Marta De Cinti – Left Wing https://www.leftwing.it Wed, 06 Mar 2019 08:02:07 +0000 it-IT hourly 1 Le serie tv ai tempi del videoregistratore https://www.leftwing.it/2019/01/06/le-serie-tv-ai-tempi-del-videoregistratore/ Sun, 06 Jan 2019 18:52:44 +0000 https://www.leftwing.it/?p=10680 C’è stato un tempo in cui le serie si guardavano in tv, nel senso che dovevano essere trasmesse da qualche canale televisivo italiano per far sì che potessimo vederle. Era cioè un tempo in cui bisognava aspettare che qualcuno (ai piani alti di qualche rete televisiva) decidesse di metterle in palinsesto, a una certa ora di un determinato giorno, e a quell’ora bisognava essere presenti, o perlomeno pronti con il videoregistratore. Sembra un ricordo lontano come quei vecchi racconti di nonna, ma in quel tempo noi c’eravamo, e già scrivevamo su questa rivista.

Era un tempo in cui anche solo dell’esistenza di West Wing era a conoscenza appena un ristrettissimo gruppo di iniziati, il cui principale merito era di riuscire a stare in piedi fino a tardi. Perché all’epoca il telefilm veniva trasmesso da Rete 4 a notte fonda. E per notte fonda intendiamo un orario imprecisato e imprevedibile tra le 23 e le 4 del mattino. Per di più con cadenza del tutto casuale, in modo da rendere ancora più difficile l’esercizio di abilità. Tanto che i più indefessi tra di noi impostavano il videoregistratore per tutta la notte per riuscire a coprire anche la messa in onda più azzardata.

Era soprattutto un tempo in cui la politica ci pareva potesse essere bella, o che potesse esserlo almeno nella finzione sceneggiata da Aaron Sorkin. Un po’ per questa ragione e un po’ per un’evidente mancanza di originalità, quella che allora era la rubrica di spettacolo si chiamava per l’appunto West Wing. Di certo non ci mancava l’ottimismo. D’altra parte non c’era ancora il Partito democratico ad allietare le nostre giornate, benché più tardi seguendo i suoi primi passi avremmo intuito che sarebbe stata una lunga e dolorosa gestazione.

Pensando a un pezzo per i quindici anni di questa rivista, ci siamo ricordati di quelle videocassette di West Wing, gelosamente conservate come un feticcio per anni e infine rottamate poco tempo fa per fare spazio ai cofanetti dei dvd e a qualche altra nuova diavoleria tecnologica che ci permetterà di vedere tutte le serie tv che vogliamo quando vogliamo. Tutto quello che è successo nel frattempo, infatti, già lo sapete. E se non fossero bastate le elezioni del 2018 a farci capire come sta andando il mondo, solo una settimana fa abbiamo visto (in un giorno a nostro piacimento, all’orario che ci faceva più comodo) un episodio di Black Mirror in cui a ogni singolo spettatore veniva offerta la possibilità di scegliere, a ogni snodo di trama, lo sviluppo che preferiva, tutto ovviamente tramite una “piattaforma online”. Ma il trucco c’è e si vede: come ha capito chiunque abbia giocato all’episodio fino in fondo, le diverse scelte non si equivalgono né come quantità (di minuti) né come qualità (di trama). Anche per questo in alcuni punti il sistema ci fa ricominciare da capo e ci costringe di fatto a prendere una strada diversa. Perché la verità è che non tutte le scelte sono uguali e hanno pari dignità di esecuzione, lo sanno anche quelli della piattaforma.

Ora è chiaro che non siamo sempre stati in perfetta sintonia con lo spirito del tempo, e talvolta ce ne siamo fatti anche un vanto. A un certo punto, per dire, ci siamo perfino battuti per il riformismo di Buffy l’ammazzavampiri. Ma di fronte alle spaventose possibilità che ci si prospettano in tempi come questi, ci sono almeno un paio di principi non negoziabili su cui non possiamo cedere. Perché al momento sarà pure assai di moda pensare che uno vale uno, ed esisterà senz’altro qualcuno in futuro disposto a concederlo, ma di certo non vale quanto un vero sceneggiatore, e di sicuro non vale quanto Aaron Sorkin. Alcune decisioni – soprattutto decisioni fondamentali come gli snodi di sceneggiatura – vogliamo che siano prese per noi, da quelli che hanno studiato più e meglio di noi la questione.

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American Apparatchik https://www.leftwing.it/2014/06/09/american-apparatchik/ Mon, 09 Jun 2014 18:33:46 +0000 http://www.leftwing.it/?p=5478 Se il mondo fosse perfetto, o perlomeno se lo fosse l’industria dello spettacolo (e non è detto che un giorno di questi non lo diventi), qualcuno troverebbe il modo di far incontrare nella stessa stanza Jed Bartlet e Frank Underwood. E quella stanza non potrebbe che essere l’ufficio ovale.

Se ci sono due personaggi che negli ultimi anni hanno rappresentato televisivamente lo yin e lo yang della politica americana, ma anche della politica in genere, quei due sono indubbiamente Bartlet e Underwood: il leader più amato e stimato della tv americana, il presidente di West Wing, e il personaggio più abile e senza scrupoli che sia gravitato di recente dalle parti di una presidenza, il protagonista di House of Cards. Ciononostante sono stati osannati entrambi dal pubblico e dalla critica (sia ben inteso: non a torto).

La contraddizione c’è, ma è solo apparente. O forse siamo talmente sfiniti dalla nostra decennale quotidianità da non farci neanche più caso, ché tra il tentativo di evitare ciò che appare il male assoluto e l’impossibilità di raggiungere il meglio possibile si finisce spesso per preferire troisianamente i cinquanta giorni da orsacchiotto. Il che solitamente va bene, se non devi dirigere un paese.

Josiah “Jed” Bartlet (Martin Sheen) è a tutti gli effetti il presidente che ognuno di noi vorrebbe avere. Lo è stato e con ogni probabilità lo rimarrà sempre. E non solo perché è l’unico a poter vantare un Nobel per l’economia, che di questi tempi di certo non guasterebbe. Bartlet, come pochi, sapeva esercitare il potere («Quando il presidente è in piedi, non si siede nessuno») e allo stesso tempo, come pochi, sapeva farsi amare dalla gente («Ogni volta che nel vincere una sfida pensiamo di essere arrivati al massimo delle nostre capacità, alziamo lo sguardo e qualcosa ci ricorda che quelle capacità potrebbero essere davvero senza limiti»). E pur essendo continuamente tormentato da dubbi etici e personali, quando era il momento di agire sapeva chiudere la partita e sapeva farlo degnamente, che fosse la scelta di ricandidarsi per il secondo mandato o l’attacco a un paese straniero non faceva molta differenza («In tutti i discorsi sulla democrazia, dimentichiamo che il punto non è la democrazia. È la repubblica. La gente non prende le decisioni, sceglie le persone che prendono le decisioni»).

Eppure Bartlet non era un uomo perfetto, nessuno nel suo staff lo era veramente, ed era proprio in quella totale imperfezione che stava in ultimo la loro forza travolgente, e quella della serie (assieme, ovviamente, alla bravura dello sceneggiatore). Quando nel 1999 West Wing apparve per la prima volta sugli schermi americani era quasi l’orizzonte naturale di una realtà che vedeva trascorrere gli ultimi anni della presidenza Clinton. C’era un chiaro riferimento a quel mondo e a quella politica, ma nelle mani di Aaron Sorkin tutto diventava più epico e ideale, anche lì dove i suoi personaggi sbagliavano e fallivano miseramente.

Una quindicina di anni dopo Frank Underwood (Kevin Spacey) ha bussato alle nostre porte e nessuno si è stupito più di tanto. Eravamo preparati psicologicamente, nonostante nel frattempo negli States fosse arrivato un presidente come Barack Obama, o forse persino per questo. Nel primo istante in cui lo incontriamo, Underwood viene trombato in modo eclatante: malgrado avesse dato un contribuito sostanziale alla elezione del presidente degli Stati Uniti, il posto da segretario di Stato che gli era stato promesso gli viene soffiato sotto il naso. Si scoprirà solo più avanti che il vero motivo di una tale strategia è che lui serve lì dove sta: alla guida della maggioranza parlamentare. Non è un mistero, infatti, che muova i membri del congresso come pedine sulla scacchiera, non c’è nulla di cui non sia al corrente e non c’è nulla che non riesca a ottenere con la giusta pressione («Per vincere lo stillicidio del dubbio non c’è niente di meglio che un’alluvione di crude verità»). Lui apparentemente incassa la sconfitta, ma ne fa il primo gradino di quella che sarà un’ascesa inarrestabile e (fin troppo) incredibile, che lo porterà di volta in volta a sconfiggere tutti quelli che l’hanno tradito e a tradire tutti quelli per cui apparentemente lavora. Tutto questo senza cadere mai, o quasi. Perché se c’è una cosa che non spaventa Frank Underwood è rischiare, anche fino a sfiorare la sconfitta personale. Non c’è azzardo, né cambio veloce di strategia che lo intimorisca («La strada per il potere è lastricata di ipocrisie e di cadaveri. Nessun rimpianto»). Se una legge che ha sostenuto fino a qualche minuto prima non è più funzionale ai suoi scopi, si può benissimo buttarla nel cesso e convincere tutti, stampa compresa, che è la soluzione migliore per il bene del paese e del partito, tanto dopo qualche settimana nessuno se ne ricorderà più. Frank sa bene che la strada per arrivare là dove vuole arrivare, ossia la presidenza degli Stati Uniti, sarà impervia e piena di imprevisti, ed è disposto a correre qualsiasi rischio, osando fin oltre l’omicidio («A un passo dalla presidenza, e senza aver preso un solo voto. La democrazia è così sopravvalutata»). Ma non c’è da scandalizzarsi più di tanto, se avete visto anche solo cinque minuti di House of Cards sapete che là dove Bartlet è il nostro ideale romantico, Underwood è l’antieroe dei nostri sogni.

