32:56 +0000 it-IT hourly 1 Misteri https://www.leftwing.it/2021/01/23/misteri/ Sat, 23 Jan 2021 14:32:56 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11947 In Italia gli unici responsabili che si trovano sempre sono quelli per formare una maggioranza.

O quasi sempre.

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Bufale, no-vax e democrazia https://www.leftwing.it/2021/01/22/bufale-no-vax-e-democrazia/ Fri, 22 Jan 2021 16:59:29 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11929 Se non c’è altro da dire, a proposito della verità e del suo rapporto con la democrazia, se è sufficientemente attendibile il quadro che ho tracciato fin qui nell’essenziale – senza arricchirlo ulteriormente (come pure è possibile), e senza entrare nelle pieghe della sua storia o nei dettagli di una sua possibile articolazione istituzionale –, se è attendibile nel senso che riporta effettivamente la communis opinio su cui poggia il sentimento democratico, com’è possibile allora che le società contemporanee si sentano minacciate da una pioggia di «post-verità» che inquinerebbero il dibattito pubblico, falsando le competizioni elettorali, alterando i meccanismi fondamentali del gioco democratico?

Se le democrazie rinunciano alla verità, in nome della tolleranza e del pluralismo delle opinioni, se è relativistica l’ideologia di sfondo, giusta la proposta di Kelsen, come avviene che debbano oggi preoccuparsi delle «circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica di quanto non sia l’appello alle emozioni e alle convinzioni personali»?

Linkiesta

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Odio e falsità ci riguardano https://www.leftwing.it/2021/01/22/odio-e-falsita-ci-riguardano/ Fri, 22 Jan 2021 16:23:37 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11926 La sospensione, permanente nel caso di Twitter e indefinita nel caso di Facebook, dell’account personale di Donald Trump ha fatto esplodere il dibattito, aperto da tempo, circa le responsabilità, e la discrezionalità, delle piattaforme online nel moderare le conversazioni online. A ben vedere, sono due gli ambiti in cui tale ‘responsabilità’ si manifesta: uno è diretto e ha a che fare con le cosiddette «politiche di moderazione» che ciascuna piattaforma si dà; l’altro è indiretto e riguarda il ruolo del filtro algoritmico nel selezionare i contenuti che riceviamo o che carichiamo sulle piattaforme… continua

Avvenire

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Twittatori e populisti https://www.leftwing.it/2021/01/08/twittatori-e-populisti/ Fri, 08 Jan 2021 13:53:23 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11944 Mentre il mondo assisteva tra l’incredulo e l’angosciato alla tragica farsa dell’assalto trumpiano al congresso – tragica farsa, è bene ricordare, in cui sono morte quattro persone – in Italia andava in scena un copione fortunatamente meno tragico, ma non meno surreale. Per una volta, però, non voglio parlare dei tardivi e timidissimi tweet, più pigolii che cinguettii, emessi dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri, casualmente entrambi esponenti di quel Movimento 5 stelle che di Donald Trump e del trumpismo si è sempre e correttamente considerato una sorta di partito fratello… continua

Linkiesta.it

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Un’occasione per dire No all’antipolitica https://www.leftwing.it/2020/08/25/no-referendum-costituzionale/ Tue, 25 Aug 2020 09:02:10 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11918 Ci sono molte argomentazioni per sostenere il Sì al referendum costituzionale, nessuna delle quali sincera. Non è vero che si risparmino tutti i soldi che dicono i sostenitori del Sì. Non è vero che il parlamento ne uscirebbe più efficiente (questo, per essere onesti, non hanno il coraggio di affermarlo nemmeno tutti i sostenitori del Sì, che infatti in gran parte promettono svariati aggiustamenti successivi). Non è vero che abbiamo il più alto numero di parlamentari d’Europa, dell’Occidente o del mondo, come dicono i sostenitori del Sì e purtroppo, da molti anni, gran parte della stampa italiana.

Ecco una buona ragione per votare No: mettere un freno a questo modo di avvelenare il dibattito e condurre la lotta politica attraverso balle, manipolazioni e demonizzazioni. E dire finalmente No a una deriva populista che in Italia è cominciata ben prima della fondazione del Movimento 5 stelle e che ha diffuso per troppi anni l’idea che le istituzioni democratiche, il parlamento, la politica stessa siano un costo, uno spreco, una spesa inutile. E questo, di tutti gli errori che una comunità nazionale può compiere, è certamente uno dei più pericolosi e dei più difficilmente reversibili. Perché la democrazia rappresentativa, fondata sulla centralità del parlamento, non consente certo di evitare tutti gli errori che le vengono addebitati – lentezza, corruzione, inefficienza – ma è l’unico sistema che consenta di correggerli.

