Helmet, il retrogusto del passato

Per quante speranze si possano nutrire nel dare vita a un progetto, è sempre difficile capire in anticipo quale ne sarà la portata; e per quanto si possa credere nel proprio lavoro, sarà più facile che sia qualcun altro a dimostrarne il valore.
Quando Page Hamilton, laureato in musica jazz, decide di formare una band dopo le esperienze con lo sperimentatore Glenn Branca e con i Band Of Susans, nessuno può prevedere che si stia per aprire un magico punto di ritorno musicale, un anello di congiunzione.
Primi indizi: vengono reclutati il batterista John Stanier, martello degli “industrial” Pitchshifter; il bassista Henry Bogdan, il cui curriculum inizia e termina con questa band; e il chitarrista Peter Mengede, già nei New Christs di Rob Younger. Con il nome Helmet, esce, nel 1990, l’Ep “Strap It On”, fondendo le diverse esperienze personali in un sound brutale, distorto e dissonante che raccoglie e supera Sonic Youth, Killing Joke e Big Black, preparando il terreno per l’arrivo, qualche anno più tardi, di Korn, System Of A Down e Nine Inch Nails. Sul momento, però, gli Helmet vengono visti come la risposta della East Coast ai Soundgarden e la ruvida introversione del loro suono non ha definizioni. Arrivano dritti al successo senza un particolare background, che non sia la devastante potenza sonora di canzoni come “Repetition”, “Sinatra” (giusta dedica all’uomo che definì il rock “musica da teppisti”), “Rude”, “Bad Mood”. Cadenzati come i loro riff, arrivano al primo album due anni dopo con “Meantime”: più maturi, abbassano il livello di distorsione senza rinunciare alla ferocia; primi segni di un discorso musicale più articolato. Mantenendo il passo, il 1994 è l’anno della terza uscita, preceduta dall’abbandono di Mengede, sostituito da Rob Echeverria (a proposito di punti di ritorno: Rob proviene dai Rest In Pieces e lascerà gli Helmet per i Biohazard). “Betty” è l’apice della loro creatività, molto più versatile dei predecedenti pur presentandosi, a tratti, persino più duro. Purtroppo, questo lavoro è anche il primo fallimento commerciale; apprezzato dalla critica, non sfonda oltre la cerchia dei fedelissimi. L’uscita della raccolta “Born Annoying” nel 1995 è l’inizio della crisi che si compie, ancora a distanza di due anni, con “Aftertaste”: la formazione a tre non giova alla struttura del suono, lo stile rimane riconoscibile e alcuni brani sono apprezzabili, tuttavia manca convinzione. Per la prima volta, il suono cui ora fa riferimento una buona parte della scena metal Usa appare statico, involuto. Chris Traynor (ex-Orange 9mm, sempre in area) subentra nel ruolo di secondo chitarrista per il tour, ma è solo l’anticamera dello scioglimento, sancito nel 1999.
Cinque anni – e infinite riflessioni – dopo, Hamilton ci riprova: nuovo ciclo, nuova formazione; accanto a Traynor suonano il bassista Frank Bello (ex-Antrax) e il batterista John Tempesta (Testament, Prong, White Zombie e Toni Iommi: il cerchio si chiude) per “Size Matters”. In un’intervista, Page sfida chiunque a distinguere lo stile della nuova formazione da quello originale, non a torto: l’album si colloca a metà strada tra “Betty” e “Aftertaste”, regalando alcuni gioielli come l’iniziale “Smart”, “Everybody Loves You” e il tormentone “See You Dead”, classico riff che si continua a fischiettare per il resto della giornata.
Nel punto di ritorno, Hamilton rilucida le sue distorsioni chitarristiche, riportando gli Helmet sulla strada, lontano dai manuali.

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