È un po’ come essere invaghite del primo della classe e al contempo di quello che fa a botte con i ragazzini per strada. Solo che poi nella vita di solito, dopo essere state maltrattate dall’uno ed essere state ignorate dall’altro, si finisce con quello tanto buono del terzo banco, che per carità avrà tante qualità, ma di certo se c’è una cosa su cui possiamo giurare è che non diventerà mai presidente degli Stati Uniti.

Ora, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non si era mai vista così tanta tattica politica in una serie americana come da quando Frank Underwood è arrivato nelle nostre case. Benché infatti sia un bugiardo arrivista, la cui unica preoccupazione è il potere e il suo successo personale, è un uomo che sa come funziona una certa politica («Il potere è come gli immobili. È tutta questione di posizione, posizione, posizione. Più sei vicino al centro, maggiore è il valore della tua proprietà»). House of Cards come poche altre serie ci ha insegnato a seguire ogni passaggio più nascosto della politica americana, anche quelli che preferivamo non conoscere. Dal lobbista che visita regolarmente i suoi parlamentari di riferimento al senatore che pretende sempre qualcosa in cambio del suo voto, dalle trattative tra i democratici per indirizzare le scelte del gruppo di maggioranza all’opposizione senza sosta dei sindacati, dalla scelta dei candidati da mettere in seggi strategici agli estenuanti conteggi per avere i voti necessari a far passare le leggi che stanno a cuore al presidente. Nulla è lasciato al caso, neanche le fughe di notizie e le veline passate al momento giusto a giornalisti compiacenti disposti a far uscire «da fonti riservate» le notizie che devono arrivare all’opinione pubblica, in cambio ovviamente del proprio successo personale.

Non che l’universo di West Wing fosse migliore («È anno di elezioni, sarebbe meglio se la gente non esercitasse il buon senso»), ma lì perfino i giornalisti regalavano bocce di pesciolini rossi. Né mancavano i colpi bassi: quando il presidente cerca di far passare una nuova legge sulla droga (che diminuisce le pene e spende di più per la riabilitazione) il capo dello staff della Casa Bianca raduna tutti gli assistenti dei maggiori oppositori nel congresso ed elenca loro, uno a uno, i trattamenti di favore che i parenti dei loro capi, incriminati per quegli stessi reati, hanno avuto senza dover scontare neanche un giorno di galera. Solo che se a farlo è Leo McGarry, a nessuno verrebbe in mente di dubitare della correttezza di un simile gesto. Ma di certo non si può dire che l’amministrazione Bartlet non usasse le maniere forti quando serviva, né che non avesse ben chiaro quanto fosse importante avere potere e consenso. Era solo diversa – e senza dubbio più positiva – la prospettiva («Cerchiamo di convincere gli elettori a votarci e mentre lo facciamo ci auguriamo che gli elettori ci costringano a fare qualcosa di buono»). Nel vederli ogni volta cercare di mettere in pratica le idee in cui credevano, contro le difficoltà legislative, contro il congresso a maggioranza repubblicana e perfino contro i terroristi che li volevano ammazzare, c’era la speranza, e talvolta la certezza, che in fondo in qualche modo la politica – la buona politica – avrebbe prevalso, e di conseguenza inevitabilmente anche il bene del paese, del partito e del mondo intero («Ascoltatemi, non ho mai perso un’elezione in vita mia. Facciamo questa cosa come si deve, la gente risponderà»). E poco importava che fossero più le volte che erano costretti a indietreggiare dalle loro posizioni che quelle in cui portavano a casa il risultato. Anzi, era soprattutto per questo. Se alla Casa Bianca il più figo di tutti era uno come Josh Lyman, uno che avrebbe benissimo potuto inciampare nelle proprie scarpe da un momento all’altro, forse il mondo non era un posto così malvagio.

C’è chi pensa che non sia un caso che dal giorno in cui il presidente Bartlet ha cominciato a far battere i nostri cuori siano passati ormai una quindicina di anni, e che adesso al suo posto ci sia invece uno come Underwood che pur di ottenere i voti che gli servivano ha fatto ben peggio che vendersi la nonna. Non perché all’epoca la politica fosse migliore, ma perché probabilmente siamo noi a essere cambiati. E forse è proprio la politica ad averci cambiato. Siamo passati attraverso l’11 settembre, la guerra al terrorismo, l’elezione di Obama, la crisi finanziaria più grave degli ultimi ottanta anni, senza dimenticare – per tornare a cose ben più vicine a noi – il governo Monti, la sconfitta del 2013 e le consultazioni in diretta via streaming. Come direbbe Frank davanti al parlamentare renitente, non si tratta di valutare ciò che è giusto, ma di guardare oggettivamente alla realtà dei fatti. E di certo quindici anni fa un terzo degli elettori italiani non aveva votato un partito che voleva esplicitamente mandare a fanculo un po’ tutti quanti.

Né può essere un caso che al netto della straordinaria bravura di Kevin Spacey ciò che più ci fa impazzire di House of Cards è che Frank si rivolge direttamente agli spettatori. Si gira verso la telecamera e mentre la scena prosegue indisturbata ci spiega cosa farà o ciò su cui mentirà a breve. E perfino quando non dice nulla, gli basta guardare in camera per rivolgersi indirettamente a noi. Perché nell’era dell’accesso diretto alla politica, anche se stai tradendo il tuo presidente, sai che te la devi vendere bene, perlomeno con i tuoi telespettatori.

Certo, è a tutt’oggi fin troppo facile sapere per chi dei due parteggiare, ma la storia recente ci ha insegnato che si può far tutto in politica tranne rimuovere il presente, persino quando a scrivere la sceneggiatura è Aaron Sorkin. Perché per quanto i grandi amori non siano mai in torto, raramente resistono alla prova del tempo, perlomeno senza i necessari aggiustamenti. E se per essere Frank Underwood bisogna essere i più bravi sulla piazza, per essere Jed Bartlet – di questi tempi – bisogna assicurarsi di esserlo di gran lunga di più.

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L’ideale romantico del centrosinistra https://www.leftwing.it/2014/02/19/lideale-romantico-del-centrosinistra/ Wed, 19 Feb 2014 16:12:40 +0000 http://www.leftwing.it/?p=5214 “Allora, questa macchina del tempo, come funziona? C’è bisogno che io sia nuda per farla funzionare?”. “Eh sì, è un vero problema, i vestiti non viaggiano nel continuum spazio-temporale”. Non è l’approccio di due ventenni al primo appuntamento. Avrebbe potuto esserlo, se solo fossimo in un altro decennio. È la scena con cui si conclude Prima di mezzanotte, l’ultimo capitolo della trilogia di Richard Linklater. È il momento in cui i due protagonisti cercano di tenere assieme un rapporto che in diciotto anni ha vissuto varie fasi, ma che ora sta palesemente perdendo i pezzi. È l’estremo, faticoso tentativo di far andare avanti le cose, l’amore, la vita, facendo finta che negli ultimi vent’anni non sia successo di tutto.

Quando le soluzioni scarseggiano, infatti, c’è sempre qualcuno che arriva con quell’idea geniale di fare come quella volta – ti ricordi nel ’94! – quella volta, s’intende, che ha funzionato. O anche no, poco importa: avere un’idea che non ha funzionato è sempre meglio di non avere alcuna idea. Che siano uomini a corto di espedienti per rimorchiare o proposte economiche del centrosinistra non fa molta differenza.

È solo che nel caso di Jesse e Celine, come raramente accade nella vita, abbiamo la possibilità di ripercorrere la loro relazione con un’esattezza a dir poco scientifica. Perché i tre film, scritti e prodotti a nove anni di distanza l’uno dall’altro, tracciano spietatamente l’andamento effettivo della loro storia (e della nostra), attraverso vent’anni di crisi mondiali e sentimentali che hanno tagliato le gambe all’intero pianeta, figuriamoci a due che nel ’94 credevano ancora nell’amore platonico. E se è appena rinata Forza Italia, non stupisce che Jesse, per tenersi stretta Celine, le proponga un romantico salto nel tempo, per tornare a come erano quell’estate del ’94 in cui tutto pareva ancora possibile. Peccato che nel frattempo siano passati venti anni e lei abbia più chili, più rughe e assai meno voglia di stare ad ascoltare lo spaccone di turno. Come non capirla.