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Cambiando discorso https://www.leftwing.it/2020/06/09/cambiando-discorso/ Tue, 09 Jun 2020 08:18:34 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11899 Scuola di formazione

CAMBIANDO DISCORSO

Quattro dialoghi per non farsi trovare impreparati dagli eventi

Dal 12 giugno al 3 luglio, ogni venerdì alle 18.00 in diretta sulla piattaforma Zoom

ℹ Per ottenere la chiave d’accesso e partecipare scrivi a seminari@leftwing.it 


VENERDÌ 12 GIUGNO

Ore 18.00
▶ La stagnazione secolare. Perché l’occidente ha smesso di crescere e cosa fare per invertire la rotta

GUARDA IL VIDEO 🎥

Con: Ronny Mazzocchi (Economista), Fabio Menghini (Docente universitario)


VENERDÌ 19 GIUGNO

Ore 18.00
▶ CRISPR: se la rivoluzione la fanno i biologi. Perché l’editing genomico è entrato nelle nostre vite e come le cambierà

GUARDA IL VIDEO 🎥

Con: Anna Meldolesi (Biologa e giornalista scientifica), Massimo Adinolfi (Filosofo)


VENERDÌ 26 GIUGNO

Ore 18.00
▶ La testa del serpente. Perché il jihād si è trasferito in Africa, come Russia e Turchia chiuderanno la partita libica

GUARDA IL VIDEO 🎥

Con: Fabio Nicolucci (Analista strategico), Irene Panozzo (Consigliere politico del rappresentante speciale Ue in corno d’Africa)


VENERDÌ 3 LUGLIO

Ore 18.00
▶ Fuori dalla Gabbia. I riformisti non hanno da perdere che le loro catene

Seminario



 

I RELATORI

Massimo Adinolfi

Insegna Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli, e dirige con Vincenzo Vitiello la rivista di filosofia Il Pensiero. Coordinatore scientifico della Fondazione Meridies, scrive su Il Mattino, Il Messaggero, Il Foglio. Tra i suoi libri: C’era una volta il Re. Le parole per leggere il mondo (2012), Continuare Spinoza (2012), Hanno tutti ragione? Post-verità, fake news, big data (2019).

Ronny Mazzocchi

È consulente economico presso la Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento Europeo.

Anna Meldolesi

Laurea in biologia a Bologna, master in comunicazione della scienza alla Sissa di Trieste, scrive di scienza sul Corriere della Sera e insegna giornalismo scientifico al Master di giornalismo dell’Università Iulm a Milano. A partire dal 2000 ha raccontato l’evoluzione del biotech su testate italiane e straniere, tra cui Nature Biotechnology. Il suo ultimo libro, E l’uomo creò l’uomo, è dedicato alla rivoluzione dell’editing genomico.

Fabio Menghini

Insegna “Strategie Industriali e Finanza d’Impresa” presso la Facoltà di Economia Giorgio Fuà dell’Università Politecnica delle Marche.
All’attività di studio e ricerca ha sempre affiancato responsabilità manageriali in società italiane del settore bancario e finanziario. Opera attualmente come consulente e advisor di operatori italiani e stranieri in operazioni di finanza straordinaria. È autore di numerose pubblicazioni tra cui: Disruptive Innovation: Economia e cultura nell’era delle start-upLe Fangs (Facebook, Amazon, Netflix, Google), Industria 4.0. Imprese e distretti nella web economy, La stagnazione secolare. Ipotesi a confronto.

Fabio Nicolucci

Analista strategico, esperto di relazioni internazionali, politica e sicurezza del Medio oriente, è editorialista de Il Messaggero e Il Mattino. Consulente di istituzioni pubbliche e private, è autore di Sinistra e Israele, la frontiera morale dell’Occidente.

Irene Panozzo

Consigliere politico del rappresentante speciale Ue in corno d’Africa. Si è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche nel 1999. Scrive per diversi giornali e riviste occupandosi in particolare di vicende africane. Ha fatto parte della redazione di Radio3 Mondo come conduttrice della rassegna della stampa estera. È autrice di Sudan (Editori Riuniti, 2005) e coautrice di Safari cinese (ObarraO, 2007).

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Il paradosso dell’antimafia https://www.leftwing.it/2020/05/06/il-paradosso-dellantimafia/ Wed, 06 May 2020 15:43:41 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11849 Lo scontro in diretta televisiva tra il ministro della Giustizia e il magistrato simbolo della lotta alla mafia rappresenta certamente un grave conflitto istituzionale, ma è soprattutto un duello quasi trascendente tra un’icona della moralità antimafia, elemento consustanziale all’etica del Movimento 5 Stelle, e il suo attuale rappresentante nel governo. Il giudice e il ministro dovranno chiarire nelle rispettive sedi istituzionali – Parlamento e Consiglio superiore della magistratura – che cosa sia accaduto, un chiarimento necessario per rimuovere ogni sospetto, ma negli sconquassi che ne seguiranno nella dottrina della fede un punto va messo in sicurezza.

Nel rispetto della legge, un ministro è libero di fare, disfare, cambiare idea, scegliere una persona per un incarico e poi sostituirla anche solo per capriccio, perché ha una responsabilità politica e risponde delle sue decisioni davanti al Parlamento e all’opinione pubblica, una responsabilità che va difesa a ogni costo. Una politica debole subisce questo scontro per paura di finire dalla parte sbagliata. Lo stesso Movimento 5 Stelle, lacerato, non reagisce rivendicando il valore assoluto dell’autonomia della politica ma ostentando tutta la propria purezza antimafia, cioè l’adesione incondizionata al dogma.

