Feeder, versione britannica di tutto

Forse, “Pushing The Senses” è la seconda occasione dei Feeder: con quel titolo che sembra una dichiarazione d’intenti e un sound che attenua le durezze degli esordi, la band di Grant Nicholas mostra di volere cambiare rotta. Formati nel ‘92 dai gallesi Nicholas (voce, chitarra e tastiere) e Jon Lee (batteria); completati nel ‘95 dall’aggiunta del bassista Taka Hirose, esordiscono nel ‘96 con il sei-pezzi “Swim”. Il loro mix di chitarre abrasive e melodie sdolcinate ottiene subito attenzione e il primo full-lenght “Polythene” (’97), innaffiato con dosi di heavy d’annata, si colloca al primo posto nel referendum annuale della rivista Metal Hammer. La band decolla per un monumentale tour americano e per il successo, atterrando nel ’99 per le registrazioni di “Yesterday Went Too Soon”; nel frattempo, si sono guadagnati l’etichetta di versione britannica degli Smashing Pumpkins, un’immagine lusinghiera all’inizio che diventerà una cravatta soffocante per la band. La critica inizia a soffermarsi sulle capacità di scrittura di Nicholas, giudicate non eccelse; lo stile a metà tra heavy e ballad che li aveva imposti denuncia troppe influenze del periodo (Blur, Oasis), perdendo in freschezza. Con il solo conforto della posizione alta nelle classifiche, i Feeder riprendono il giro del mondo: “Echo Park” (’01) con il successo di “Buck Rogers”, da quel momento sigla del gruppo, conferma il loro status. La tournée con gli Stereophonics arriva come una ciliegina sulla torta, ma la ruota sta per girare: ricordato lo spregevole episodio dell’esibizione italiana interrotta dal lancio di bottiglie da parte dei fan accorsi per ascoltare Vasco Rossi, l’inizio del 2002 cala sui Feeder con l’ala della tragedia: il batterista Lee si suicida nella sua casa di Miami. L’impatto emotivo è enorme nella cerchia degli affetti e nella band; Nicholas e Hirose scelgono di continuare, confidando che l’amico scomparso avrebbe voluto così. Tuttavia, nonostante la scelta dell’ex-Skunk Anansie Mark Richardson, la vena compositiva vira verso l’intimista, abbandonando in parte l’esuberanza precedente. “Comfort in Sound” (’02) intraprende la via, non senza indecisioni; “Pushing the Senses”, inciso a ben tre anni di distanza, rappresenta meglio una band decisa a cambiare pelle, senza rinnegare nulla. Prodotto da Gil Norton (Pixies, Foo Fighters) dopo un primo interessamento di Brian Eno, con il contributo di Ken Nelson dei Coldplay in ben tre brani (Frequency, Bitter Glass e Pain on Pain), può contare almeno su due pezzi sopra la media (la title-track e l’iniziale “Feeling a Moment”), alcuni momenti intriganti (Frequency, Dove Gray Sands, Pilgrim Soul) e una certa immediatezza generale. Non siamo dalle parti del capolavoro ma si sente il tentativo di crescere. Encomiabile, a patto che Nicholas e soci non ripetano l’errore di tradire troppe influenze; già qui, la frequentazione di R.E.M. e Coldplay si fa sentire. L’ago della bilancia impiega poco a passare da ispirazione a ricalco.

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