Ethan Hawke e Julie Delpy appaiono per la prima volta nei panni dei due protagonisti in Prima dell’alba e subito diventano per i ventenni di allora uno straordinario ideale romantico a cui aspirare. E non avrebbe potuto essere altrimenti. Lui americano, legnoso e sognatore. Con una certa tendenza a parlare di sesso, ma dal cuore indubbiamente tenero. Lei francese, intellettuale e un po’ alternativa. Con grandi progetti per il futuro e idee poco chiare su come realizzarli. Sono giovani, impulsivi e svergognatamente naïf. Si incontrano per caso su un treno e decidono di passare assieme – da sconosciuti – una notte a Vienna, prima di ripartire all’alba. È una pazzia, ma può funzionare. O forse, semplicemente, hanno solo tanta voglia di credere a quello che si stanno raccontando. Di fatto – questo avrebbe dovuto insospettirci fin da allora – passano l’intero film a parlare, a raccontarsi, a piacersi, senza mai fare davvero sul serio, perché per carità, se poi ti impegni rovini tutto, vuoi mettere tutta questa libertà, che bellezza? Non sia mai che poi tu debba rendere conto a qualcuno, telefonargli addirittura, accettare regole e supervisioni sulla tua vita. Non scherziamo. Il mercato delle relazioni sentimentali è già così difficile, senza complicare il pane. Anche per questo, soprattutto per questo, Celine è sempre angosciata dall’idea che quel ragazzo la obblighi in qualche modo a fare delle scelte che minino la sua indipendenza di donna e di essere umano, tanto da arrivare a un certo punto a stabilire che lei con quel tipo – che, ricordiamo, corrisponde alle fattezze di Ethan Hawke – non ci sarebbe andata neppure a letto. Lui è simpatico e un po’ guascone, ma di certo sa dove vuole arrivare e ha perfino una vaga idea di come arrivarci. Se alla fine abbiano davvero concluso non è mai stato del tutto chiaro, il dibattito è ad oggi ancora aperto. Gli stessi due protagonisti nel capitolo seguente non sciolgono completamente l’interrogativo, convinti ognuno della propria versione dei fatti. E poi c’è chi si lamenta ancora del dibattito sulla bicamerale.

Ora, va detto che nonostante il rigore teorico delle loro posizioni, non è che la linea non mostrasse qualche falla già negli anni novanta. Basti pensare che si salutano in stazione senza lasciarsi né numeri di telefono, né recapiti a cui rintracciarsi, dandosi solo un vago appuntamento sei mesi dopo, confidando che il destino li avrebbe fatti re-incontrare esattamente lì dove si erano salutati. Probabilmente temendo che i lacci e i lacciuoli delle linee telefoniche li avrebbero talmente spaventati da costringerli ad abbandonare qualunque investimento nel domani. Cosa che peraltro succederà comunque.

Entrambi scommettono su un futuro ipotetico senza alcuna rete di protezione, senza preoccuparsi di lasciarsi neppure un pezzo di carta con annotati i loro nomi, non diciamo un contratto a tempo indeterminato, ma neanche un post-it scritto a matita. E se il mondo fosse andato come va solitamente, nessuno sarebbe andato a chiedere loro conto delle promesse che si erano scambiati nel 1994. Ma le strade del cinema sono evidentemente più sottili e imprevedibili dei programmi di risanamento economico dei governi. E così, nove anni esatti più tardi, con accurata perizia, Linklater decide di girare il sequel del film: Prima del tramonto.

A quel punto, Jesse è diventato uno scrittore affermato, pubblicando – perché indubbiamente nel ragazzo c’è del genio – la storia del loro amore perfetto sulla carta, un po’ meno alla prova dei fatti. È lì, infatti, che scopriamo che i due non sono più riusciti a incontrarsi e che non avendo alcun contatto l’uno dell’altra non si sono – chi l’avrebbe mai detto? – più potuti rintracciare. Qualcuno potrebbe definirli gli inevitabili imprevisti del libero mercato, di certo a un occhio meno esperto appare come una sconfinata stupidità. Nel frattempo, però, la globalizzazione è giunta fino a noi e Celine ha così scoperto che Jesse è nella sua stessa città, Parigi, per la presentazione del suo libro. E siccome intestardirsi a ripercorrere sempre le stesse strade è parte integrante della genetica degli innamorati immaginari, oltre che di certi economisti che scrivono sui giornali, decide di andare a vedere cosa ne è stato di quell’amore mai veramente realizzato fino in fondo.

Non c’è nulla che abbia la forza attrattiva di tutto ciò per cui dici a te stesso (e magari al mondo intero) che non era sbagliato in sé, che è stato solo applicato male. Così i due vanno a prendere un caffè e poi fanno una passeggiata e poi – indovinate un po’? – passano l’intera giornata a parlare, a raccontarsi, a spiegarsi. E stavolta, perlomeno, anche a dirsi tutti quegli inutili dettagli che la volta precedente avevano deciso di trascurare. Cose come nomi, cognomi, città di residenza e perfino – roba da matti – i rispettivi stati civili. Anche perché quei piccoli particolari nel frattempo sono diventati un po’ meno irrilevanti, visto che Jesse si è sposato e perfino riprodotto. Tanto che per un attimo viene quasi da pensare che finalmente abbiano imparato la lezione, che questa volta sarà diverso. Ma la verità è che quando hai ripetuto per anni la stessa versione dei fatti non è facile poi ammettere che forse avevi torto, che magari c’era un’altra strada meno facile, meno idealista, meno romantica, ma più sensata e in definitiva più giusta. E quindi trascorrono l’intera giornata in bilico su quella sottile linea che passa tra il dirsi “abbiamo fatto una cazzata, cerchiamo di rimediare” e l’ossessivo ripetersi che “ormai abbiamo preso degli impegni che non possiamo disattendere”. Chiaramente, anche il secondo film lascia un finale aperto e ancora una volta per sapere come è andata a finire dobbiamo aspettare nove anni. Praticamente quanto una sentenza del Tar.

Nel terzo capitolo della trilogia, Prima di mezzanotte, siamo nel 2012, in Grecia. Ossia nell’esatto epicentro della crisi: quella globale e quella sentimentale. È qui che si scopre che effettivamente quel giorno – nove anni prima – si sono messi insieme e, incredibilmente, insieme sono anche rimasti. Ma ora con un figlio che vive in America, una ex moglie che fa loro la guerra, due gemelle da crescere, la vita di coppia – sorpresa – non è esattamente come l’avevano immaginata. D’altra parte, l’economia reale non è mai stato un pranzo di gala. È lì che si svolge la discussione più vera, e dunque più drammatica, che abbiano mai avuto in questi anni. Celine, frustrata da una vita che ritiene ingiusta e castrante, si appiglia a qualunque sciocchezza pur di dare addosso a Jesse, che ha l’unica imperdonabile colpa di essere diventato uno scrittore di successo, oltre a quella di essere un tipico maschio della nostra contemporaneità. Jesse non è un fulmine di guerra, ma come sempre ha almeno il merito di prendere atto della realtà e di cercare di metterci una pezza: “Questa è la vita vera, non è perfetta, ma è vera”.

Naturalmente – giacché si tratta del terzo film della trilogia – il finale lascia aperta ogni possibilità. E quindi non sapremo mai se Jesse riesce infine a convincere Celine a non lasciarlo. Ma non si può dire che stavolta la situazione non sia oltremodo chiara. Contrariamente a quel che si dice, infatti, le crisi sentimentali – esattamente come quelle economiche – sono spesso ampiamente prevedibili, e dunque è difficile non vedere che i due siano infine diventati vittime del loro stesso fanatismo ideologico. E ogni ideologia, di qualunque genere sia, porta sempre a qualche tipo di fine ingloriosa. Certo, Celine e Jesse erano poco più che ventenni quando hanno imboccato la strada di un certo liberismo sentimentale. Ma quel che era ragionevole e comprensibile pensare negli anni novanta, poteva magari avere un senso continuare a sostenerlo nel 2003, di certo sarebbe imperdonabile crederlo ancora oggi. Perché, per quanto possa apparire singolare, per non dover porre rimedio sempre agli stessi problemi – che sia un rapporto sentimentale, un programma economico o un sistema elettorale – è necessario, talvolta sufficiente, smettere di commettere sempre gli stessi errori.

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Il paradiso dei nerd https://www.leftwing.it/2013/10/29/il-paradiso-dei-nerd/ Tue, 29 Oct 2013 14:56:10 +0000 http://www.leftwing.it/?p=5002 Era il maggio del 2010 quando è andata in onda l’ultima puntata di Lost, una delle serie più popolari degli ultimi anni, eppure a tre anni dalla sua conclusione siamo ancora qui a discuterne. Il motivo è semplice: i fan più affezionati non si sono ancora rassegnati al suo epilogo. Perlomeno quelli che l’avevano preso più alla lettera.

