Il reality della Fabbrica

L’idea che sta alla base della Fabbrica, il luogo alla periferia di Bologna dove Prodi incrocerà le richieste della gente e cercherà di trasformarle in programma elettorale, è giusta: primum ascoltare, deinde decidere. Nel linguaggio iniziatico dei manager si chiama bottom up e in politica può essere un bell’esperimento di partecipazione e di esercizio ultrademocratico della delega che – intendiamoci – i partiti già fanno o, comunque, dovrebbero fare. Prodi – che un partito non ce l’ha – fa bene, anche mediaticamente, a tuffarsi in questa avventura. Il “Programmificio” è però una scommessa innanzitutto personale. Quando si apre una finestra – in centro o in periferia – solitamente entra di tutto: urla, trilli di uccellini, sferragliare di treni. Lo sforzo per trasformare tutti questi rumori in un’unica voce non sarà facile. E due sono gli esiti possibili di questa fase di ascolto: o si rimane sul generico – un po’ come fanno i catch all parties – e allora la montagna avrà partorito il topolino. Oppure si scelgono tre o quattro cose e si decide di puntare su di esse. Ché poi è questa la sintesi. Nel primo caso “La Fabbrica” sarà un bel reality, nel secondo incoronerà un leader reale.

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