Così si rischia però di perdere di vista la conseguenza paradossale di questo scontro. Quando si introduce la leva dell’ortodossia antimafiosa come strumento di pressione nel dibattito politico, e il sospetto di eresia diventa uno stigma capace di inibire qualsiasi atto politico, si innesca un meccanismo pericoloso che consegna uno straordinario potere di condizionamento proprio al fenomeno mafioso che si vuole combattere, a cui a questo punto basterà costruire un sospetto, disseminare un’allusione per neutralizzare ogni nemico.

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Cambiare per ripartire davvero https://www.leftwing.it/2020/04/30/cambiare-per-ripartire-davvero/ Thu, 30 Apr 2020 13:05:55 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11835 Nessun operatore culturale dovrà essere lasciato solo durante questa drammatica crisi. Sono le parole importanti con le quali il ministro Franceschini ha annunciato un pacchetto di misure di sostegno per il settore. E ha fatto non bene, ma benissimo perché la crisi è davvero grave e profonda soprattutto per un mondo che non sa ancora quando davvero potrà tornare alla normalità. E quindi quelle misure di protezione servono e servono subito. Però, se vogliamo essere sinceri e dirci tutta la verità, le difficoltà che in questi giorni diventano drammatiche c’erano tutte anche prima dell’arrivo del virus. Che, in questo come in altri settori, sta fungendo da amplificatore di problemi e malfunzionamenti preesistenti e stratificati da tempo. Se è così complicato non lasciare nessuno solo è proprio perché il modo in cui la cultura italiana (non) funziona da decenni rende quasi impossibile addirittura delimitare un perimetro esatto dei lavoratori coinvolti.

Ma allora viene da chiedersi se in una condizione così terribile sia sufficiente limitarsi alle sacrosante e tempestive misure di protezione immaginate dal governo o se non si possa osare qualcosa di più. Non pensando solo a far sopravvivere il sistema culturale italiano e a traghettarlo al di là dell’emergenza così com’è, ma utilizzare questa fase anche per ripensarlo, ridefinirlo. E per correggerne le storture, scardinando le soffocanti posizioni dominanti, abbattendo le paratie che impediscono l’accesso a tante energie innovative e creative, ripensando tempi e spazi di un sistema a volte chiuso ed escludente, superandone i limiti strutturali e – perché no? – ridefinendone la visione di fondo.

Insomma, per dirla facile, non rassegniamoci al fatto che superata l’emergenza tutto ciò che mai ha funzionato debba continuare a non funzionare esattamente come prima. Ma per riuscire in un cimento così ambizioso occorre una grande elaborazione collettiva che veda protagonisti soprattutto coloro che non hanno rendite di posizione da difendere. E la capacità di tenere insieme interventi immediati e visione futura. Magari cominciando da quello che dovrebbe essere ovvio, ma ovvio non è mai stato: fare cultura è un lavoro. E il lavoro è tale se è dignitoso, sicuro, giusto.

Fateci caso, ogni volta che parliamo di politiche per la cultura finiamo inevitabilmente a discutere di contenitori. E a ragionare intorno alla loro definizione e organizzazione. Tutto ruota intorno alle scatole che ospitano la cultura che, per quanto possano essere importanti, sono appunto solo scatole. A fare grande un’opera è lo statuto giuridico del teatro che la ospita o il talento e la professionalità di chi la porta in scena? Risposta ovvia e scontata in teoria, ma assai meno per le norme che quotidianamente applichiamo. Perché quelle professionalità e quei talenti sono continuamente umiliati, soffocati, sfruttati, dimenticati. Ancora oggi affermare che fare cultura, fare arte, salire su un palco per recitare o cantare è un lavoro è quasi rivoluzionario. La realtà è fatta di pochi diritti, garanzie quasi nulle, aspirazioni a un trattamento pensionistico decente inesistenti. Le nostre gabbie normative faticano a leggere una professione che spesso è subordinata e autonoma nello stesso momento, intermittente ma a suo modo continua.

Ma deve per forza essere così per sempre? O possiamo, proprio nel momento in cui l’amplificatore della pandemia evidenzia tutta la drammaticità di questo modello, iniziare a metterci mano? Perché non ragionare su uno statuto del lavoro culturale e creativo che rimoduli un sistema di welfare specifico ed equo per questo settore disegnando un sistema di diritti, tutele, garanzie tali da consentire di svolgere queste professioni dignitosamente? Una messa a sistema del lavoro creativo, culturale e artistico, che ricomprenda anche il lavoro dei tecnici nei diversi ambiti di attività, che affronti e superi i nodi e le disfunzioni delle quali si discute da anni, racchiudendo finalmente in un testo normativo specifico e coordinato le tipologie di contratto attraverso le quali si realizza e viene protetto il lavoro dei creativi, degli artisti e dei tecnici; per arrivare a riconoscere i “tempi di non lavoro” dei lavoratori del settore creativo, culturale e artistico, quali parte integrante della loro normale vita lavorativa e professionale, stabilendo misure e forme adeguate di welfare specifico, a partire dalla previdenza dei lavoratori dello spettacolo; e per creare le condizioni indispensabili per il dialogo tra le regole del lavoro di settore e del suo mercato, la legislazione sul diritto d’autore e le norme sull’accesso alla previdenza e alla protezione sociale.

