Mezzogiorno di suono

Si può affermare che con “The International Tussler Society” (cd più dvd con making off), i Motorpsycho si danno al remake, nel senso cinematografico di rifacimento e narrazione ulteriore. Questo lavoro riprende e rielabora la colonna sonora incisa dalla band di Trondheim, Norvegia, ben undici anni fa per un film inesistente, pur se ben documentato: diretto dall’ italoamericano Theo Buhara, specialista di B-movies, iniziato nel 1975 e ultimato solo nel 1994 (scheda reperibile in rete). All’epoca, i Motorpsycho stavano mutando pelle dall’abrasivo, inflessibile muro psichedelico degli esordi (“Lobotomizer”, ’91, prima ufficiale) al ricercato sound tra Metal e Grateful Dead di “Demon Box” (’93). “Tussler” consente a quella che rimarrà la base della band (Bent Saether: basso, voce; Hangus Magnus “Snah” Ryan: chitarre; Hakon Gebhardt: percussioni), di sfogare la naturale propensione per il sound americano ‘60/’70, tra rock, country, western, traditional. Un excursus che rende omaggio a due grandi espressioni artistiche (il cinema, insieme alla musica) e scioglie il gruppo dai vincoli d’origine e di genere. Difatti, questa scelta al limite della filologia è, al tempo stesso, in totale controtendenza con la scena rock nordica della quale, pure, sono tra i massimi alfieri. Lontano dalle minacciose oscurità delle foreste dove divinità e demoni pagani hanno dimora, Saether e soci cavalcano (è il caso di dirlo) verso l’Ovest dell’immaginario, stivali debitamente affondati nella polvere.
Il resto della storia li vede impegnati tra ritorni psichedelici, improvvisazioni elettroniche, abbandoni sofisticati ai confini del pop; da “Blissard” del ’95 a “In The Fishtank” del 2003, passando per capitoli parimenti interessanti, come “Timothy’s Monster” (’96), “Angels And Daemons At Play” (’97) e “Roadworks, vol.1” (’99), primo album live.
“Tussler” 2004 chiude un anello, collocandosi un passo a lato nella discografia del gruppo come già l’originale: entrambi felicemente privi di (inutili) ansie artistiche, di mercato, di cronologia. I Motorpsycho rileggono loro stessi e se l’originale (ristampato integralmente nel 2003) era sostenuto da brani di Neil Young, Gram Parson, Dillard & Clark, degli stessi Dead e da una cover di “I Know You Rider”, il remake propone solo materiale originale, a conferma della capacità di muoversi in autonomia nel genere. Curioso che, tra tante fonti di ispirazione, manchino proprio i Quicksilver Messenger Service, considerando quanto la band di “Happy Trails” fosse la sintesi perfetta di rock, psichedelia ed assolate città fantasma.
Nel frattempo, il mondo si divide in due: quelli con la pistola e quelli con la chitarra. I Motorpsycho suonano.

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