Tra Sartre e Aron, tertium datur

Meglio avere ragione con Battista che avere torto con Sebaste. Lo slogan non ha lo stesso prepotente glamour di quello originale urlato dai giovani studenti parigini – meglio aver torto con Sartre che ragione con Aron – ma è il prezzo da pagare se si vuole avere ragione con Battista: non perché Pierluigi Battista sia privo di glamour, ma perché in prima fila tra i motivi della preferenza che la Francia e i suoi intellettuali accordano a Jean Paul Sartre pare che stia proprio il fascino che l’autore de La nausea continua a ispirare, a differenza del suo coetaneo, il più compassato Raymond Aron (ma forse pesa pure l’essere stato Sartre protagonista di una stagione di emancipazione dal perbenismo borghese che, non ce ne voglia Battista, sarebbe stolto non considerare oggi come salutare).
Di questa entusiasta preferenza Battista si è lamentato sulle pagine del Corriere. Cade infatti quest’anno il centenario della nascita dell’uno e dell’altro. E mentre per celebrare Sartre si apre una mostra alla Biblioteca Nazionale di Francia e si pubblica l’opera teatrale completa, per onorare Aron non è in calendario nessuna iniziativa analoga. Eppure, si duole Battista, la lista dei torti di Sartre e delle contrapposte ragioni di Aron è lunga: si va dal quieto soggiorno parigino di Sartre negli anni dell’occupazione nazista, mentre Aron sceglieva de Gaulle e La France libre, al fiancheggiamento del comunismo sovietico, mentre Aron denunciava gli orrori dei gulag, dall’invaghimento per la Cina maoista all’ammirazione per la dittatura castrista, mentre Aron prendeva le parti dell’Occidente democratico e liberale. Insomma, se la storia ha smentito qualcuno, quel qualcuno è stato Sartre, non certo Aron.
Sebaste, sull’Unità, ha respinto il cahier de doléance di Battista, osservando che il valore di un pensiero non lo si misura sulla base della sua conformità al corso del mondo. Che è un ottimo argomento: con il quale però ha dato, ahilui, un’altra volta torto a Sartre, che proprio in nome di una certa idea dell’impegno dell’intellettuale, e della necessità di mettersi in regola col mondo, ruppe negli anni Cinquanta, con Aron e con gli altri: con Koestler, ad esempio, o con Camus. E anche con l’amico Maurice Merleau-Ponty.
Ora, il caso vuole che proprio oggi cada anche il novantasettesimo compleanno di Merleau-Ponty. A ripensarci, e senza voler fare a tutti i costi i terzisti (persino con Battista!), non sarà forse inutile ricordarsi anche di questa circostanza: per una volta, insomma, tertium datur. Mi rendo conto che 97 vale molto meno di 100, e che Merleau ha avuto il torto di morir giovane, nel lontano 1961, ma la rottura del suo sodalizio con Sartre merita di essere ricordata. Come ha testimoniato lo stesso Sartre, fu infatti Merleau a orientare l’amico verso il marxismo; insieme a lui Sartre aderì al gruppo Socialismo e libertà. Fu con lui nella fondazione della rivista Les temps modernes, e con lui rimase fino al luglio del 1953. Ma, sin dal luglio dell’anno prima, i rapporti si erano incrinati a causa della pubblicazione del saggio I comunisti e la pace, in cui Sartre sosteneva senza esitazioni la linea del partito comunista francese, dopo l’arresto del suo segretario Duclos e il fallimento dello sciopero di solidarietà indetto dal partito. In un duro scambio di lettere, Merleau-Ponty, che non era stato avvisato della esplicita presa di posizione dell’amico, chiese a Sartre di ospitare un suo articolo in dissenso: “Vedremo se sarai uomo da soffocarlo”, aggiunse. Sartre fu un tal uomo, e la rottura fu definitiva. Il fatto è che proprio negli anni in cui Merleau si convinceva del fallimento della rivoluzione bolscevica, Sartre metteva a tacere dubbi ed esitazioni e si schierava apertamente a fianco del partito comunista. Due anni dopo, nel 1955, Merleau-Ponty pubblicò Le avventure delle dialettica: il compito del presente era ormai quello di cercare “un’azione diversa dall’azione comunista”. Con una nuova consapevolezza, che “la sicurezza di essere portatori del vero è vertiginosa. È di per sé violenza”.
Non si fraintenda tuttavia il senso delle scelte di Merleau-Ponty. Il suo a-comunismo non significò l’adozione di una prospettiva socialdemocratica e riformista. Se questo fosse il metro, Merleau avrebbe tutti e interi i suoi torti. Ma il carteggio fra i due filosofi al momento della rottura ha invece un’altra lezione da darci: a Sartre che chiedeva all’amico Maurice, nell’urgenza del presente, di prendere risolutamente partito, indipendentemente dalle notizie che venivano emergendo sui crimini dello stalinismo, e senza trincerarsi dietro l’alibi della filosofia, Merleau-Ponty rispondeva, nella lezione inaugurale al Collège de France del 15 gennaio 1953, tessendo l’elogio di Socrate, l’elogio del dubbio e dello spirito critico. Se per Sartre bisognava essere comunque comunisti, per Merleau-Ponty si trattava invece di essere comunque filosofi. E che essere filosofi significhi, come scriveva Merleau poco prima di morire, che “nessuna dottrina può prevalere contro le cose”, beh, è una bella soddisfazione per la filosofia, in questi tempi assai grami, per essa, di soddisfazioni. Fra tre anni, vedremo cosa farà la Francia.

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