Speculare al problema del lavoro è quello dell’impresa culturale. Che nel nostro paese ha preso molte e talvolta improbabili forme giuridiche. Associazioni che in realtà fanno impresa, e imprese che son più simili ad associazioni. Una giungla di fantasiosi espedienti interpretativi delle norme che sono figli non della volontà di evadere o eludere, ma della disperata ricerca di un modo di far quadrare i conti e mantenere in vita una dimensione professionale e lavorativa. Compito assai arduo per le specificità di un settore come quello culturale che, privo di una normativa che sostenga ove possibile la sua imprenditorializzazione, rischia di rimanere schiacciato dalle dinamiche di mercato e quindi recluso in un limbo indefinito in cui appunto proliferano e si creano ingiustizie e diseguaglianze.

Anche qui la domanda è sempre la stessa: non può che andare così o possiamo disegnare un vestito su misura per attività come quelle culturali e creative, che tenga conto della dimensione dell’impresa e delle diversità di servizi e prodotti, le cui specificità sono così evidentemente diverse da tutte le altre? Per un locale che fa musica dal vivo sarebbe più facile e conveniente occuparsi solo di cucina e somministrazione invece di impiegare le proprie risorse finanziarie (a partire dalla Siae da pagare) per dare l’occasione di un palcoscenico a giovani talenti.

È giusto che sia così o non andrebbe forse in qualche modo incentivato e sostenuto nella sua attività culturale? Lo stesso ragionamento vale anche per tutti quei presidi sul territorio che operano al servizio della comunità con azioni ed iniziative di carattere culturale, in modo costante e sistematico, anche qualora svolgano attività commerciale. Prima di tutto queste imprese vanno economicamente sostenute nella fase della convivenza con il virus, tenendo conto delle loro specifiche caratteristiche. Credito d’imposta per l’acquisto di attrezzature e materiale per la sanificazione e distanziamento, sostegno per la sanificazione anche di sale prova, scuole di musica, studi di produzione; sospensione dei pagamenti di tasse e contributi fino a tre mesi dalla completa riapertura dell’attività anche per le associazioni culturali, sospensione della Tari per l’intero periodo di chiusura e concessione gratuita del suolo pubblico antistante i locali per i primi quattro mesi di riapertura: queste le minime misure per ripartire.

Ma, in prospettiva, l’Italia ha bisogno di vere e proprie politiche industriali per la cultura e la creatività: tax shelter e tax credit per produttori e organizzatori di concerti, agevolazioni tariffarie per i locali, un’unica aliquota Iva per tutto ciò che concerne la messa in scena di uno spettacolo, estensione delle agevolazioni fiscali per il sostegno da parte dei privati, tempi certi nei pagamenti di Regioni ed enti locali. Ma anche norme che consentano l’emersione dei gruppi musicali e dei singoli musicisti ponendo un tetto massimo di tasse alle partite Iva (ad esempio 15% per cover ed orchestre, 5% per musica inedita fino a 10.000 euro annui, oltre che voucher per i dopolavoristi). Più in generale è indispensabile dare una regolamentazione chiara alle strutture giuridiche dell’impresa culturale e ai relativi carichi fiscali, così da consentire la strutturazione imprenditoriale e l’accesso al credito ed evitare ampie sacche di evasione. Inoltre, servono politiche di sostegno alla domanda e al consumo culturale, accanto alla giusta attenzione da dare alle produzioni innovative come ai nuovi mestieri legati alla creatività digitale e alla necessità di dare un supporto strutturale alla circuitazione all’estero degli artisti italiani.

E poi c’è naturalmente il tema di quanto, e soprattutto di come, la produzione culturale debba essere finanziata. Da decenni ormai tutto ruota intorno a uno strumento, il Fus, che doveva essere transitorio ed è ancora lì, croce e delizia di migliaia di operatori. Una parte del sistema vive (o muore) a seconda della capacità di accedere a quel canale di finanziamento e all’ormai anche qui dominante algoritmo. Nella crisi giustamente sono state stanziate risorse per proteggere anche i “figli di un dio minore” che non godono di questo finanziamento. Ma, una volta usciti dall’emergenza, la soluzione strutturale non può essere quella di creare un Fus dei piccoli che ne replichi le modalità e i difetti. Perché non è moltiplicando pigramente strumenti imperfetti che si risolvono i problemi da essi creati.