Ancora il 2 ottobre scorso, un esausto Damon Lindelof, uno dei celebri sceneggiatori della serie, ha approfittato della conclusione di un’altra serie di successo (Breaking Bad) per esibirsi in un ultimo accorato sfogo contro tutti i critici, fan delusi e raffinati commentatori che in questi anni non hanno fatto altro che torturarlo per il modo in cui si chiude la saga, concludendo l’articolo con un definitivo: “It’s the story that we wanted to tell, and we told it. No excuses. No apologies”. Il fatto è che la storia che volevano raccontare non era quella che avevamo creduto.

Quando Lost è cominciato, nove anni fa, era a tutti gli effetti un serie che viaggiava allegramente tra avventura e mistero, con una buona dose di occhialuta fantascienza. Nulla veniva mai mostrato realmente, tutto rimaneva sempre su quella sottile linea di confine tra ciò che vuoi vedere e ciò che vedi davvero. Ma la verità è che tutti ne eravamo certi, tanto più che a garantire la purezza dell’esperienza fantascientifica c’era J.J. Abrams, l’ideatore della serie. Colui che, da Alias a Fringe passando per Star Trek fino ad arrivare tra non molto a Guerre Stellari, non si è lasciato scappare nemmeno una produzione in cui si parlasse, anche solo di striscio, di tecnologia, scienza e fantascienza. Insomma c’erano tutti i requisiti base. E infatti assieme ai quarantotto superstiti, miracolosamente sopravvissuti a uno spettacolare disastro aereo e dispersi su una misteriosa isola nel mezzo dell’oceano, c’era un po’ di tutto. C’erano mostri composti da anelli di fumo che emettevano versi da dinosauri, orsi polari che passeggiavano indisturbati su un’isola tropicale, strani fenomeni elettromagnetici che governavano il mondo, una bizzarra sequenza numerica che si ripeteva ossessivamente, una misteriosa organizzazione che faceva esperimenti su esseri viventi e maligne presenze non meglio identificate che tendevano a voler uccidere i protagonisti della serie e che venivano denominati “gli altri”. Un luna park ambulante per ogni piccolo nerd che si rispetti, una specie di sogno a occhi aperti per tutti gli appassionati di qualunque vaccata tecnologica, invenzione fantascientifica e cospirazione interplanetaria. C’era tutto. Non mancava proprio niente. Se questa non era una serie per veri nerd non sappiamo proprio cosa fosse. E probabilmente, ormai, non lo sapremo mai con esattezza.

La verità, infatti, è che Lost è sempre stata in tutto e per tutto una serie sulla fede. Sulla fede dei suoi telespettatori, che hanno seguito senza un momento di esitazione ogni più assurdo sviluppo della trama, confidando di poter un giorno scoprire tutto l’inspiegabile. Sulla fede dei suoi personaggi, che venivano continuamente messi alla prova, di fronte a scelte che avrebbero determinato il loro destino. E sulla fede – ora lo possiamo dire – che era alla base dell’intero arco narrativo della serie. La fede era il mezzo e, in ultima analisi, era anche il fine ultimo. Ma questo non lo abbiamo scoperto veramente se non alla fine. E molti non l’hanno voluto credere neanche dopo.

Dopo averci portati per mano per sei anni attraverso botole segrete e salti spazio-temporali, ci ha infine condotti là dove mai avremmo pensato di arrivare: nel mondo degli adulti. E ancora oltre, nell’aldilà, dove le questioni che contano sono la vita e la morte, la scienza e la trascendenza. Questioni di fronte alle quali le diavolerie tecnologiche hanno poi perso importanza, tanto che molte non sono mai state neppure spiegate. Perché dare quelle risposte non era ciò che lo show voleva fare. O forse erano le domande a essere sbagliate, che poi si finisce a fare la figura di quelli che di fronte ai grandi problemi da risolvere perdono tempo a rendicontare gli scontrini.

Eppure gli indizi c’erano fin dall’inizio. Ma tutto era mescolato sapientemente per farci vedere solo ciò a cui eravamo preparati e in ultimo, si intende, per vendere il prodotto al pubblico (e venderlo anche alla ABC che lo mandava in onda, naturalmente). Basti pensare – ma potremmo citare altre decine di simili dettagli – che Jack, il chirurgo che lotta in continuazione per tenere assieme il gruppo di sopravvissuti, spesso anche contro il volere del gruppo stesso, l’uomo di scienza che si rifiuta di credere fino a rasentare l’elasticità mentale di un sasso, di cognome fa Shephard, che in inglese sta per pastore. E il numero simbolico che lo perseguita ciclicamente è il 23, ed è il 23 il salmo della Bibbia che dice: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”. E sarà proprio lui che infine si sacrificherà per salvare i compagni, l’isola e il mondo intero, colui che a tutti gli effetti possiamo considerare il redentore. Ma non solo. Suo padre, il cui feretro sarà costretto a trasportare su quel maledetto aereo, da Sidney a Los Angeles, e che lo perseguiterà come una sorta di fantasma per tutta la serie, si chiama Christian, Christian Shephard. Perché a volte non c’è trucco migliore, per nascondere le cose, che lasciarle in bella evidenza.

Sarà proprio Christian nell’ultima scena, alle porte del paradiso o del Valhalla o di quel che volete, a spiegare al figlio e a tutti i più duri di comprendonio cosa abbiamo guardato e in cosa abbiamo creduto – veramente – nei precedenti sei anni di (tele)visione.

Jack chiede al padre: “Sono tutti morti?”. E quello risponde: “Tutti muoiono prima o poi, ragazzo. Alcuni prima di te, altri molto dopo di te”. “E perché sono tutti qui, ora?”. “Beh, non esiste alcun ora qui”. “Dove siamo, papà?”. “Questo è un posto che avete creato tutti insieme, perché poteste ritrovarvi. La parte più importante della tua vita è stata il tempo che hai passato con queste persone. È per questo che siete tutti qui. Nessuno muore da solo, Jack. Avevi bisogno di tutti loro e loro avevano bisogno di te”. “Per cosa?”. “Per ricordare. E per lasciare andare”. “Kate ha detto che stavamo andando via”. “Non andando via, no”. “Andando avanti”.

Il posto in cui avviene questa conversazione è una chiesa. Materialmente, ma anche metaforicamente. È una stanza in cui si intravedono simboli religiosi di ogni tipo, senza alcuna distinzione. Ma soprattutto un posto che li identifica come comunità. È un luogo dell’anima, se vogliamo, quello che hanno costruito vivendo, crescendo, morendo assieme. Quella che per mesi abbiamo pensato fosse solo un’ulteriore diavoleria degli sceneggiatori, un mondo parallelo creato da leggi elettromagnetiche, da esplosioni interplanetarie, da forze inimmaginabili ma esattissime, era invece il posto nel quale ogni anima era in attesa di ricordare il passato per risvegliarsi, un luogo di passaggio in cui aspettare gli altri per andare avanti. Assieme. È in quel momento che Jack ha la certezza di averli salvati tutti. In vita, in un modo che mai avrebbe immaginato.

È solo il quinto episodio della prima stagione, infatti, quando li mette di fronte a una scelta per la prima volta: discutono, litigano, imbrogliano, vogliono sopravvivere in qualche modo, in qualunque modo, ma Jack interviene: “Every man for himself is not going to work […] If we can’t live together, we’re gonna die alone”. (“Ognuno per sé non funzionerà […] Se non siamo capaci di vivere insieme, moriremo soli”). Questa frase, “Live together, die alone”, diverrà il mantra di tutta la serie, da ripetere ossessivamente, come fosse quasi un presagio di sventura, un avvertimento. E invece era la chiave della loro intera esistenza, dell’intera serie. Nel cercare quotidianamente di farli stare assieme tra inganni, sospetti, tradimenti – anche oltre la normale ragionevolezza – nelle tragedie più dolorose, negli errori più imperdonabili e nelle paranoie più insospettabili, ha fatto sì che infine potessero essere una vera comunità, dando loro un vero motivo per vivere, per crescere e perfino per morire.

Perché Lost, in fondo, è sempre stato questo, un racconto corale su un gruppo di uomini perlopiù feriti, sconfitti, soli, che il destino fa ritrovare sullo stesso aereo e poi precipitare su un’isola apparentemente deserta, ma piena di forze maligne – nel senso biblico del termine – che per tutto il tempo cerca di dividerli, sconfiggerli e infine ucciderli. In ogni puntata, attraverso pedantissimi flashback, abbiamo ripercorso la vita di ogni protagonista, gli errori e i tormenti, in sostanza tutte le sfighe cosmiche che per coincidenze a decine hanno fatto sì che fossero su quell’aereo. Si trattava del loro passato, sostanzialmente. E insieme del loro presente, del modo in cui sopravvivevano sull’isola. I losties, come comunemente venivano chiamati, si erano persi psicologicamente, emotivamente e talvolta perfino fisicamente, molto prima di perdersi su quell’isola tropicale. Ma è su quell’isola che infine possono ritrovare se stessi. Decidendo come vivere la loro esistenza assieme agli altri superstiti. Decidendo come superare le difficoltà: se ognuno per se stesso, sulla pelle degli altri, o insieme. Che è ciò che farà la differenza in ogni snodo della serie, e nel momento finale.

