Nergal, il semidio della banalità

Chiudete a chiave le vostre donne, chiamate la polizia, nascondete l’alcool, fate sparire la musica da gay, Behemoth sta arrivando! Ricordate, siete stati avvisati!”. Queste esilaranti e squallide parole, ricavate dal sito ufficiale della band, invoglierebbero a chiudere il capitolo Behemoth senza averne neppure sfogliato le pagine; il che sarebbe, nonostante tutto, un errore. Nove album – incluso l’ultimo “Demigod”, ’04 – e due ep alle spalle, questo gruppo è qualcosa di più (o di meno, secondo i punti di vista) di quello che offre in genere l’iconografia tipica del death e black metal: polacchi d’origine, i Behemoth consistono in essenza nel leader, fondatore e spirito-guida Nergal, accanto al quale vari musicisti si sono succeduti nei ruoli di basso e batteria; solo di recente la formazione ha trovato stabilità con l’ingresso del percussionista Inferno, autentico virtuoso della velocità, e la collaborazione ai testi di Krzystof Azarewicz. L’embrione della band è del ‘91: alcuni demo autoprodotti attirano l’attenzione di una piccola etichetta italiana, la Entropy Records, con cui incidono il mini-album “And The Forests Dream Eternally” nel ’94. E’ il preludio all’esordio vero e proprio, con una label polacca: “Sventevith” attira l’attenzione degli appassionati e pone le basi per gli sviluppi futuri della carriera dei Behemoth, impegnati a conquistare nuovi spazi di distribuzione oltre l’Europa e a sviluppare in nuove direzioni il loro sound. Dal death degli esordi, attraverso esperimenti con synths, voci femminili e chitarre acustiche (“Grom”, seconda uscita) si arriva a un robusto e corposo heavy metal di stampo classico che, pur non dimentico delle radici death e black, è guidato nella danza dagli umori e dalle variazioni imposte dalla chitarra di Nergal. Se da un lato, quindi, la produzione attuale dei Behemoth non sembra volersi discostare più di tanto dai canoni del genere, dall’altro la tavolozza espressiva del leader ha soluzioni a sufficienza per assicurare improvvise aperture e un ascolto piacevole.
Assicurato quindi il giusto livello di corrosione per i timpani e di atmosfera cupa e selvaggia, un discorso a parte meritano i testi – l’espressione diretta del Nergal-pensiero. Appassionato di occultismo, astrologia, paganesimo e roba simile, espone anche in “Demigod” i frutti della sua frequentazione con Friedrich Nietzsche, Aleister Crowley, Austin Osman Spare, oltre alla lettura del fondamentale (per gli iniziati) “Astronomica” del poeta latino Manilio. Ne risulta un delirio superomistico ad alto tasso di concentrazione, superiore anche alla media del genere, con ripetute esaltazioni dell’io, dell’individualità, del potere di attrazione sulle masse (ma questo non è un problema solo del metal, of course) e deludenti proclami del genere “Io sono Dio”. Non è certo il primo, né l’unico. Ma Nergal difetta di ironia, dando una sensazione di mortale serietà quando ormai della fondatezza di certe tesi dovrebbe dubitare chiunque. A maggior ragione un semidio.

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