Ancora una volta, proviamo a fare lo sforzo di non partire da ciò che già c’è, quindi dagli strumenti, ma dagli obiettivi che dovremmo dare al sistema. Serve sostenere economicamente la produzione culturale? Ovvio che se siete arrivati a leggere fino a qui ne siete convinti anche voi. Ma perché occorre farlo? E cosa ha più bisogno del sostegno pubblico? Dobbiamo limitarci a coltivare tradizione e repertorio? O possiamo legare il finanziamento, quale che sia lo strumento con cui viene erogato, almeno in parte alla promozione dell’innovazione? Conosciamo l’obiezione: già avviene. Non è proprio così.

Quello che bisogna combattere è la rigidità di un sistema di finanziamento che cristallizza la realtà senza essere capace di rinnovarsi con essa; e anche le eccessive concentrazioni che questo sistema favorisce e che spesso vengono replicate anche a livello locale, soffocando la diversità e la specificità. Spesso ci concentriamo sugli spazi della tradizione – anche e soprattutto perché non ce ne sono altri e non si fa nulla per crearli e lasciarli vivere – e questo è un altro problema strutturale del sistema che soffoca la creatività indipendente. Non è questione di finanziamenti di serie A e di serie B ma bisogna ripensare il finanziamento dello spettacolo dal vivo ponendo degli obblighi più stringenti alle strutture cosiddette storiche in termini di innovazione e investimento su giovani produzioni per fare in modo che si attivi un meccanismo di redistribuzione, con una ricaduta che i finanziamenti assegnati devono avere su tutta la filiera della produzione artistica, anche indipendente.

Chi riceve dei fondi pubblici, a volte cospicui, ha una precisa responsabilità in termini di rischio artistico e quindi di programmazione di artisti emergenti e produzioni indipendenti e bisognerebbe condizionare a questo in modo più stringente i fondi assegnati e la loro erogazione, molto più di quanto non avvenga oggi, anche con penalizzazioni pesanti (così come nell’immediato si dovrebbe condizionare per tutti, fondazioni lirico-sinfoniche comprese, l’erogazione del Fus per il 2020/2021 almeno al pagamento dei costi artistici). Sono condotte che non possono essere affidate alla buona volontà o alla coscienza dei singoli. Al tempo stesso occorre immaginare dei canali di finanziamento statale per le nuove realtà artistiche che non ricalchino i medesimi meccanismi e siano meno rigidi e più vicini al mondo reale della produzione artistica contemporanea, con la sua complessità e le sue sfumature, pur senza sacrificare l’individuazione di criteri che identifichino il carattere professionale dell’attività artistica. Deve essere più facile avere un’occasione, non mantenerla nel tempo.

Per la musica leggera (che già chiamarla così è abbastanza assurdo), soprattutto quella emergente, bisognerebbe pensare un finanziamento che sia modulato sulle sue caratteristiche. Noi riteniamo che non sia sufficiente il sistema di redistribuzione delle risorse del diritto d’autore da parte della Siae, soggetto privato che svolge anche funzioni di carattere pubblico, con modalità che andrebbero radicalmente ripensate per garantire maggiore equità e redistribuzione, a partire dal fatto – ad esempio – che i grandi network potrebbero pagare direttamente i diritti anziché affidarsi esclusivamente all’attuale sistema di ripartizione dei diritti di ritrasmissione o dalla possibilità di ridefinire il rapporto con i locali dove si svolge la musica dal vivo.

E a proposito di scatole che non funzionano ma vincolano con il loro peso la nostra capacità di innovare, di certo se potessimo ridisegnare il sistema partendo da un foglio bianco, il tratto della nostra matita non disegnerebbe mai una cosa come questa Siae. Si può dire? Se ne può parlare? O ce la dobbiamo tenere così? Insomma, la musica d’autore e pop ha una storia lunga, e come il jazz che ha superato i cento anni, nasce nei locali e nei club che ne sono il vero cuore pulsante, ed è parte della storia culturale e artistica del paese: merita rispetto, finanziamenti alla filiera e il dovuto sostegno del Ministero della Cultura. Così come sono necessarie organizzazioni realmente rappresentative del mondo della musica, e dello spettacolo dal vivo più in generale, che facciano veramente gli interessi di tutto il settore. Ma anche riuscissimo a fare tutto questo, non sarebbe sufficiente senza un grande polmone di sviluppo della creatività, di sostegno alla domanda culturale, di produzione e distribuzione.

Serve una Rai che ridefinisca il suo profilo in questo settore. Non più un’azienda che compra creatività all’esterno, consegnandosi al potere di agenti e case di produzione più forti, ma una factory creativa che promuove innovazione, pluralismo produttivo e culturale e che cerca, propone e sostiene nuovi talenti. E nello stesso tempo difende la produzione culturale italiana, a partire – e sottolineo: a partire – dai settori più indipendenti, innovativi e, tuttavia, più marginalizzati della produzione culturale e creativa italiana. Perché siamo in un paese in cui da un lato esistono le effervescenze creative e dall’altro esiste un servizio pubblico che dovrebbe metterle in valore, cogliendo, tra l’altro, anche l’occasione di innovare la sua offerta, di incontrare nuovo pubblico potenziale giovanile che è da anni lontano dalla Rai e dalla televisione in genere, moltiplicare il numero dei suoi “fornitori” sciogliendo così il nodo delle posizioni dominanti che la inchiodano alla reiterazione e agli alti costi. Ma soprattutto, specie nel frangente che stiamo vivendo, di sostenere l’industria culturale nazionale, quella più fragile e al contempo più innovativa. Tuttavia, la Rai tradizionalmente è un’azienda poco permeabile alle novità, ai nuovi talenti e all’accoglienza di nuovi operatori che trovano enormi difficoltà anche soltanto ad entrare in contatto con soggetti e luoghi in cui si seleziona il prodotto potenziale.