Ogni svolta narrativa si è praticamente sempre giocata tra una scelta individualistica, che magari al momento premiava la vittoria del singolo, e una altruistica, che guardava al bene del gruppo, dei compagni, al destino comune. Di fronte al male assoluto che non ha fatto altro che renderli egoisti, paranoici e fondamentalmente soli, hanno scelto pian piano – talvolta inconsapevolmente – la via della fede, del sacrificio, dell’amore per gli altri. Una scelta che ha determinato il loro destino, come persone e come comunità. Perché si vive assieme o si muore da soli.

Si può capire il disappunto per tutti quelli che aspettavano una soluzione sotto forma di equazione numerica. Un grafico con le freccette. O anche solo una formula magica, ché si è sempre disposti a credere a qualche teoria fantasiosa, pur di non dover affrontare le cose che contano davvero.

Nell’era del liberismo senza regole, dell’individualismo senza carità, della democrazia diretta senza partiti, Lost ci distraeva con giochini colorati, chincaglierie tecnologiche e complotti gravitazionali mentre ci stava dicendo – nostro malgrado – che uno non vale uno, se si è in una comunità di persone. E che il migliore di tutti da solo non ce la fa. Che la via della felicità – perfino quella eterna – passa dal condividere con gli altri gli sforzi, le paure, i sacrifici. Che l’aiutarsi gli uni con gli altri è la chiave per andare avanti. Finanche dopo la morte.

Uno dei più popolari racconti televisivi del nostro tempo ci ha inaspettatamente portato fin lì, alle soglie del paradiso, a ricordarci che nessun uomo è un’isola, neppure su un’isola deserta.

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La produzione di un amore https://www.leftwing.it/2013/09/24/la-produzione-di-un-amore/ Tue, 24 Sep 2013 20:01:48 +0000 http://www.leftwing.it/?p=4836 C’è questa scena. Interno fabbrica: fumo, scintille, lamiere che si sovrappongono, operai al lavoro. L’inquadratura si stringe su uno di loro, una maschera da saldatore a proteggere il viso, e sulla maschera un nome: Alex. L’operaio si ferma, si toglie la maschera e ne escono una cascata di riccioli castani. Chiunque sia transitato per gli anni Ottanta anche solo per un secondo sa di cosa si tratta: è l’inizio di Flashdance e lei è Jennifer Beals. Basterebbe questo a spiegare come chiunque si sia formato in quegli anni non abbia potuto non introiettare il concetto fondamentale che va bene l’amore, i sogni di gloria e perfino il principe azzurro, ma prima di tutto, nella vita, c’è bisogno di un solido posto di lavoro.

Per carità, a infonderci lo stesso insegnamento hanno contribuito anche i nostri genitori, la storia del paese, la Costituzione, l’educazione civica e finanche l’emancipazione femminile. Ma niente di tutto questo ha mai avuto la forza evocativa di un simile imprinting. Perché poi la nostra eroina, quella che abbiamo imitato nel buio delle nostre stanzette per i successivi dieci anni, non aveva un lavoro, ne aveva due. Uno dei quali, certo, era passare le nottate a dimenarsi seminuda in un locale malfamato, ma questo non le impediva di alzarsi ugualmente tutte le mattine per andare in fabbrica a guadagnarsi il pane.

Abbiamo creduto a lungo, ingenuamente, che simili capolavori appartenessero al genere “film per ragazzine”, mentre stavano formando saldamente la nostra coscienza di classe. E infatti, quando c’era da far casino, rivendicare un diritto inalienabile o anche semplicemente fare causa a una multinazionale, c’era quasi sempre di mezzo una femmina. Il fanatismo per queste protagoniste in molti casi è stato scambiato per superficiale frivolezza del pubblico. Ma se non fossimo stati impegnati a preoccuparci di questioni di più stringente urgenza, roba come gli innamoramenti e i lasciamenti dei protagonisti, avremmo di certo notato che queste ragazze erano dotate di un solido bagaglio politico-ideologico. Donne che per raggiungere il loro obiettivo a medio o lungo termine – che fosse l’ultimo modello di una borsa, il lavoro dei sogni o il principe azzurro – riuscivano in imprese di portata non indifferente. Che poi fossero anche belle, capricciose e un po’ sceme, non faceva che aumentare la potenza del messaggio.

Anche nei casi più fortunati, come quello di Debra Winger in Ufficiale e Gentiluomo , in cui l’amore infine vince sull’odio e soprattutto sull’imbecillità del protagonista, certi fondamentali vengono espressi con una tale chiarezza da non lasciare alcun dubbio nemmeno in menti obnubilate dall’epica avanzata di Richard Gere nell’ultima scena, quando piomba nella fabbrica dove lavora la ragazza, la prende in braccio e se la porta via per sempre. Quella che vince l’ufficiale, infatti, non è solo la femmina che se lo era scelto più intelligente degli altri, ma anche colei che per battere la concorrenza non aveva accettato alcun accordo al ribasso, non aveva alterato gli equilibri con aut aut di dubbia attendibilità e soprattutto non si era data pace finché non si era giunti a una risoluzione che soddisfacesse pienamente tutte le parti in causa.

La reginetta di tutte le sindacaliste in vena di capricci resta però senza dubbio Sally Field, che per il ruolo della protagonista in Norma Rae , nel 1979, vinse pure l’Oscar. Ora è chiaro che Norma non era esattamente un fulmine di guerra, due figli da due padri diversi, un marito ucciso in una rissa, una vita spesa in una fabbrica tessile. Di certo, se non avesse incontrato un sindacalista fighetto che veniva da New York, non si sarebbe mai infervorata tanto per la causa degli operai. Ma d’altra parte chi mai si infervorerebbe per cause giuslavoriste senza avere degli altri validi motivi? Insomma, lo slancio di Norma forse non era tra i più nobili, almeno inizialmente, ma è certo che senza la sua tigna il legnoso sindacalista newyorkese non sarebbe arrivato lontano, lui che in quanto pericoloso rappresentante del sindacato faceva fatica a trovare perfino un posto dove dormire. Per la cronaca i due non conclusero mai, sentimentalmente parlando. Perché sindacalmente, invece, ottennero una vittoria trionfale, riuscendo a fare in modo che il sindacato potesse entrare per la prima volta in una fabbrica tessile del North Carolina.

D’altra parte anche in Fronte del porto Marlon Brando non sarebbe giunto agli onori delle cronache se non fosse stato per l’insopportabile petulanza di una biondina che chiedeva verità sulla morte del fratello (fratello che, per inciso, era stato ucciso grazie all’aiuto di Brando stesso). Se ne sarebbe fregato molto volentieri della giustizia sociale fra i portuali, se la sua leggendaria tracotanza non fosse stata piegata per l’intera durata del film dall’assillante richiesta di giustizia della ragazzina bionda che studiava dalle suore. Poi dicono che la cultura cattolica non ha la sua importanza su certi argomenti.

Naturalmente non ci sono stati solo sentimentalismi e cotillon a ricordarci quali fossero i nostri diritti e i nostri doveri. Era il 1983 quando Meryl Streep in Silkwood rimaneva contaminata in un impianto di produzione di combustibile nucleare e iniziava una straziante battaglia contro la gestione dell’impianto. Di certo offriva un più agevole e rassicurante modello Julia Roberts in Erin Brockovich. Non che la vita di Erin fosse contraddistinta da una solida gestione sentimentale: con due divorzi alle spalle e tre figli da mantenere, è solo la forza della disoccupazione che le fa ottenere un lavoro nell’ufficio legale in cui comincerà tutto. Sarà lì che, appariscente, sboccata, cocciuta e bellissima intraprenderà – praticamente da sola – una durissima battaglia legale contro un colosso industriale il cui stabilimento ha inquinato le acque di una cittadina con cromo esavalente altamente cancerogeno. Ma nonostante la serietà del tema, il suo personaggio passerà alla storia per una risposta, quella data a coloro che ne metteranno in dubbio le capacità: “Visto che non ho cervello, né esperienza legale, sono andata lì, ho distribuito 634 favori sessuali, 634 pompini in 5 giorni. In effetti sono un po’ provata”. A riprova che nessuna questione di principio o denuncia sociale può farcela senza una protagonista all’altezza del compito. Non a caso anche lei, per quel ruolo, vinse l’Oscar.

