Acquario
Foto di Stuart Oikawa

Usciamo (insieme) dall’Acquario

Ieri, all’Acquario romano, si sono riunite le diverse anime della minoranza del Pd. E’ stata una riunione importante, in parte rovinata da chi ha tentato di trasformarla in un incontro di lotta nel fango, ma comunque ricca di contenuti con cui credo sia utile interloquire. Certo, non è facile trovare una visione comune tra i tanti interventi. Forse l’unica cosa che davvero ha unito quella platea è un giudizio non positivo (diciamo così) sull’attuale gestione del Pd e sul suo presunto spostamento a destra. C’è chi parla di mutazione genetica, chi di snaturamento, chi di vendita della casa. Ecco, io credo che queste valutazioni vadano prese sul serio e che se ne debba discutere. Ma penso anche che siano sbagliate. Provo a spiegare il mio punto di vista.

Ieri all’Acquario qualcuno ha spiegato che il Pd non può rappresentare tutta la società, ma deve essere ben radicato in una parte, quella dei più deboli, dei penalizzati da un modello di sviluppo che ha aumentato a dismisura le diseguaglianze. Non solo sono d’accordo, ma mi permetto il vezzo di segnalare che lo dissi anche io in un bel seminario che organizzammo insieme al Crs, nel 2012, e che concluse Bersani. Peccato che allora molti di quelli che oggi sono d’accordo con questo impianto non lo erano, a cominciare proprio da Bersani, che concluse spiegando che la mia era una visione dettata dalla nostalgia di un partito che non c’è più e che il Pd doveva diventare piuttosto “infrastruttura della società civile”, prenderla per mano e accompagnarla. Se oggi si è fatto un passo avanti e siamo tutti d’accordo sono il primo a gioirne.

Però – perché c’è un però grande come un macigno – a volte in politica è utile guardare alla realtà, soprattutto quando è sgradevole. E quella realtà racconta che noi che abbiamo perso il congresso quel mondo non abbiamo saputo rappresentarlo. Certo, ne abbiamo parlato molto, abbiamo fatto molte cose in suo nome, ma evidentemente non è stato sufficiente. Il 25% delle politiche era composto da “quelli che non fanno fatica ad arrivare a fine mese” (lo racconta il rapporto Itanes-Mulino). Il Pd più “di sinistra” guidato da Bersani arrivò terzo tra giovani, operai, disoccupati. Tra i ceti popolari. Un disastro. Al 40% delle europee siamo arrivati proprio recuperando parte di quei voti. E lo abbiamo fatto col Pd considerato meno “di sinistra”, quello guidato da Renzi. Che ne dite, non è forse il caso di riflettere su quelle catalogazioni? E’ più di sinistra un partito che parla dei ceti popolari ma non li rappresenta o un partito che riesce a riaccenderne la speranza? Se questa è la mutazione genetica, evviva la mutazione genetica.

Si potrebbe rispondere che conta quel che fai, non chi ti vota. Ma sarebbe una risposta scivolosa: e chi decide se quello che fai è di sinistra o no? Una commissione di ottimati, composta magari da Rodotà, Settis e Zagrebelsky, o il voto dei ceti popolari? Io credo che la domanda di fondo a cui dobbiamo rispondere noi che abbiamo perso il congresso sia questa: perché Renzi è riuscito dove non siamo riusciti noi. Una parte della risposta sta nelle considerazioni che ieri ha fatto Cuperlo e sulle quali ho scritto un libro qualche anno fa (perdonatemi anche questa autocitazione, lo faccio solo per amore di polemica): non riusciamo a rappresentarli perché ci considerano corresponsabili della loro situazione di debolezza, e lo fanno perché – con buona pace di Bersani – esiste “un prima e un dopo”. Certo, questo non significa che Prodi e Berlusconi siano la stessa cosa, ci mancherebbe. Ma sebbene faccia male dirlo, da molti punti di vista il centrosinistra al governo è stato un fallimento. E ha contribuito a complicare la vita a milioni di persone.

La precarietà del lavoro, per fare solo un esempio, inizia con i nostri governi. Le enormi diseguaglianze ci sono anche perché la sinistra in quegli anni è stata subalterna a un pensiero di destra. E quei ceti popolari impoveriti lo sanno bene ed è anche per questo che di quella sinistra non si fidano. E non la votano. Renzi ha colto la voglia di cambiamento che c’era e l’ha interpretata. Magari in modo prepolitico, ma c’è riuscito. Noi no perché con quelle esperienze non abbiamo mai voluto fare i conti fino in fondo. E allora stiamo attenti alle etichette e agli incasellamenti. Oggi i giornali raccontano che il progetto (un po’ confuso) di Landini attira la simpatia del 10% degli italiani. Ma dicono anche che i ceti più popolari e quelli più esposti alla crisi non mostrano particolare simpatia per un eventuale nuovo partito della sinistra.

Cosa voglio dire, che levare l’articolo 18 è di sinistra? Ovviamente no. Dico però che per una parte molto larga di quei ceti popolari abolire i co.co.co e i co.co.pro ha un valore simbolico assai maggiore del reintegro per licenziamenti senza giusta causa. E che per quella ragazza (si fa per dire, avrà avuto 35 anni) che ho incontrato qualche giorno fa e che mi ha detto che grazie alle norme che abbiamo approvato la sua azienda ora la assume a tempo indeterminato, mentre prima aveva un contratto precario, ebbene sì: per quella ragazza la vita cambia in meglio. Potrà accendere un mutuo, vedersi riconosciuta la maternità e la malattia. Per lei abbiamo fatto una cosa davvero di sinistra, guarda un po’, e non capisce come chi si definisce di sinistra possa esserne così contrariato.

Capiamoci, non voglio fare a chi è più di sinistra, sarebbe un gioco idiota. Ma ho scritto queste righe per segnalare un pericolo: sinistra è una parola bellissima, che appartiene a tutti noi. Guai a trasformarla in una parola che evoca solo dei “no”. Se passasse questo messaggio, soprattutto mentre stiamo governando – con tutte le difficoltà e gli inevitabili compromessi – i tanti che vedono la loro condizione migliorare anche per merito di quelle scelte non potrebbero che farsene un’idea negativa (in tutti i sensi). E sarebbe un dramma.

Se ci sono dei difetti nell’azione di governo, e ce ne sono, stanno proprio nella fatica a smaltire fino in fondo le scorie della subalternità politica e culturale degli ultimi venti anni. Difficile che possano riuscire a correggere quegli errori i protagonisti di quella stagione di subalternità, che peraltro continuano a considerarla l’era della “meglio classe dirigente”. Credo invece possano farlo i tanti che – anche ieri all’Acquario – da quella subalternità hanno saputo liberarsi.

   
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