Partiti.

Partiti

Cara Left Wing,
non ricordo se ti ho raccontato del giorno che sono arrivato in Cina con la mia brava valigia da expat (non era una valigia grossa, mi dovevo fermare solo qualche mese; un expat per modo di dire, insomma). Nel caso non l’avessi fatto, ti dirò che misi piede a Shanghai nel primo giorno lavorativo dopo le feste del capodanno cinese. La gente lì, in quel paese magnifico, se ha quattro soldi in tasca cerca di rispettare la tradizione secondo la quale per iniziare il nuovo anno uno torna al suo paese natale: le città si svuotano, le autostrade e le stazioni e gli aeroporti si riempiono e decine (anzi: centinaia) di milioni di persone ritornano, chissà quanto di buon grado, nelle campagne dove sono cresciute.

Qualche settimana dopo incontrai degli italiani che da quelle parti hanno messo in piedi un bel business (costruiscono cucine di extra lusso, di quelle con gli intarsi d’oro, le tecnologie da James Bond, roba che costa cifre a sei zeri), i quali mi raccontarono che una delle cose più difficili e faticose del loro lavoro non era soddisfare le richieste più o meno folli dei nababbi che avevano come clienti, bensì tenersi stretti operai che, per quanto pagati bene rispetto agli standard locali, guadagnavano cifre che noi spenderemmo in un paio di uscite a Ponte Milvio. Uno dei due fratelli mi disse, col suo spesso accento veneto: «Partono per il capodanno, tutti. Noi chiudiamo la fabbrica. Ogni anno, quando la riapriamo, almeno il quindici per cento non torna. Non torna più proprio. Scomparsi nel nulla, senza un motivo, senza una telefonata. Puff. E noi a bestemmiare prima, e poi sotto a cercare gente che li sostituisca, a convincerli che a lavorare qui si sta bene. È che ogni anno è più difficile».

E niente, cara Left Wing, se la tua domanda a questo punto è perché ti sto raccontando questa storia, la prima risposta che ti do è che al momento non ne ho una migliore. La seconda è che sto seguendo il dibattito pre- (pre-primarie, pre-congresso: pre-, insomma) del Pd.

   
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