Chi si ferma è perduto

In Italia ci sono oggi almeno tre regimi. C’è il regime berlusconiano contro cui si batte Furio Colombo, in una lotta culminata domenica sull’Unità nel lunghissimo dialogo con Romano Prodi, modestamente e impropriamente chiamato intervista; c’è il regime partitocratico di cui parlano da decenni Pannella e i radicali; c’è persino il regime totalitario che vuole mettere a tacere Mussolini – qui inteso come Alessandra, si capisce – che va invece da Gianfranco Fini a Francesco Storace; quelli che la nipote del Duce, pervasa com’è di passione democratica, ama definire i “badogliani”. E poi ci sarebbe anche il regime della Juve, ma quello è una cosa seria (come dimostra la vera e propria persecuzione sportivo-giudiziaria di cui è vittima Francesco Totti) e quindi – vilmente – preferiamo attenerci ai primi tre.
E’ curioso come nella vicenda delle firme false che sono costate alla formazione della Mussolini l’esclusione dalla competizione nel Lazio si intreccino i ruoli e le parole di almeno tre dei protagonisti sopraelencati. Volendo farne un gioco infantile, tipo il cane che morse il gatto che si mangiò il topo eccetera, potremmo riassumere la vicenda così: Romano Prodi ha rifiutato l’accordo con i radicali che gli avrebbe consentito di sconfiggere le forze del regime berlusconiano, ma con l’esclusione della Mussolini per colpa del regime dei “badogliani” ora si starà mordendo le mani, perché il problema delle firme era uno dei punti principali posti proprio dai radicali, nella loro polemica contro il regime partitocratico. Dunque non si è voluto trattare con Pannella né sulle firme né sull’alleanza, con il bel risultato che ora abbiamo sotto gli occhi, perché senza la Mussolini e senza i radicali Marrazzo avrà certo maggiori difficoltà a spezzare le reni a Storace. E chissà quante paginate sui neofascisti, sui negazionisti, sugli antisemiti di Alternativa sociale avrebbe fatto stampare Furio Colombo, nella sua polemica contro il regime berlusconiano, se alla fine si fossero accordati con la Casa delle libertà (invece ha pubblicato un’intervista alla Mussolini intitolata: “Il regime è contro di me, do fastidio”).
Cosa ci dice dunque dell’Italia di oggi e della politica italiana questo perverso intreccio di regimi, aspiranti salvatori della repubblica e aperti apologeti dei repubblichini? E’ una domanda cui non sapremmo rispondere, ma in verità temiamo che tutto questo – dell’Italia e agli italiani – abbia da molto tempo assai poco da dire. Resta certamente l’alternativa riformista, la lista Uniti nell’Ulivo, l’idea di una forza politica capace di prefigurare il grande partito che un domani potrebbe ritrovare la forza di dire qualcosa e la capacità di farla. Perché è evidente a tutti – e prima di ogni altro ai tanti che gridano al regime – che a mettere in gioco la tenuta stessa del sistema democratico è innanzi tutto questo penosissimo e fragilissimo status quo. Proprio per questo le riforme istituzionali sono un’esigenza del paese e non un gioco da tavola per appassionati di ingegneria costituzionale. Perché la proliferazione dei regimi e degli aspiranti golpisti è il segno più evidente del logoramento di un assetto, nel momento in cui le forze politiche non riescono però a trovare né dentro né fuori di sé le risorse intellettuali e soprattutto il consenso necessario a cambiare. In questo equilibrio sempre precario eppure apparentemente immutabile si riproduce pertanto un dibattito sempre più uguale a se stesso e sempre più stanco. Di conseguenza, lasciare ad altri la bandiera del cambiamento e apparire come i difensori di un simile spettacolo è semplicemente un suicidio. Perché in questa situazione paradossale una cosa sola è chiara: chi si ferma è perduto.

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