Astice di poesia

Il suo dono era la sua seconda vita. Era trasmettere alle sue antenne, alle sue pinze, al corallo che portava racchiuso dentro di sé, la capacità di continuare a vivere. Astice possedeva questo segreto. Viveva con ogni parte di se stessa. Nessuno ha mai saputo come fosse possibile. Nessuno ha forse mai creduto fosse vero. Ma quando un colpo sordo la stordì e la fece cadere in un sonno leggero, non perse la sua serenità. Si lasciò rivoltare docilmente sul dorso e si lasciò aprire senza avvertire dolore. Anche divisa in più parti continuava a vivere in una specie di nirvana. Si potrebbe dire che era felice di vedere così amorevolmente raccolte in una scodellina il suo corallo e tutte le altre parti cremose.
Astice amava la musica, la musica del mare e amava anche la danza tra i flutti che la spingevano verso gli scogli, incontro al suo destino. Ma quella sua seconda vita miracolosa gli faceva amare anche questa musica nuova, sincopata, fatta di voci, di rumori improvvisi, di piccole grida, di un sottofondo che avvolgeva tutto quasi a proteggerla dal rischio del ricordo.
Astice amava la poesia che univa il passato al presente, che giustificava la sua vita o le sue due vite: “…Per la dolce cagion del languir mio/ o del morir, se potrà tanto ‘l duolo,/ languendo godo, e di morir desio;/ pur ch’ella, non sappiendo il piacer ch’io/ del languir m’abbia o del morir, d’un solo/ sospir mi degni o d’altro affetto pio.”
E quanto affetto v’era in quel farlo danzar con olio e burro in quella teglia larga e bassa tra i respiri del fuoco che s’infiamma, ardendo cognac, a imbrunir il guscio e a insaporir le bianche carni?
Sazio di tanto amore Astice si fa da parte per godersi il suo applauso e assistere alla danza dei nuovi ballerini atterrati sulla pista della teglia e sono fiocchetti di burro, un trito di sedano carota e cipollina e un peperoncino rosso e uno spicchio d’aglio e un’ombrosa fogliolina d’alloro. Danzano sotto una pioggia lieve di salsa di pomodoro e di vino bianco e di brodo di pesce. E si stringono sempre più fra di loro finché diventano un tutt’uno e richiamano a gran voce Astice che si butta senza indugi nella mischia.
Dunque il miracolo s’avvera. Astice solleva lo sguardo e accoglie nel suo seno il ritorno di Corallo e delle sue parti cremose avvolte da panna liquida acidulata con gocce di limone. Questa è la sua seconda vita. Solo uno sguardo indietro a riverire il poeta che l’ha tanto amata: “…Anni di scogli e di orizzonti stretti/ a custodire vite ancora umane/ e gesti conoscibili, respiro/ o anelito finale di sommersi/ simili all’uomo o a lui vicini pure/ nel nome: il pesce prete, il pesce rondine,/ l’àstice – il lupo della nassa – che/ dimentica le pinze quando Alice/ gli si avvicina…”

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