La BBC da diversi anni ha adottato un sistema di commissioning che ha l’ambizione di essere equo e trasparente in grado di selezionare le idee migliori che si formano nelle società di produzione indipendenti che vogliono sottoporre un’idea per la radio, la tv o la piattaforma internet del gruppo. Attraverso questo sistema l’azienda apre, rapidamente, un «… dialogo creativo con i produttori che presentano le loro idee» garantendo al contempo la tutela del diritto d’autore sulle idee sottoposte. Aprirsi alla collettività dei produttori e della comunità dei creativi deve essere il prossimo rapidissimo passo che il servizio pubblico deve intraprendere. Insieme a questo si deve, crediamo, uscire dalla logica dei canali “specializzati” – televisivi o radiofonici – come unico tramite e mediatore per la diffusione di contenuti culturali, creativi, ancorché non mainstream.

La riproposizione, talvolta martellante, del “repertorio” inchioda la Rai, ma anche l’industria creativa italiana al passato, ai grandi gruppi, alle posizioni dominanti e relega il paese in una posizione marginale e ininfluente nel panorama delle industrie culturali internazionali, svilendo, insieme alla cultura italiana contemporanea, anche quella del passato che rischia di ridursi a semplice feticcio. Ma la Rai può dare subito un contributo a superare questa crisi con iniziative semplici e immediate: ad esempio stabilendo e rispettando quote di trasmissione per la musica italiana recente in ogni canale. E lanciando un bando aperto per format compatibili con le limitazioni logistiche di questa fase, così da pensare e produrre subito e non limitarsi a episodiche iniziative.

Mentre riflettiamo su tutto questo non commettiamo, però, il più grave degli errori: non rinunciamo proprio in questa fase al lavoro. Perché è giusto studiare un sistema di protezione sociale, ma è sbagliato studiare solo un sistema di protezione sociale. È vero, non sappiamo quando potremmo tornare ad assembrarci sotto un palco. O quando vedremo il sipario aprirsi in un teatro gremito. Ma questo non significa che dobbiamo aspettare quel momento per ripartire, perché in alcuni casi, con un po’ di creatività e con i giusti accorgimenti lo si può fare quasi subito, in piena sicurezza. Certo, occorre investire risorse pubbliche non solo nei sussidi ma anche per sostituirsi a finanziamenti privati in queste settimane inaccessibili.

A noi non serve una Netflix della cultura che offra oggi in digitale quello che non possiamo vedere dal vivo. La soluzione non può essere il “teatro in tv” inteso come trasmissione sulla tv di uno spettacolo pensato per il teatro. Come non può essere il concerto alla radio. Perché lo spettacolo dal vivo è tale se appunto è dal vivo, suonato o recitato davanti a un pubblico in carne ed ossa. E non dobbiamo rinunciarci nemmeno oggi: è fondamentale che i fondi stanziati dallo Stato per l’emergenza siano anche in parte trasferiti ai comuni per poter creare le condizioni di organizzare in sicurezza questa ed altre occasioni perché si possa recitare, danzare, suonare di fronte ad un pubblico, anche all’aperto, soprattutto nel periodo estivo.

Si possono studiare forme nuove da sperimentare durante l’emergenza, come l’opzione di utilizzare le nostre città, le loro piazze, le strade, i cortili come palchi naturali sui quali affacciano decine, centinaia di finestre e balconi dai quali i cittadini possono assistere agli spettacoli in tutta sicurezza. Ma anche immaginare situazioni simili a quelle che un tempo erano il drive-in per il cinema e i concerti e quant’altro possa essere messo in campo. E non solo. Bisogna attrezzare gli spazi – almeno alcuni – in modo che si possa andare in scena ed assistere ad uno spettacolo in piena sicurezza e, dove è possibile, utilizzare anche i teatri e gli spazi più tradizionali definendo criteri e protocolli seri e precisi e certi, sostenendo le strutture a livello organizzativo ed economico senza scaricare su queste responsabilità oltre che oneri (sanificare ogni sera dopo uno spettacolo è costoso, farlo male è penalmente perseguibile). Agire in questo senso è una responsabilità dello Stato, che deve farsene carico.

Lo streaming potrebbe avere un senso se vuol dire allargare la platea di un pubblico, il cui accesso ai luoghi di spettacolo sarebbe numericamente limitato, per ovvie ragioni di sicurezza. Non ha senso se diventa un alibi per non creare le condizioni perché lo spettacolo sia dal vivo. Chi dice che questo comparto sarà l’ultimo a riaprire evidentemente non considera chi vi opera un lavoratore. E considera la cultura un lusso. Esattamente i due pilastri della visione che fin qui ha reso questo settore così ingiusto, precario, fragile. Non possiamo accettare che si riparta da qui.

