Gli amici del fuoco

Nicola Calipari è morto ucciso da fuoco amico e la sua morte è un duro colpo per chi con il fuoco ha scherzato fin troppo. Il Governo italiano, condotto per mano dal responsabile operazioni delicate, il delicatissimo Gianni Letta, si è mosso con spregiudicatezza sul filo di un’ambiguità spesso felice. Lo dimostrano i risultati eccezionali ottenuti finora nella liberazione degli ostaggi, soprattutto se paragonati allo spettacolo offerto dalla Francia in situazioni analoghe. Il Delicatissimo è riuscito a tenere insieme opposizione pacifista e alleati americani, in perfetta coerenza con la posizione di chi ha partecipato alla coalizione che ha fatto la guerra ma senza fare la guerra e ha mandato i suoi soldati a combattere e morire, ma soltanto in missione di pace. Altra ambiguità che ha causato non pochi problemi, a cominciare dalla spinosa questione delle regole di ingaggio dei nostri militari. Ma la morte di Nicola Calipari riporta al centro dell’attenzione la linea politica che è alla radice del problema. Da un lato i nostri soldati a Nassiriya, di cui non si capisce nemmeno se e quando possano rispondere al fuoco nemico, o gli elicotteristi assolti dall’accusa di insubordinazione per essersi rifiutati di volare su quegli elicotteri che erano davvero insicuri (e lo erano perché mandare elicotteri da guerra come si deve avrebbe voluto dire rimettere in discussione il carattere pacifico della missione); dall’altro i nostri servizi di intelligence, costretti a muoversi almeno in parte all’insaputa degli alleati americani, comunque senza la coordinazione e il sostegno reciproco che sarebbero essenziali, per le note divergenze politiche. Perché per gli americani sugli ostaggi non si tratta e l’unica strategia permessa è il blitz, con tutti i rischi connessi. Lo stesso vale per i britannici, non a caso accusati in passato di avere intenzionalmente ostacolato e messo a rischio la liberazione dei due giornalisti francesi Chesnot e Malbrunot. Così probabilmente si spiega anche la fretta degli agenti italiani nel portare subito Giuliana Sgrena all’aeroporto e il tragico incidente.
I commenti e gli interventi di tanti che hanno parlato di agguato premeditato delle forze americane non meritano replica. Agli amici del fuoco, che con il fuoco hanno scherzato fin troppo, si contrappongono purtroppo gli amici del giaguaro. E’ un triste spettacolo, ma c’è davvero ben poco da dire a chi confessa candidamente il proprio stupore per avere scoperto – passati da tempo i quindici anni – che potevano esserci brave persone anche tra gli agenti segreti. Eppure, se è possibile uscire per un momento da questo singolare dibattito, bisognerebbe anche chiedersi, senza scivolare in un antiamericanismo isterico e pregiudiziale, se sia possibile mantenere dei soldati sotto una catena di comando in cui al massimo ci si può mettere d’accordo nel chiudere un occhio ogni tanto – e pazienza se al momento decisivo di guardia c’è un giovane soldato al quale l’ordine non ufficiale di chiudere tutti e due gli occhi non è arrivato. Questo è l’esito drammatico, ma forse non imprevedibile, di una linea tipicamente italiana, molto spregiudicata e altamente rischiosa, scelta sin dall’inizio. Il tentativo di tenere insieme tutto e tutti, Condi Rice e Giuliana Sgrena, il prestigio dell’Italia e i buoni rapporti persino con la guerriglia sunnita, di cui oggi secondo molti saremmo i maggiori finanziatori, attraverso tutti i riscatti pagati (con qualche danno al prestigio dell’Italia, all’alleanza con Bush e anche alla nostra coscienza).

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