Ma i pericoli più insidiosi arrivano sempre dalle più insospettabili. E il colpo più notevole alle nostre fragili sensibilità sociali è stato dato senza dubbio da colei che per almeno tre decenni ha rappresentato il modello sentimentale di riferimento, ovvero la protagonista di Pretty Woman. La storia è ampiamente nota, Julia Roberts – ancora lei – è una prostituta che incontra per puro caso un potente uomo d’affari che la tratta come una principessa e poi naturalmente se ne innamora. Perché lei – va da sé – è una ragazza semplice piena di doti nascoste. Ma se per anni non fossimo stati ipnotizzati da quegli occhi da cerbiatto, avremmo di sicuro notato che lo snodo principale della vicenda verteva attorno a una scelta di strategia industriale. Quando infatti Richard Gere – di nuovo lui – comincia a sentire quel tipico effetto di rimbecillimento da innamoramento, fa una cosa che apparentemente non gli si addice: fa saltare all’improvviso la trattativa di acquisto di una grossa compagnia marittima. Il motivo è subito chiaro perfino ai più storditi tra noi. All’inizio del film c’è questa scena seminale in cui Vivian gli sta facendo il nodo alla cravatta e contestualmente gli fa qualche domanda: “Quindi tu non fabbrichi niente? E non costruisci niente?”. “No”. “E che ne fai delle compagnie quando le compri?”. “Le vendo”. “Le vendi”. “Non vendo tutta la compagnia, la faccio in tante parti e poi le rivendo. Valgono più dell’intero”. “Allora sarebbe un po’ come rubare macchine per rivendere i pezzi, vero?”. “Sì, una specie, ma è legale”. Lei annuisce senza aggiungere altro, ma lo studia con quella perplessa ingenuità che farebbe vacillare qualunque Marchionne: “Quindi fammi capire, se firmano questo accordo tu sostieni che poi investirai davvero in Italia?”. Ed è naturalmente per questo che alla fine del film Edward, invece di parcellizzare la compagnia che stava cercando di acquistare, deciderà di mettersi in affari con la proprietà al fine di costruire assieme a loro delle “grandi e magnifiche navi”, con il pieno accordo dei sindacati e il dissenso del gretto socio in affari.

Siccome di solito i protagonisti maschili hanno una certa endemica lentezza nel comprendere gli snodi principali delle storie, anche Richard Gere ci metterà quei tre quarti d’ora prima di capire di essere diventato un uomo migliore grazie alla Roberts. Ma nel frattempo il messaggio è arrivato forte e chiaro, non c’è bisogno neanche di spiegarlo. Tutto il resto non è che logica conseguenza. L’amore trionferà, come è giusto che sia, e i primi a giovarsene saranno gli operai dei cantieri navali. Che è come dire che qualsiasi tipo di felicità – che sia sentimentale, esistenziale o finanche economica – passa sempre dal voler produrre effettivamente qualcosa.

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Cose che ho imparato da Vieni via con me https://www.leftwing.it/2010/11/23/cose-che-ho-imparato-da-vieni-via-con-me/ Tue, 23 Nov 2010 23:43:58 +0000 http://www.leftwing.it/cultura/293/cose-che-ho-imparato-da-vieni-via-con-me 1) Che si possono prendere delle persone, metterle davanti a una telecamera a elencare cose a caso ed essere seguiti da milioni di telespettatori.
2) Che si possono prendere delle persone, metterle davanti a una telecamera a elencare cose a caso e battere persino il Grande Fratello.
3) Che per fare un programma che prende delle persone e le mette davanti a una telecamera a elencare cose a caso devi essere Fabio Fazio.
4) Che se sei Roberto Saviano puoi fare tutto.
5) Che se sei Roberto Saviano e stai con Fabio Fazio (o viceversa) puoi fare tutto, elenchi di cose a caso compresi.
6) Che se stai con Fabio Fazio e Roberto Saviano allora non puoi che stare dalla parte dei buoni.
7) Che i buoni non dovrebbero ricordarcelo così spesso, di essere buoni.
8) Che gli attori sanno leggere gli elenchi, e ci mancherebbe altro.
9) Che i politici non sanno fare gli elenchi.
10) Che i politici, non sapendo fare gli elenchi, pensano di poter fare un’altra cosa.
11) Che qualcuno dovrebbe spiegare a quei politici che se si va in un programma di elenchi e si fa un’altra cosa si fa comunque una brutta figura.
12) Che neanche i comici sanno fare gli elenchi.
13) Che i comici che non sanno fare gli elenchi però sanno fare altre cose, che talvolta, a loro, riescono. Anche in un programma di elenchi.
14) Che i comici che sanno fare altre cose si chiamano Antonio Albanese.
15) Che i comici che non hanno voglia di fare altro fanno gli elenchi.
16) Che l’unico comico che può permettersi di fare un elenco e sopravvivere è Corrado Guzzanti.
17) Che pensavamo fosse l’effetto Benigni e invece no. Era proprio “Vieni via con me”.
18) Che i cantautori di sinistra sono uguali a se stessi da quarant’anni. Compresi quelli che quarant’anni fa non erano ancora nati.
19) Che la casalinga di Voghera deve aver trovato l’idea degli elenchi un’idea geniale.
20) Che la gente vede “Vieni via con me” per sentirsi migliore.
21) Che la gente vede “Vieni via con me” malgrado quelli che la vedono per sentirsi migliori.
22) Che la gente vede “Vieni via con me” perché non c’è niente di meglio.
23) Che la gente di sinistra ha ancora bisogno dei suoi riti e dei suoi cantori.
24) Che la gente di sinistra non ne può più di certi riti e di certi cantori.
25) Che Saviano è Saviano è Saviano.
26) Che, a parte Saviano, è la solita idea che Fazio utilizza in vari modi da almeno dieci anni.
27) Che se dopo dieci anni la solita idea di Fazio è ancora un evento da non perdere ha ragione lui.
28) Che se dopo dieci anni la solita idea di Fazio è ancora un evento da non perdere forse dovremmo farci altre domande.
29) Che la solita idea di Fazio era effettivamente un evento da non perdere.
30) Che finiremo per rimpiangere “Vieni via con me”: oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

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Un congresso di Amici https://www.leftwing.it/2009/03/30/un-congresso-di-amici/ Mon, 30 Mar 2009 14:45:41 +0000 http://www.leftwing.it/politica/210/il-partito-di-amici Non è un caso se il congresso del Pdl si è aperto in grande spolvero a soli tre giorni dalla finale di Amici. Anzi, fossimo di quelli che hanno ben presenti le priorità del paese, forse dovremmo dire che è stato Amici a chiudersi tre giorni prima del congresso del Pdl, anticipando – ancora una volta – tutto. Bastavano infatti soltanto pochi minuti della diretta dalla Fiera di Roma, venerdì, per capire che a tutto questo eravamo preparati da anni, senza neppure saperlo. Anni di giochi a premi, televoti e reality…

