Don Giussani e la certitudo salutis

Ricorda Giorgio Vittadini che Don Giussani utilizzava spesso la metafora del ponte. «Tanti architetti in una pianura intenti a costruire il ponte verso l’infinito e un uomo al fondo che appare e dice: bello il vostro tentativo, ma non ce la fate e meritate di farcela. Io sono venuto per costruire il ponte che è nei vostri desideri». Questa immagine è – tra le tante cose scritte in questi giorni – il vero lascito del prete brianzolo, l’eredità spirituale di un ministro carismatico della Chiesa Cattolica Romana. Non ci convince dunque Baget Bozzo quando afferma che «il suo approccio a Dio era quasi da protestante». Il Dio della Riforma non interviene mai a tendere la mano e l’uomo – come dice Max Weber – acquista la certitudo salutis soltanto col successo che ottiene nella Città terrena. Semmai, quell’approccio di cui parla Baget Bozzo è stato adottato dai seguaci di Don Giussani, ascetici sì, ma di un ascetismo più intramondano, per dirla ancora con Weber. E, se è per questo, non convincono neppure i peana di una parte della sinistra, forse dimentica che ciascuno è “eletto” (nel senso cristiano del termine) per seguire la sua vocazione. Ha detto infatti Massimo Cacciari: «La sinistra non deve occuparsi di queste cose spirituali. Pensi, piuttosto, a costruire autostrade». O ponti, dove umanamente si può.

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