Insomma, agire subito per tamponare l’emergenza è fondamentale ma lo è altrettanto progettare un futuro diverso in cui artisti e operatori abbiano diritti e tutele, in cui chi sceglie di fare impresa in un settore così particolare sia sostenuto e non ostacolato, in cui lo Stato con i suoi strumenti coltivi e tuteli sì la tradizione, ma ancor di più promuova e sostenga l’innovazione. Possiamo provare a parlarne?

 
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Il populismo carcerario ai tempi del Covid https://www.leftwing.it/2020/04/28/il-populismo-carcerario-ai-tempi-del-covid/ Tue, 28 Apr 2020 07:53:36 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11823 La concessione del differimento della pena per motivi di salute da parte di alcuni tribunali di sorveglianza a detenuti condannati per associazione mafiosa ha provocato una serie di reazioni, equamente suddivise tra politica, stampa e alcuni magistrati che hanno denunciato non solo il pericolo che boss e interi clan possano essere liberati a causa dell’epidemia, ma addirittura che lo Stato si sia piegato alle logiche ricattatorie delle rivolte carcerarie. Se così fosse ci dovemmo preoccupare: davvero lo Stato sta cedendo a oscure pressioni, strumentalizzando l’emergenza sanitaria per liberare i condannati per reati di mafia? La risposta è no, niente di tutto questo, ma per capire cosa sta succedendo è necessario considerare alcuni aspetti che sono stati trascurati.

Il pericolo di liberazioni indiscriminate è stato smentito dal fatto che in questi stessi giorni sono state respinte istanze analoghe, che riguardavano alcuni boss di cui si prefigurava una liberazione imminente. I provvedimenti che hanno scatenato le reazioni non hanno «liberato i mafiosi», ma hanno disposto per loro un differimento della pena per gravi ragioni di salute, un rimedio straordinario previsto dal codice penale che viene applicato ogni volta che venga accertato uno stato di salute incompatibile con il regime carcerario. La prima cosa da capire rispetto a questi provvedimenti è che ogni caso deve essere valutato nella sua singolarità: non esistono categorie generali, il giudice raccoglie tutte le informazioni necessarie con un’accurata attività istruttoria, sia sullo stato di salute che sulla pericolosità sociale e solo alla fine decide, bilanciando l’interesse del condannato a essere curato adeguatamente e le esigenze di sicurezza della collettività.

Il secondo aspetto che si tende a dimenticare è il contesto in cui la magistratura di sorveglianza sta esercitando la sua funzione. Dall’inizio dell’emergenza in cui la pandemia ci ha precipitati, il governo è stato avvertito urbi et orbi della drammatica situazione delle carceri a causa del loro cronico sovraffollamento. Carceri che sono potenziali focolai del contagio e in cui è difficilissimo garantire la sicurezza di chi vi risiede e di chi vi lavora. Ciononostante, gli interventi del ministro della Giustizia e del governo per fronteggiare i rischi della pandemia sono stati inadeguati, a differenza di altri paesi, in cui si è immediatamente percepita la necessità di ridurre drasticamente il numero dei detenuti. In questa situazione di emergenza, i tribunali di sorveglianza e le direzioni carcerarie si sono ritrovati a svolgere un lavoro difficile e delicatissimo, nel pieno rispetto delle leggi, per riportare a una condizione di sicurezza gli istituti di pena, a causa di una politica inerte. Come è emerso immediatamente, i provvedimenti contestati di cui si è venuti a conoscenza sui giornali hanno riguardato detenuti reclusi da decenni e in gravi condizioni di salute, o detenuti in gravi condizioni di salute a cui mancano pochi mesi alla fine della pena o detenuti afflitti da diverse patologie molto gravi che in questo momento non possono essere curate in regime carcerario, anche – e non solo – a causa dell’emergenza sanitaria in atto.

Sono legittime le preoccupazioni di chi teme la scarcerazione di detenuti pericolosi per l’ordine pubblico, e quei provvedimenti potranno essere impugnati, ma è irresponsabile reagire delegittimando l’attività della magistratura e raccontando un rischio di liberazioni immotivate, come se la giurisdizione si fosse improvvisamente dimenticata di proteggere la sicurezza pubblica. La magistratura di sorveglianza ha tutti gli strumenti per valutare ogni singolo caso contemperando la tutela della sicurezza dei cittadini con il diritto alla vita e alla salute dei detenuti, ma in questa attività complessa dovrebbe essere sostenuta e non attaccata, non solo dal ministro della Giustizia ma da chiunque si richiami al rispetto dello stato di diritto, a meno che non lo faccia in modo strumentale e ondivago a seconda del consenso che si può raccogliere. Le preoccupazioni non possono aggirare il principio per cui il diritto alla salute è un diritto universale, costituzionalmente garantito, e deve essere assicurato anche all’interno degli istituti di pena, soprattutto nel corso di una pandemia.

