Il congresso del 13 giugno

Gli ultimi giorni sono stati quelli dello sbandamento. Molti osservatori, tutti assai vicini quando non aperti sostenitori del triciclo, hanno parlato di appannamento del progetto, di confusione strategica, di indebolimento della leadership e di offuscamento della sua carica innovativa. Leggere la storia mondiale e le convulsioni dell’intero quadro internazionale come un riflesso delle proprie scelte politiche o dei problemi interni alla propria organizzazione è uno dei più antichi vizi della sinistra. Forse la crisi degli euromissili ebbe un’influenza leggermente superiore agli errori o alle timidezze di Berlinguer sul declino del suo partito negli anni Ottanta, così come la rivolta sciita e lo scandalo non soltanto delle torture, ma dell’intera linea di condotta dell’esercito usa sul campo iracheno non potevano non influenzare la politica del centrosinistra e della lista unitaria in Italia assai più di qualsiasi errore tattico o incauta presa di posizione da parte dei suoi dirigenti.
Il nuovo mantra dell’ipocrisia politica recita invece l’indignazione per le scelte elettoralistiche dell’opposizione e della lista Prodi in particolare. Il che suona peraltro assai singolare, da parte delle stesse persone che in genere rimproverano alla sinistra la sua scarsa propensione al governo, il suo preferire la condizione di opposizione, il suo continuo rifuggire dalle responsabilità che comporta governare un grande paese. Una forza politica di governo, prima di tutto, al governo dovrebbe cercare di andarci. E salvo il caso in cui non ritenga di farlo attraverso un colpo di stato, in campagna elettorale si presume che compia quante più “scelte elettoralistiche” possibile. Certo, non su tutto e non a qualsiasi prezzo. La politica estera dell’Italia, il futuro e la vita stessa di tanti iracheni non possono essere messi nel conto delle vittime necessarie per vincere le elezioni. Ma se chiedere come condizione della propria adesione alla missione irachena le dimissioni di Rumsfeld e una vera inversione di rotta politica e militare da parte degli Usa sarebbe un’ipocrisia, essendo evidente che Bush così ammetterebbe di fatto il fallimento della propria strategia e non può certo farlo in campagna elettorale, ci sfugge per quale ragione il centrosinistra italiano, che è in campagna elettorale anch’esso, dovrebbe signorilmente evitare di riconoscere il fallimento dei suoi avversari e del medesimo Bush, pena l’accusa di “scelte elettoralistiche”. Viene quasi il sospetto che si tratti di commenti assai più elettoralistici delle scelte politiche che criticano, pure ampiamente criticabili e da noi stessi più volte criticate. L’appannamento della lista Prodi non viene da qui, ma da un’incertezza che la convention di Milano ha solo in parte dissipato.
La relativa debolezza della domanda – peraltro molto relativa, visto che si parla comunque di cifre tra il 32 e il 34 per cento – dipende dalla scarsa chiarezza dell’offerta. La divisione all’interno degli stessi partiti e delle forze intellettuali che l’hanno promossa non consente loro di andare oltre un generico “la lista Uniti nell’Ulivo non chiude dopo le elezioni”, senza dire cosa rimanga aperta a fare, dopo le elezioni. La sua ragione sociale non è un mistero per nessuno, dunque sta agli elettori decidere se vogliono che quel cantiere prosegua la sua attività, premiandolo con il voto, o se preferiscono invece che l’esperimento termini qui. E sta a ognuno di noi – giornale, rivista, sito internet, sezione di partito o singolo cittadino – dire apertamente agli elettori qual è la vera posta in gioco. La verità è che questa campagna elettorale è anche il primo congresso del partito riformista, che si svolge sulla mozione Prodi-D’Alema presentata in luglio e che andrà al voto il 13 giugno, e nelle mani di tutti gli italiani. Se la lista unitaria otterrà un successo indiscutibile e oltre le aspettative, la crisi del centrodestra e di Berlusconi sarà irreversibile e senza vie di fuga. E si aprirà finalmente in Italia la strada a una coalizione di centrosinistra egemonizzata da un partito riformista delle dimensioni delle altre grandi socialdemocrazie europee. Se invece il suo risultato fosse inferiore alle aspettative, si aprirebbe in Italia la riedizione farsesca del’76, dove al posto dei “due vincitori”, Pci e Dc, che non potevano governare assieme ma nemmeno da soli, si avrebbero i due sconfitti: Forza Italia e la lista Prodi. Un governo sfiduciato dai cittadini e un’opposizione la cui leadership sarebbe stata appena sfiduciata dai propri elettori. E come è quasi sempre accaduto nella storia della Repubblica, l’esultanza della sinistra radicale saluterebbe l’inevitabile svolta a destra – neocentrista, ma politicamente e culturalmente, cupamente trasversale – dell’intero sistema politico. Ancora una volta, Occhetto e Folena, Diliberto e Pecoraro saluterebbero la folla festante dalla testa di un corteo che riporterebbe la sinistra italiana nel ghetto da cui aveva avuto l’ardire di uscire, negli ormai lontanissimi anni Novanta.

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