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Non è un caso se il congresso del Pdl si è aperto in grande spolvero a soli tre giorni dalla finale di Amici. Anzi, fossimo di quelli che hanno ben presenti le priorità del paese, forse dovremmo dire che è stato Amici a chiudersi tre giorni prima del congresso del Pdl, anticipando – ancora una volta – tutto. Bastavano infatti soltanto pochi minuti della diretta dalla Fiera di Roma, venerdì, per capire che a tutto questo eravamo preparati da anni, senza neppure saperlo. Anni di giochi a premi, televoti e reality non sono passati invano; sono serviti a raffinare, per approssimazioni successive, l’organizzazione del nuovo partito.
Al primo congresso del Pdl, con lo stacchetto musicale tra un intervento e l’altro, la struttura narrativa era ormai talmente oliata, familiare e rassicurante, che ci siamo scoperti ad aspettare che qualcuno chiedesse di vedere “le carte” per sapere chi fosse in testa. Certo, il primo scoglio da affrontare non era da poco, perché uno dei primi a entrare in scena è stato proprio Silvio Berlusconi. E si sa che quando la classifica da casa genera un simile, increscioso incidente, bisogna intervenire subito, non sia mai che il prescelto si stanchi troppo, perda lo slancio e alla fine arrivi un La Russa qualsiasi a rubargli la scena e a vincere la sfida. E’ per casi come questi, com’è noto, che è stato inventato un escamotage risolutivo: il cavallo di battaglia. Ogni concorrente ne ha uno. E’ la performance che durante l’anno ha ripetuto più volte, quella che preferisce, quella che gli riesce meglio, quella che fa anche a occhi chiusi saltellando su un piede. E’ rodata fino allo sfinimento e – va da sé – fa venire giù il teatro. E così è venuta giù la Fiera di Roma, quando Silvio Berlusconi ha sfoderato il meglio del suo repertorio: sinistra comunista, statalista e giustizialista in tutte le tonalità, cattocomunismi in assolo lunghissimi, un governo instancabile che si è prodotto in tutte “le prese di Steve”. Alla fine, naturalmente, gli applausi scrosciavano a più non posso, e perfino i professori lo guardavano con gli occhi gonfi d’orgoglio, illudendosi di avere contribuito al capolavoro.
Ma il regolamento di Chicco Sfondrini parla chiaro: non si vince per acclamazione, per carità, si vince solo dopo che tutti hanno gareggiato (e perso). E così è venuto il turno degli altri, che naturalmente non hanno voluto sfigurare, anche solo per poter dire alla fine: “Grazie Maria, è stata un’esperienza bellissima”. Perché Maria De Filippi ce lo ha insegnato: un discorso di incoraggiamento non si nega a nessuno – soprattutto nel nuovo partito, in cui c’è un posto per tutti e in cui “ciascuno potrà trovare gloria”, come ha detto Berlusconi domenica – prima che si decretino il vincitore morale e quello del televoto. Anche per l’immancabile Brunetta di ogni edizione, il concorrente – per intenderci – che non si può dire sia un fenomeno, però si impegna tanto.
Tutto come previsto, dunque, in un susseguirsi di concorrenti minori: la ragazza grassa che si ostina a ballare, la soubrettina figa ma tecnicamente scarsa, l’attore snob che sa fare tutto ma non eccelle in niente, l’antipatico per vocazione insopprimibile, l’antipatico per scelta consapevole, il polemista che prende i voti solo perché è odiato da tutti. E infine, naturalmente, lo sfidante per antonomasia: gran tecnica e poco cuore. Talento cristallino, sa cantare, ballare ed eccelle perfino nella coreografia della Celentano, ma il suo destino è segnato, e ne è perfettamente consapevole: al massimo avrà un posto tra i ballerini fissi del cast. In fondo, voglio dire, se hanno preso Ambeta, perché non dovrebbero prendere Gianfranco Fini? Se l’è giocata bene, si è inventato anche il flirt più chiacchierato dell’anno (prova che aveva studiato, e il suo modello di riferimento non poteva che essere Leon). E infatti la sua bionda promessa era lì seduta in platea, a dirgli con quello sguardo fiducioso e rassicurante che crede in lui, che lei sa che può farcela, certo che può, hanno provato la coreografia insieme milioni di volte. Ma neppure questo servirà. Il predestinato è l’altro, e non solo perché il copione l’ha scritto lui, o comunque ne ha comprato i diritti. Il fatto è che Silvio Berlusconi ha seguito e introiettato il dibattito etico-politico più impervio che l’Italia abbia affrontato negli ultimi anni, uno scontro che ha mietuto più vittime del dibattito sul testamento biologico. L’annosa controversia che ha irrimediabilmente diviso il paese: se un ballerino possa definirsi tale nonostante l’imperfezione del “collo del piede”. Puristi del classico contro spontaneisti dell’hip hop.
Ma proprio la battaglia che ha visto il partito di chi “la tecnica prima di tutto” contrapporsi a quello del “poco talento ma grande cuore”, a pensarci bene, avrebbe dovuto illuminarci. Perché allo snobismo di quelli che contano il tempo con il piedino guardando con disgusto la simpatica semplicità degli assolo di Garrison, con l’andare del tempo, si è contrapposto lo spirito egualitario del pubblico da casa che, televoto dopo televoto, mandava avanti sempre i più vessati dalla critica, i più tormentati dai professori, ma che ci mettevano tanta volontà e impegno. Un dualismo talmente inconciliabile e cruento che ha tenuto banco per intere edizioni, annullando qualsiasi altra considerazione tecnico-tattica sulle performance, azzerando qualsiasi altro tipo di valutazione di merito e di metodo, diventando di fatto l’unico tema di dibattito su cui il pubblico veniva chiamato a rispondere. Incancrenendosi a tal punto che ormai chiunque abbia una faccia da schiaffi e si conquisti il disprezzo – prima ancora che le critiche – della Celentano, ha praticamente la finale assicurata, e se poi sappia ballare almeno una rumba è un dettaglio del tutto insignificante. Potrà non piacere, ma è così che funziona, e bisogna saperlo. Perché in una sfida tra Rino Gattuso e Michel Platini, ad Amici vincerà sempre e comunque Gattuso.

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La costruzione di un amore https://www.leftwing.it/2007/10/23/la-costruzione-di-un-amore/ Tue, 23 Oct 2007 13:52:29 +0000 http://www.leftwing.it/politica/61/la-costruzione-di-un-amore “Esco da una storia di dieci anni e non ho voglia di impegnarmi”. Quasi tutte le relazioni iniziano così. Ogni donna sopra i trenta sa riconoscere la dinamica. E la dinamica è che quest’uomo sta mentendo spudoratamente (se incontrasse Monica Bellucci, per dire, avrebbe voglia di impegnarsi eccome) e tenterà di farla sospirare il più a lungo possibile. Pienamente consapevole di tutto ciò, la ragazza in questione si farà intortare in ogni modo, nel vano tentativo di costruire uno straccio di rapporto. Qualunque esso sia. Perché ogni nuova relazione è l’incontro di due aspirazioni diverse.
L’aspirazione di lui (lo chiameremo per riservatezza P.D., giovane di belle speranze, ma a guardarlo bene già parecchio navigato) è di sfruttare le nuove opportunità che gli si aprono di fronte. Quali e quante siano veramente non ha alcuna importanza, è la percezione che conta. L’aspirazione di lei (la chiameremo per comodità “elettorato potenziale”) è di diventare una donna onesta, di comprare casa e sentirsi di nuovo al sicuro. Naturalmente, nulla è semplice come sembra. Perché anche lei esce da una storia di dieci anni – talvolta di trenta – con un altro, e benché voglia smetterla di trovarsi in balia di uomini di sinistra che le promettono stabilità emotiva e poi immancabilmente la deludono, è anche parecchio stufa di dover ricominciare sempre la solita storia da capo. Non è più una ragazzina e all’entusiasmo per le uscite a cena che si risolvono nel nulla si è sostituita la stanchezza di sentire sempre gli stessi discorsi, di accettare sempre le solite scuse, di ascoltare sempre le abituali recriminazioni. Il problema di ogni nuova relazione, infatti, è che gli uomini vanno educati adeguatamente. Tutti gli uomini, perfino quelli con velleità da partito di governo, fermamente convinti della propria irresistibile vocazione maggioritaria. E la poverina non sa se ha più la forza morale per farlo. Ha le sue abitudini e non ha voglia di cambiarle: sa che le chiavi di casa vanno appese lì, vicino al Pse, e che la laicità è sempre al solito posto, vicino al cassetto delle medicine. Poi un giorno arriva lui, l’aspetto è quello solito: burocrate di partito, ma con pretese di incoscienza e vitalità. E sposta le sue cose, la porta in posti nuovi, pretende di giocare un po’ con lei e un po’ con la sua vicina di casa, che – detto tra noi – le è sempre stata un po’ sulle palle, ma poi è diventata la sua vicina di casa, e quindi non lo può più dire. Insomma, questa è roba per diciottenni in tripudio ormonale e lei ha passato quella fase da un pezzo.
D’altra parte, anche il giovane P.D. ha le sue ragioni. E’ la prima volta dopo anni – probabilmente la prima volta da sempre – che è libero. Libero da ogni condizionamento politico e sociale. Lasciate stare che in realtà non lo è affatto. Anzi, se possibile è più incasinato di prima, perché ora che è finalmente single ci sono decine di prime donne in attesa di essere impalmate da lui. Tutto questo non conta. Conta solo che non deve più alzarsi presto la mattina perché da giovane è stato democristiano, e può smetterla di tornare a casa tardi la sera perché da piccolo è stato comunista. Il mondo, improvvisamente, gli appare un posto meraviglioso, pieno di donne bellissime da corteggiare. Tutte, indistintamente. Poco importa se farà tanto dispiacere alla mamma democristiana e al papà comunista, e se la potenziale fidanzata è a casa che piange. Dunque, guai a sbilanciarsi troppo con l’una o con l’altra. Mai dare l’impressione di essersi impegnati, non sia mai che sfugga proprio quella che non speravi neanche lontanamente di avere, e che invece questa volta era proprio lì, a portata di mano. C’è tutto il tempo per spaziare a centro campo: c’è la legge elettorale da rifare, ci sono vecchie e nuove alleanze da coltivare, c’è perfino la costituente da collocare in giardino. La parola d’ordine è: amarle tutte, ma non sposarne nessuna.
Ora, in una situazione del genere qualunque donna con un po’ di senso pratico sa che le si prospettano solo due possibilità: decidere di non rivederlo mai più, prima che la situazione diventi ingestibile, o aspettare pazientemente che gli passi la fase prepuberale. Attendere cioè che un due di picche dopo l’altro lo portino infine alla consapevolezza che se il mondo è pieno di occasioni che nessuno ha mai colto, forse una ragione c’è. Ma siccome la vita – molto più della finanza – è governata dalla dura legge del mercato, prima di prendere una decisione anche la donna con un po’ di senso pratico si guarda intorno, per vedere cosa offre di meglio la piazza. E la piazza al momento offre al massimo scampoli di comunismo in crisi di coscienza, per di più con pretese di farsi partito (unico). Un giorno, forse. E allora c’è poco da struggersi nel dilemma. L’unica cosa che resta da fare è mettersi l’anima in pace, aspettando pazientemente che il giovane di belle speranze metta la testa a posto. Solo molto più tardi – per l’esattezza quando lui annuncerà di volersi trasferire in un loft in centro – la poverina comprenderà che sarà una lunga attesa.

