Lepre in agrodolce

Maestra dell’elusione, figlia e amante incestuosa della luna si specchia in lei e dall’immobilità improvvisa trae la sua forza. A balzi fulminei delinea traettorie di libertà, poi ringrazia l’altra faccia della luna, livida, a quell’ora del mattino.
Così beffa per la quinta volta, alle cinque del mattino, il cacciatore che da cinque notti insegue la sua preda. Ma, lontano da quei boschi…
Alle cinque del mattino Otto ha un sussulto nel sonno. Si sveglia ma non apre gli occhi. Il vento soffia leggero e muove appena i rami dell’alloro che accarezzano le persiane di legno. Un’eco giunge da lontano.
Alle cinque e un minuto del mattino la luna sbianca di colpo nel cielo e Lepre non la vede più. Quell’attimo nella terra di nessuno è l’inizio del viaggio di Lepre verso Otto.
Alle cinque e un minuto del mattino Otto si rigira nel letto. Un sorriso affiora sul suo volto.Vuole dormire, ma i rumori della campagna che si sveglia entrano nella sua stanza, entrano nella sua testa. Lo scoiattolo che rosicchiava le mandorle se ne è già andato. Le rosicchia fino a bucarle. Un cerchio rotondo da cui fa uscire il frutto che si porta via. Gli uccelli cinguettano come matti. Otto vuole dormire. Ma un tarlo, come i denti dello scoiattolo, gli rosicchia il cervello.
E’ presto ma deve pensare a Lepre che sta arrivando. Fra una settimana è festa grande. I preparativi fervono intorno a lui.
Lepre conserva nel suo sguardo l’ultimo bacio della luna. Sta viaggiando verso Otto consapevole di una maestosa accoglienza. Lepre porta con sé tutto il patrimonio che la leggenda gli attribuisce. Ha rubato il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e di ciò è fiero. Ha un solo desiderio: riassaporare il gusto dolce delle prugne, suo ghiotto alimento segreto, come segreto è il sogno che nutre di inebriarsi al profumo di un rosso vino asprigno.
Otto ne è consapevole e si rigira nelle mani due bottiglie di un barolo ancora giovane. Le appoggia sulla finestra perché Lepre le veda arrivando. C’è fra di loro un filo che li lega. Un mistero che ha radici lontane. Otto sa della furia erotica di Lepre che nella sua breve vita nei boschi ha lasciato una infinità di eredi. Sa che c’è un patto tra di loro ancora più segreto di un segreto, che quegli eredi gli appartengono e poi gli eredi, e gli eredi degli eredi ancora. Otto gongola. Lepre è felice in quel suo dormiveglia senza fine.
L’incanto non è destinato a spezzarsi ma a prolungarsi per un magico conciliabolo degli astri. Otto e Lepre si incontrano. E il divino amore esplode. Otto l’accarezza. Come la luna Lepre ha due facce. Otto indaga l’altra faccia della sorella incestuosa della luna. I denti aguzzi, il labbro sottile, le zampe posteriori possenti, allenate agli scarti improvvisi e alle fughe a perdifiato per bucare il muro della notte.
Gli occhi di Otto sono colmi di ammirazione davanti a colui il cui antenato sconfisse il pesce-serpente che affliggeva l’umanità.
Ed è con mani tremanti che Otto si avventura nel corpo di Lepre. Ne seziona con cura ogni parte immergendola nel vino rigeneratore dove ad accogliere Lepre, in perfetta fusione di profumi, ci sono tutti i compagni di questo viaggio meraviglioso: sedano e cipolla vicini a carota e prezzemolo; e poi aglio, timo, alloro (lo stesso dell’albero di fronte alla finestra di Otto), salvia, rosmarino e la scorza di un limone; e cannella, più sale e chicchi di pepe nero e bacche di ginepro e chiodi di garofano.
Come un automa Otto non si ferma più. Gli sembra una scena già vista mille volte e mille volte rivissuta come ora. Ogni cosa al suo posto. In frigorifero per due giorni interi Lepre e i suoi ammiratori profumati. Il vino che si insinua nelle carni, e le rende più scure e più sapide, al freddo che allontana le impurità e ne esalta la fragranza.
Otto non riesce a togliersi di dosso l’eccitazione. I suoi occhi ansiosi vigilano ogni gesto delle sue mani che fanno rosolare in una pentola Lepre ubriaca e dormiente con olio e con burro, e cipolla finemente tritata con la mezzaluna. E aggiunge di tanto in tanto mestoli di vino per rendere gradevole la cottura.
Ma l’ansia lo ghermisce sempre più di fronte al fegato che taglia a fettine sottili insieme a una salsiccia, per farli rosolare a parte, poi aggiunge il resto della marinata finché non si restringe.
Nella salsa morbida come il velluto aggiunge un cucchiaio di cacao, pochi amaretti sbriciolati, il succo di un limone e aceto di vino. Infine, commosso, fettine di prugne secche. Otto sa che sta esaudendo i desideri segreti di Lepre e Lepre ricambia, offrendo la delicatezza delle sue carni alla salsa che la ricopre, accanto a una fumante polenta.
E’ qui che Otto cede alla commozione. Un fremito lo scuote. Gli occhi si riempiono di lacrime. Vorrebbe cadere in ginocchio. Quel sapore va oltre ogni sua immaginazione, ma è il fegato che tocca il vertice.
E’ proprio lì, nel fegato, che alberga il potere dell’immortalità. E’ il fiele di quel fegato che i fabbri cinesi usavano nella fusione delle spade, per conferire eternità all’acciaio. E’ la bile di quel fegato, racconta la leggenda, che un tale Tarantino ha preteso, per fondere l’arma della vendetta.

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