Per rivendicare la propria autonomia dalla politica e dalla cronaca giudiziaria, il tribunale di sorveglianza di Milano – uno dei tribunali più attivi nel cercare di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario nella regione più colpita dal virus – è stato costretto a chiarire che la scarcerazione di un detenuto condannato per associazione mafiosa non è avvenuta in forza di una legge speciale ma secondo la disciplina ordinaria, applicabile a tutti i detenuti, a tutela del diritto costituzionale alla salute, mentre l’Associazione nazionale magistrati è dovuta intervenire precisando un’ovvietà: compito della giurisdizione è applicare le norme attuative dei principi costituzionali posti a presidio della Repubblica. I provvedimenti dei magistrati possono essere criticati – anche se prima sarebbe buona cosa leggerli – ma non si può fingere di non conoscere la situazione delle carceri e dimenticare di esserne i primi responsabili, non avendo agito per assicurare che nel circuito degli istituti di pena si potesse garantire il diritto alla salute.

Di fronte a tante strumentalizzazioni e deformazioni della realtà, il ministro della Giustizia, invece di difendere l’autonomia della magistratura, si è affrettato a comunicare di avere avviato accertamenti sulle scarcerazioni e si è detto pronto a intervenire, in accordo con il presidente della commissione Antimafia, anche a livello normativo, con proposte che saranno inserite nel prossimo decreto legge. Nonostante la magistratura abbia rivendicato la propria autonomia e la propria indipendenza, abbia ribadito che nessun condannato per mafia è uscito dal carcere in forza di leggi o decreti emergenziali, ma semplicemente applicando le leggi a tutela di un diritto universalmente riconosciuto, anche ai detenuti per i reati più gravi, la reazione del ministro non è stata quella di difendere razionalmente quelle decisioni – o almeno di assumersene la responsabilità – ma di assecondare un attacco ai giudici promettendo interventi immediati. Questo è grave per due ragioni: in primo luogo perché un simile intervento delegittima il lavoro di quei magistrati e concretizza il rischio che si possano condizionare future decisioni in casi analoghi; secondo, perché prefigura una giustizia che non opera per riconoscere i diritti di tutti, ma si fa strumento di ricerca del consenso. Il ministro della Giustizia, per una volta, dice una cosa giusta: la lotta alle mafie è una cosa seria. Parlarne in maniera superficiale è gravissimo.

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Riaperture alla belga https://www.leftwing.it/2020/04/25/riaperture-alla-belga/ Sat, 25 Apr 2020 13:22:08 +0000 https://www.leftwing.it/?p=11819 Mentre in Italia da giorni impazza la polemica sul ruolo delle task force governative e sulla mancanza di un piano per la riapertura del Paese, in Belgio è finalmente arrivato il momento della chiarezza. Ieri sera, dopo giorni in cui i giornali pubblicavano stralci di documenti trafugati dai palazzi del potere, si è svolta infatti l’attesissima conferenza stampa del governo e dei governi regionali sul calendario di uscita dal lockdown. Presenti il primo ministro, i presidenti delle tre regioni – Fiandre, Vallonia e Bruxelles-Capitale – e ministri con portafogli vari e competenze eventuali.

Con una certa solennità ai cittadini belgi è stato spiegato – un po’ in francese e un po’ in fiammingo – che la riapertura del Paese sarà articolata in tre fasi (1, 2, 3), ciascuna a sua volta articolata in sottofasi (1a, 1b, …). In ogni fase e sottofase ci saranno nuove aperture delle attività commerciali, scuole, musei e altri luoghi di aggregazione, e sarà progressivamente allentata la stretta sulla libertà di movimento e sulla possibilità di socializzare. Ovviamente – e non poteva essere altrimenti in Belgio – le regole previste, già di loro non semplici da capire, saranno applicate diversamente nelle tre regioni. Quindi potrà accadere che mentre le Fiandre saranno ancora nella fase 1b, la Vallonia sarà già nella fase 2a, e Bruxelles-Capitale in quella 3c. Il tutto in un paese che è grande come la Lombardia.

Forse immaginando che la questione non sarebbe stata di facile comprensione, i presenti hanno deciso di supportare le loro intricate spiegazioni con la proiezione di slide in PowerPoint, che però venivano proiettate nella lingua diversa da quella in cui venivano illustrate, rendendo il tutto ancora più incomprensibile. Il clou della serata c’è stato quando un ministro ha spiegato, con un’incredibile dovizia di particolari, in che modo i bambini potranno andare a fare pipì a scuola («Il numero massimo di bambini che potranno andare insieme al bagno dovrà essere uguale al numero dei lavandini funzionanti»). L’unica cosa che si è capita è che dal 4 maggio riapriranno solo i negozi di tessuti (perché ognuno potrà cucirsi la mascherina che desidera), si potrà uscire al massimo con un amico per volta, ma si potrà andare a pescare e fare kayak. Il tutto senza spostarsi da Bruxelles, dove non esistono né posti per pescare né per poter fare kayak. Magritte, indimenticato pittore surrealista, non si era inventato nulla.

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