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I nostri piccoli Heroes https://www.leftwing.it/2007/09/04/i-nostri-piccoli-heroes/ Tue, 04 Sep 2007 21:34:21 +0000 http://www.leftwing.it/cultura/43/i-nostri-piccoli-heroes Se Heroes arriva proprio ora sui nostri schermi, di certo non può essere una coincidenza. Gli aridi materialisti votati all’insipido razionalismo pensino pure che l’unica vera ragione sia riconducibile ai responsabili del palinsesto di Italia1. Tecnicamente è così. Ma noi che passiamo il tempo a individuare indecifrabili corrispondenze tra telefilm americani e tutto ciò che ci circonda non possiamo fermarci a semplici fatti contingenti.

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Se Heroes arriva proprio ora sui nostri schermi, di certo non può essere una coincidenza. Gli aridi materialisti votati all’insipido razionalismo pensino pure che l’unica vera ragione sia riconducibile ai responsabili del palinsesto di Italia1. Tecnicamente è così. Ma noi che passiamo il tempo a individuare indecifrabili corrispondenze tra telefilm americani e tutto ciò che ci circonda non possiamo fermarci a semplici fatti contingenti. E che i supereroi di Heroes arrivino in Italia proprio quando il governo si accinge ad affrontare il suo ennesimo autunno difficile ci sembra una combinazione non trascurabile. Naturalmente, non ci riferiamo al fatto che i protagonisti del telefilm scoprono all’improvviso di essere dotati di superpoteri, né che la loro missione sia – in definitiva – salvare il mondo. Semmai al fatto che per la maggior parte del tempo vanno in giro senza capire quale sia il loro posto nell’universo, non comprendono la natura del loro potere e tanto meno hanno la minima idea di come gestirlo. E se in tutto questo non cominciate a scorgere un senso è solo perché questa estate avete preferito ben più salutari letture da spiaggia alle cronache politiche dei giornali. Ad ogni modo, non è chiaramente un caso se questi personaggi possono essere considerati a tutti gli effetti “supereroi con superproblemi”, giacché nell’universo a fumetti nulla si crea e nulla si distrugge. Stavolta, comunque, la spiegazione che viene data della premessa cerca perfino di sembrare scientifica e assai democratica: nel corso dell’evoluzione umana, attraverso mutazioni genetiche, sempre più individui saranno in grado di sviluppare particolari capacità. Come dire, semplice evoluzione della specie. Noi pensavamo che fossero come i Pokemon, e invece è la rivincita di Darwin. Basterà aspettare giusto un paio di millenni e tutti avremmo i nostri bei superpoteri da sfoggiare al momento giusto. Intanto, però, i fortunati sono appena un centinaio, sparsi in tutto il mondo, e il fatto che siano un gruppo di debosciati senza la minima assennatezza ci dice molto sul valore e sui rischi della democrazia. D’altra parte, poiché Heroes non esisterebbe se prima non ci fosse stato Lost, la serie ha usato parecchi dei trucchi che meglio hanno funzionato sull’isola misteriosa, primo fra tutti: infarcire il cast di un folto gruppo di personaggi, di ogni genere e colore, dare a ognuno una personalità disturbata, gettarlo nella mischia e vedere l’effetto che fa. E l’effetto, nel caso di Heroes, è prodigioso. Troviamo nell’ordine: una cheerleader indistruttibile, un politico che può volare, un giapponese che può fermare il tempo, un pittore maledetto che sa dipingere il futuro (e che dipingerà in anticipo, passo dopo passo, tutta la trama della serie), un poliziotto che sa leggere nel pensiero, un ex galeotto che può attraversare i muri, una mamma single con una strana gemella – ovviamente cattiva – e un giovane infermiere che può assorbire i poteri degli altri (che è un po’ come averli tutti e non averne nessuno). Ma ovviamente non sarebbe una storia a fumetti, se non ci fosse il cattivo. E il cattivo – neanche a dirlo – è più forte di tutti gli altri messi insieme, ha un diabolico sorriso e un equilibrio mentale altamente instabile. In sostanza, se non militasse nel partito sbagliato, sarebbe il nostro candidato a qualunque presidenza. Dunque, riepilogando: i nostri eroi passano il tempo a fare cose che non capiscono e che per lunghi periodi non capirete neppure voi, ma a questo – dicevamo – dovreste essere abituati. E se vi sembrerà che “salva la cheerleader, salva il mondo” (il petulante refrain che accompagnerà la loro missione) sia uno slogan alquanto sconclusionato per puntare alla salvezza del genere umano, è solo perché vi siete persi gli appelli estivi dei cantautori italiani al sindaco di Roma. In ogni caso, non vi preoccupate, è tutto molto più semplice di come appare, o perlomeno lo sarà non appena il centrosinistra tornerà a lavoro. Perché quando vedrete i protagonisti di Heroes agitarsi in ogni direzione, pronunciare frasi insensate, incontrarsi per caso e scontrarsi senza alcuna ragione apparente, immolarsi a cause suicide, scomparire in un luogo e ricomparire in un altro, riunirsi per poi abbandonarsi e infine ritrovarsi tutti quanti – come se nulla fosse – uniti contro il cattivo dal sorriso disarmante, allora sì, vi sentirete decisamente a casa.

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Apocalisse democratica https://www.leftwing.it/2007/04/30/apocalisse-democratica/ Mon, 30 Apr 2007 01:25:20 +0000 /old/index.php?id=1406 E’ arrivata l’apocalisse, ci dicono. E deve essere arrivata davvero, perché stanno tornando tutti. In televisione, naturalmente. Prima è toccato a Michele Santoro. Per la verità questo è successo già da un po’, tanto che abbiamo quasi dimenticato che per un lungo periodo era stato assente dalla tv. Poi è tornato Biagi. E adesso tornerà pure Luttazzi, ospite di Biagi. Non dubitiamo che presto tornerà anche Sabina Guzzanti, magari intervistata da Biagi, nella trasmissione di Santoro. Perché evidentemente l’effetto degli epurati Rai si moltiplica esponenzialmente. Intanto, però, è tornato pure Gianfranco Funari, in prima serata su Rai Uno. Lui nell’editto di Sofia non c’era, ma la fama da incontrollabile predicatore colma ampiamente la lacuna, soprattutto in prima serata su Rai Uno. “Apocalypse Show” (in cui per circa un centinaio di volte viene ricordato che il 26 maggio ci sarà la fine del mondo e “se non lo sapevate, adesso lo sapete, perché ve l’ha detto la televisione”, oh yeah) è in tutto e per tutto un programma di Diego Cugia, tanto che a tratti ci si aspetta l’arrivo di Celentano, solo che invece è condotto da Funari e l’effetto finale è a metà tra una televendita e un varietà degli anni Sessanta (il che non è necessariamente un difetto). Anche Celentano, peraltro, aveva fatto in tempo a tornare in tv, e per non interrompere il rito propiziatorio aveva ospitato Santoro e poi la Guzzanti. A questo punto manca solo che Luciano Rispoli torni su La7 e poi dovremmo essere a posto (e adesso che la Telecom è passata di mano, non disperiamo che l’evento possa accadere presto). Se per caso abbiamo dimenticato qualcuno, non tarderanno a ricordarcelo. Probabilmente con un’intervista di Santoro nella trasmissione di Biagi in collegamento con Luttazzi. Se questa non fosse un’epoca di grandi cambiamenti – come ci dicono – penseremmo di essere in piena restaurazione. Ma se questa, invece, è davvero l’apocalisse come non ce l’hanno mai raccontata, possiamo dire che non ci dispiace affatto: non c’è niente di meglio che smettere di parlare delle cose e guardarle in faccia veramente. E’ un concetto semplice, quasi banale, che le ragazze imparano intorno ai sedici anni, quando smettono di fantasticare sugli uomini e cominciano a frequentarli. Con animi più sereni le trasmissioni – nel bene o nel male – appaiono quel che erano prima di diventare baluardi della democrazia; i conduttori – nel bene o nel male – appaiono quel che erano prima di diventare paladini della libertà di stampa; e le discussioni al riguardo appaiono quel che sono diventate nella maggior parte dei casi: un’inutile spreco di tempo. L’idea è talmente semplice e risolutiva che, se non fossimo impegnate a tifare per i candidati che preferiamo, consiglieremmo di usare lo stesso metodo anche in politica. E più che mai per la scelta del leader del Partito democratico. Consiglieremmo cioè di smettere di perdere tempo in guerre fratricide, campagne di stampa ed endorsement di ogni tipo (soprattutto di un solo tipo, per la verità) e lasciare che questi politici – a turno – dimostrino quel che sanno fare per qualche tempo. Tipo un paio di settimane. Non ne occorrono di più per rendersi conto dell’inadeguatezza di un uomo, soprattutto di un uomo politico. In questo le donne sono più brave. Per dire, Ségolène ha retto per più di un anno. E guardate Hillary, che sta reggendo ormai da più di tre lustri. E’ vero che in altri tempi, altri schieramenti e finanche altri paesi hanno impiegato ben più di due settimane per rendersi conto della pochezza degli uomini che avevano scelto. Ma stiamo pur sempre parlando della sinistra italiana.

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